DIETRO IL MARKETING DEL PORNO

Si sa che il mercato del porno muove cifre incomparabili con tutto il resto del mondo audiovisivo, secondo solo ai videogiochi . Si sa, anche, che ormai la componente principale del porno sono i video. Il marketing, però, è in costante movimento ed uno dei principali siti web di pornografia, Pornohub, ha realizzato questo video in cui lancia un nuovo prodotto, ovvero un account in abbonamento per e coppie.

È interessante notare gli aspetti stilistici scelti per questo video promozionale. La musica è il classico tappeto, allegrotta ma non ingombrante. La scelta dei testimonial è interessante e testimonia il dosaggio nella rappresentazione del target. Coppie, dunque, etero bianche (due coppie), etero nere, gay e lesbiche, tutte sorridenti e di spirito.

Questo video e questa iniziativa commerciale testimoniano come ormai il porno stia uscendo dalla clandestinità morale e acquisti progressivamente una sua collocazione nella società. Chi di voi vuole verificare ed esplora uno di questi portali del porno, si accorge che foto e video arrivano da ogni parte del pianeta. E non si tratta solo di finzioni da set, bensì una larga parte è costituita da video amatoriali, fatti con smartphone o camcorder consumer.

Il cortocircuito creato dalla diffusione dell’accesso alla rete e dalla capacità di realizzare immagini per chiunque, ha portato gli utenti del porno a diventare attori dello stesso mercato fornendo, per di più, materiale gratuito per questi hub. Soprattutto questa partecipazione ha permesso un forte senso di partecipazione e identificazione. Molto probabilmente, che possa piacere o meno, questo fenomeno influenzerà sicuramente la percezione del sesso in vasti settori della popolazione mondiale. E l’amore? L’amore non fa parte del mondo del porno e rimane una dimensione privata.

L’AMORE AL TEMPO DEL NEOLIBERISMO

In tempi non sospetti Vinicius cantava, col contrappunto di Ornella Vanoni, la canzone Semaforo che era stata scritta da Paulo Cesar Baptista De Faria col titolo originale di “Sinal fechado”. È lo scambio tra un uomo e una donna, immaginato ad un semaforo usato come simbolico starter. Ci restituisce un mondo di affari, soldi, competizione, workaholism, anaffettività, solitudine.

 

Ola, come va?

Non c’è male, ma tu come stai?

Tiro avanti; si gira si corre lo sai

Il lavoro è lavoro, ma tu…

Me la cavo; sto ancora augurandomi un sonno tranquillo

Speriamo…

Quanto tempo

Ma si, quanto tempo

Scusami la fretta: è la legge di tutti gli affari

Ma figurati… Devo correre anch’io

Ma quand’è che telefoni?

Quando ci potremmo vedere, se vuoi

Ti prometto… Nei prossimi giorni…

Senz’altro ti chiamo

Quanto tempo

Ma si, quanto tempo…

tante cose sentivo di dirti, ma anche allora dovevo partire…

Anche a me viene in mente qualcosa…

Ma chissà… Lascia andare

Per favore telefona prima che puoi…

Devo correre a un appuntamento

Domattina…

Il semaforo…

Io ti cerco…

È già verde…

Ti prometto ci penso

per favore… ci pensi?

Addio…

Addio…

UNO STRANO GENERE DI RACCONTO

Una mattina mi sveglio un po’ frastornato. La bocca impastata, gli occhi un po’ gonfi, appena un cerchio ala testa. Qualcosa mi dice che sarà una giornata balorda. Ed infatti comincia con la telefonata della mia ex moglie che si lamenta del bambino che non è stato bene, ma soprattutto che il pediatro non risponde al telefono. Le dico di stare tranquilla e che, appena torno dal dentisto, passerò a vedere se hanno bisogno di qualcosa.

Mi preparo e faccio la barba perché mi sa che non avrò tempo di andare dal barbiero. Appena pronto chiamo al telefono la solita cooperativa e mi faccio trovare pronto perché il tassisto è già di sotto. Mentre andiamo nel traffico un pazzo (il solito camionisto) ci taglia la strada: noi prendiamo uno spavento e lui si prende gli accidenti che gli mandiamo.

A metà mattinata incontro il mio collaboratore sotto l’ufficio e ci prendiamo il solito caffè al bar. Come tutti i giorni il baristo mi sfotte perché domenica la mia squadra del cuore ne ha prese quattro dalla sua. Cosa posso farci se il nostro miglior calciatoro batte la fiacca? Mi tengo lo sfottò meditando vendetta. Appena fuori del bar mi trovo due tizi che discutono animatamente: sia l’autisto, sia il vigilo, sono convinti di avere ragione. Mi sa che vincerà il secondo.

Finita la giornata di lavoro ed avute rassicurazioni sulla salute del bimbo, faccio un salto a casa nuova. Trovo il geometro che sorveglia i lavori. In una stanza c’è il piastrellisto e nell’altra il marmisto che sollevano polvere e bestemmie. Personale ruvido, non c’è che dire. Uff, comincio ad essere stanco.

Scendo e mi avvio a piedi verso casa. Per rilassarmi prendo gli auricolari e con lo smartphone pesco una bella radio digitale di musica classica. Mi distende un casino. Appena accendo sento un brano di un musicisto che amo: un clarinettisto che è soave. I neuroni cominciano a calmarsi. L’ultimo tratto, dall’androne alla porta di casa mia, leggo le ultime notizie della città. Come al solito, il giornalisto se la prende con l’amministrazione e il titolo chiude la giornata:

“È giunto il momento di far cadere la sindaca!”

Sipario

UN VIRUS ANTICO NELL’INFORMAZIONE

Come l’influenza stagionale, c’è un virus endemico che sta imperversando nei media informativi italiani. Il nome esatto è “cerca la paura” ed alberga  – come fosse la malaria –  nelle redazioni italiane. Perché si sa che la paura fa audience e, tanto i giornali quanto i notiziari radiofonici, campano di audience. Ma soprattutto la tv e i social hanno tutto l’interesse ad alimentare “il traffico” per tenere sempre attaccati ai loro televisori o ai loro smartphone le persone. Ogni volta si cerca un pretesto: un giorno è l’attacco terroristico in Gran Bretagna, poi ci sono i femminicidi, poi c’è l’immondizia e l’emergenza sanitaria.

Proprio a proposito di emergenza sanitaria, ecco che è scoppiata l’ultima paura in virtù del “pericolosissimo” coronavirus che si è manifestato in Cina: prontamente, i media informativi hanno montato la panna della paura. Catastrofi evocate, pestilenze paventate, untori che si aggiravano colpevolmente, precauzioni distribuite random, interviste a politici, medici, funzionari delle istituzioni. È stato generato un riverbero informativo accecante che cercava deliberatamente la paura del pubblico. D’altra parte è noto, come afferma anche il giornalista (critico) Luca Sofri, che “il titolismo è ormai una categoria a sé del giornalismo contemporaneo. Lo è sempre stato, ma negli anni il distacco e l’autonomia dell’informazione trasmessa attraverso i titoli rispetto a quella propria degli articoli sono cresciuti straordinariamente soprattutto per due ragioni: la prima è l’aumento del sensazionalismo allarmistico (…) l’altra ragione è che effettivamente la quota di attenzione e tempo dedicata agli articoli da parte dei lettori è diminuita e una grandissima parte dei lettori usuali o passeggeri legge soltanto i titoli” [Luca Sofri; “Notizie che non lo erano”; 2015].

Il problema insorge quando questa pressione mediatica indiscriminata produce degli effetti sulle persone “instabili” nella nostra società. Ecco che c’è chi insulta dei turisti cinesi rei semplicemente di essere cinesi; oppure c’è addirittura chi vieta ai cinesi di entrare nel proprio esercizio commerciale. Come anche l’uso di mascherine che diviene un “must della paura”.

L’ironia è che, poi, sono gli stessi media che hanno pompata la paura a stigmatizzare i comportamenti eccessivi parlando impropriamente di “psicosi” e scaricando tutto sulla gente. Come anche ipocrita è il debole tentativo di rassicurare che “è tutto sotto controllo”, oppure (come si sta scoprendo) che ogni anno la normale influenza stagionale fa più vittime. Ormai i buoi sono scappati dalla stalla.

La responsabilità di un certo giornalismo è molto alta sul clima di paura che si genera in una società. Usare la paura della gente per chiedere attenzione ha pesanti effetti collaterali perché le persone, in queste situazioni, smettono di essere fiduciose, empatiche, critiche e si chiudono, generando comportamenti antisociali, egoistici, irrazionali. Il tutto per qualche click e qualche televisore acceso in più. Una bella responsabilità che, purtroppo, pochi professionisti dell’informazione riconoscono.

RESPONSABILMENTE

Ho avuto la fortuna di leggere un saggio di Adriano Zamperini, più esattamente “Psicologia sociale della responsabilità“, ed ho trovato che oggi più che mai sia pertinente per il mondo che stiamo vivendo. Sento parlare spesso di involuzione, di società decadente, di malcostume e maleducazione, di scaricabarile, ma assai poco sento ragionamenti degni di questo nome per comprendere le ragioni di questo andazzo negativo.

Il percorso che compie Zamperini lungo i vari aspetti della responsabilità appare come un indispensabile viatico per chi si avvicina alla politica, non usando solo la pancia ma anche il cervello. Per illustrare i vari concetti contenuti nel saggio, proverò a identificare delle situazioni reali portate all’attenzione dai media e che possano essere da esempio. In questo articolo, invece, guarderemo un po’ il concetto di responsabilità in generale.

Partiamo con quanto disegnano i dizionari sul concetto di responsabilità. Il Treccani recita: “capacità di rispondere dei propri comportamenti, rendendone ragione e accettandone le conseguenze. Entrato nell’uso politico e giuridico sul finire del Settecento, il concetto è stato usato, in ambito filosofico, soprattutto nelle dispute intorno al problema della libertà“. Senza entrare in merito alle dimensioni filosofiche, possiamo notare che legati al concetto di responsabilità esistono altri concetti: azioni, effetti (danni), ruoli, giustificazioni, colpe e punizioni.

Scrive Zamperini che “l’idea che la libertà dell’uomo sia una libertà soggetta a vincoli, ossia il fatto che l’uomo debba far fronte, nei suoi atti e nelle sue omissioni, a una dimensione altra da sé, diventa esplicita nel caso della responsabilità“. Quindi, è un’amplificazione del processo di differenziazione che ognuno compie prima da bambino, poi da adolescente e, infine, da membro della società.

Questo processo di differenziazione, di fatto, genera l’individuo, è alla base della sua consapevolezza di sé e della sua autonomia: “La responsabilità è il volto assunto dal dovere nella società contemporanea a seguito dell’affermarsi del principio dell’autonomia di ogni individuo e dell’associata esigenza sociale di rispondere di questa libertà e quindi delle scelte operate“.

Per arrivare al concetto di colpa/merito diventa essenziale esplicitare i modi di attribuzione della responsabilità. Infatti, “Il significato più elementare associato alla nozione di responsabilità è quello della possibilità di attribuire a un individuo l’azione che è stata compiuta, identificandolo come colui che l’ha originata e ascrivendo allo stesso la colpa o il merito“.

Connesso al problema dell’attribuzione della responsabilità c’è quello del dovere di rispondere di ciò che è successo, della propria azione e dei propri ruoli. Esiste il “concetto di accountability che rimanda al dovere e alla capacità di rispondere, il che implica che l’azione di cui si deve rendere conto va compresa in relazione a cornici normative (leggi, regole e ruoli sociali)

Accennavo alla consapevolezza che è assolutamente inscindibile dalla responsabilità. Non a caso nei nostri codici esiste la formula “capace di intende e di volere”. Zamperini nota che “comunemente si dice che una persona è responsabile o è dotata di senso della responsabilità per indicare che si tratta di una persona che sa includere, nella motivazione all’azione, anche gli effetti prevedibili della stessa “.

La responsabilità si connota in virtù del compito che affrontiamo, sia essa ludica, neutra o professionale. Da un medico ci aspettiamo che migliori lo stato di salute, da un ingegnere ci aspettiamo che costruisca strutture che funzionino, da uno scrittore ci aspettiamo che racconti una storia. Ogni attività diventa un ruolo che la società inquadra in una serie di regole e prescrizioni che ci inducono ad avere specifiche attese in chi li svolge: “In una società i ruoli, più che essere persone, sono azioni e parole prescritte sebbene i ruoli permettano ai suoi esecutori una certa libertà di interpretazione (…)il ruolo si traduca in aspettative comportamentali che producono strutture di conoscenza (schemi) mediante le quali i soggetti percipienti comprendono e valutano i diversi contesti d’azione“.

Dunque, se si è giudicati responsabili e il nostro comportamento ha generato un danno, ecco che viene attribuita la colpa. Se si è colpevoli, la società richiede implicitamente una punizione: sia per fissare nella memoria della persona responsabile che la mancanza del rispetto del ruolo comporta una sanzione, sia per mostrare al resto degli appartenenti alla comunità il valore di deterrenza della punizione. “I criteri psicologici della responsabilità si riferiscono al fatto che la persona soggetta a punizione , al momento dell’esecuzione delle sue azioni, fosse nella condizione di capire le prescrizioni della legge e di affrontare il problema in merito a che cosa fare trovando una soluzione, nonché controllare la propria condotta in reazione alle decisioni da assumere“.

Questa riflessione si conclude con uno degli aspetti che la branca della psicologia detta Psicologia Sociale può aggiungere: “la psicologia sociale ha utilizzato il termine responsabilità in almeno tre modi: 1) nel senso generale di rendere conto ad altri (…); 2) descrivere gli obblighi creati da codici morali e legali (…); 3) doveri originati da ruoli sociali“.

Ne scriverò ancora nei prossimi articoli in modo più approfondito.

PSICOLOGI NELLA SOCIETÀ, PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI

Questo articolo che ho scritto circa un anno fa sul sito psiconline.it era frutto di alcune mie riflessioni sulla professione dello psicologo. Lo ripubblico su questo blog perché, a distanza di un anno, il mio ragionamento ha prodotto vari sviluppi e mi piace condividerlo anche su queste pagine personali, a mo’ di promemoria.

Questo articolo è un racconto, un’indagine, una teoria e una sfida al tempo stesso. Psicologi e psicoterapeuti, ve la sentite di leggerlo? Chi non vuole impegnarsi, se ne astenga. Tutti gli altri seguano i miei pensieri

Tutto prende avvio da un intervento ad uno dei TED che si svolgono nel mondo. Parla “Carole Cadwalladr, la cronista dell’Observer che ha scoperchiato lo scandalo di Cambridge Analityca (e che è stata bannata a vita da Facebook per questo), ha spiegato come i social hanno influito sulla Brexit. E come stanno facendo del male alle democrazie di tutto il mondo”.

Ma prima di proseguire nella lettura di alcuni passaggi del discorso di Carole proviamo a ricordare una premessa indispensabile.

L’articolo 3 del nostro codice deontologico comincia con: “Lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità”. L’altro passaggio fondamentale del codice ai fini di questo articolo è nel primo articolo: “Le regole del presente Codice Deontologico sono vincolanti per tutti gli iscritti all’Albo degli psicologi”. Fatta questa premessa, seguiamo il discordo di Carole Cadwalladr.

La giornalista inglese (riassumendo) è andata nel paesino dove nacque nel Galles per comprendere il fenomeno della Brexit. La sua indagine rilevava che, nonostante fossero tanti e ben evidenti gli interventi a favore delle popolazioni fatti con i fondi dell’Unione Europea, i residenti si dichiaravano insoddisfatti e ostili verso l’Unione che veniva vista come fonte di insicurezza e minaccia.

Facendo interviste la Cadwalladr si accorge che le persone erano state oggetto di una massiccia dose di disinformazione perpetrata attraverso Facebook. Dalle sue indagini, dal comportamento del colosso di Zuckemberg alle richieste di informazioni delle autorità, arriva ad ipotizzare una complicità diretta di Facebook. “Questa è stata la più grande frode elettorale del Regno Unito degli ultimi cento anni. Un voto che ha cambiato le sorti di una generazioni deciso dall’uno per cento dell’elettorato”.

E poco dopo afferma: “Ho passato mesi per rintracciare un ex dipendente, Christopher Wiley. E lui mi ha rivelato che questa società, che aveva lavorato sia per Trump che per la Brexit, aveva profilato politicamente le persone per capire le paure di ciascuno di loro, per meglio indirizzare dei post pubblicitari su Facebook”. Infine: “In questo esperimento globale e di massa che stiamo tutti vivendo con i social network, noi britannici siamo i canarini. Noi siamo la prova di quello che accade in una democrazia occidentale quando secoli di norme elettorali vengono spazzate via dalla tecnologia. La nostra democrazia è in crisi, le nostre leggi non funzionano più, e non sono io a dirlo, è un report del nostro parlamento ad affermarlo. Questa tecnologia che avete inventato è meravigliosa. Ma ora è diventata la scena di un delitto”.

Volendo riassumere, quella che sembrava la grande via verso la libertà di pensiero e una democratizzazione di massa, si sta rivelando uno strumento di confusione, manipolazione e malessere. Senza voler scendere nell’argomentazione (sicuramente ne avrete percepito la portata) è evidente che tutto ciò collide con quanto leggevamo prima dal nostro codice deontologico.

Il benessere delle persone (che fanno parte della società e che sono chiamate al voto) dovrebbe essere uno dei nostri scopi e il nostro sapere non ci può esimere dall’intervenire, non ci si può nascondere dietro la motivazione della mancanza di un onorario. Ci vantiamo di essere paragonabili ai medici, abbiamo fatto fuoco e fiamme per farci assimilare nel mondo sanitario, ma non credo che in caso di sciagura, con feriti e sofferenti per strada, alcuni medico si astenga dall’intervenire perché nessuno lo paga. Poi, certamente si può discutere e concordare su delle forme di aiuto, in questa azione di soccorso sociale, che non ricadano sulle spalle di pochi.

È possibile per noi psicologi e psicoterapeuti il disimpegno dalle sorti della società che viviamo? Non dovremmo cominciare a intraprendere attivamente delle forme di disinnesco di queste trappole che minano il benessere di tutte le persone perpetrate attraverso web e social?

La domanda finale di Carole Cadwalladr è: “La mia domanda per tutti gli altri è: è questo che vogliamo? Che la facciano franca mentre noi ci sediamo per giocare con i nostri telefonini, mentre avanza il buio?”. E voi? Cosa pensate di fare?

STAT “PSY” PRISTINE NOMINA, NOMINA NUDA TENEMOS

È parafrasando l’ultima frase contenuta nel famoso best seller di Umberto Eco (Il nome della rosa) che mi piace aprire questo post. Parliamo di nomi e di quanto questi siano importanti nella definizione dell’identità.

La riflessione mi è nata ogni volta che mi trovo a parare con amici, colleghi e conoscenti della nostra professione. Quando accenno a qualcuno che agisce dal campo della psicologia mi trovo a dover scegliere con che nome qualificarlo. Psicologo? Psicoterapeuta? Analista? So che ognuno è molto attento a distinguersi, a meglio definirsi attraverso il nome. Quando nel biglietto da visita si fa scrivere “psicologo psicoterapeuta” si percepisce il senso accrescitivo rispetto al semplice “psicologo”. D’altronde è lo Stato che ne fa due figure differenti.

Eppure non sarebbe forse sbagliato avere una sola parola, un solo nome, che definisca tutti coloro che, avendo fatto un percorso formativo psicologico, lavorano per il benessere delle persone e delle comunità. Giusto per fare un paragone con i vicini di casa. Quando diciamo “devo farmi vedere da un medico” non abbiamo bisogno di specificazioni. Successivamente potremo specificare in cosa consiste il sapere specifico del medico che ci occorre. Se vi presento il mio amico, l’ingegnere Taldeitali, non ho bisogno di specificare se è elettronico, civile o idraulico. Intanto è ingegnere.

Forse, questa assenza di un nome che ci accomuni potrebbe essere proprio la spia di un’identità giovane al punto da essere “fragile”. Che nome si potrebbe scegliere?

ANSIA DA PRESTAZIONE GIORNALISTICA

In presenza di un accadimento, di una notizia o presunta tale, accade molto spesso di assistere ad un tumultuoso rincorrersi dei media informativi nel tentativo di essere davanti, essere i primi a dare l’ultimo aggiornamento. È sufficiente che una testata dia una presunta “notizia clamorosa” che tutti gli altri cominciano a rilanciare la stessa notizia. Questa sorta di conformismo giornalistico si traduce in quella che essi stessi chiamano la paura di bucare la notizia. Quindi si genera quel fenomeno in cui più i media trattano un tema, più si persuadono (collettivamente) che quel tema sia “indispensabile”, crogiolandosi in modo esagitato in un eccesso centrifugo di informazione: nei fatti, un riverbero informativo da ansia da prestazione.

Un effetto collaterale di questa prassi ansiosa è che molto spesso (grandi e piccole testate) rilanciano la “notizia” nel più breve tempo possibile, senza procedere ad una rigorosa verifica (in gergo detto fact checking). Gli errori e le inesattezze che vengono diffuse non sono poi rettificate, confidando nell’oblìo del pubblico e sentendosi coperti dell’effetto distraente del continuo flusso di informazioni. Ciò è vero soprattutto, ormai, ad opera dei social media che gli utenti si vedono piovere sui propri schermi, tanto in forma di post sponsorizzati, quanto in forma di articoli condivisi (di cui si legge solo il titolo). Nei rarissimi casi in cui si assiste ad una rettifica, queste hanno una visibilità irrisoria rispetto al clamore dato precedentemente alla notizia falsa di partenza. Si sa che la smentita non ha dignità di notizia.

Ma esistono anche altri vantaggi derivanti da questo modo di “fare informazione” perché ingigantire un evento e riproporlo attraverso continue minime varianti porta alla narrazione: non siamo più di fronte ad un semplice elemento di informazione ma davanti ad una narrazione in piena regola. Narrare  – si sa –  induce alla fidelizzazione, ovvero si rimane ad attendere gli “sviluppi della storia” come si fosse alla visione di una vera e propria soap opera.

Un altro effetto di questo martellamento informativo ad alzo zero fu dimostrato da una ricerca che appurò che se non si dispone del tempo necessario per valutare le informazioni, il nostro cervello tende a considerare vere quelle che vengono diffuse in modo rapido e con un flusso continuo, ovvero le valutiamo secondo le dinamiche del pensiero euristico che è quel tipo di ragionamento che si basa su scarsi elementi e che ci restituisce una valutazione intuitiva. La penetrazione pervasiva delle notizie, grazie alla capacità capillare di contatto che ci viene dalla rete (soprattutto in quel terminale privato che è lo smartphone), può far percepire come vero ciò che non lo è. È la diffusione stessa a creare l’evento secondo la regola che un fatto esiste perché ne parlano (il fenomeno dell’Agenda Setting si basa su questa percezione). Quando uno pseudoevento, un’opinione, un pregiudizio, un pettegolezzo, una diffamazione, ha assunto un valore di verità per tanti, diventa difficilissimo smontarlo.

Con questa forma è possibile identificare anche un altro effetto, caratteristico di radio e tv, che potremmo definire effetto Mentana: il parlare veloce e senza pause in tv genera facilmente una sensazione di credibilità (“parla così perché sa quello che dice“) ben al di là dei reali contenuti.

Insomma, una vera e propria ansia da prestazione giornalistica è alla basa dei fenomeni descritti che, però, hanno pesanti ricadute nella vita della nostra società. Questi (ed altri) meccanismi consentono di infiltrare la paura nelle menti delle persone. E sappiamo a cosa porta la paura in un regime democratico.

LO STUPRO ATAVICO

Nelle scorse settimane ho letto un libretto che mi ha dato spunto per molte riflessioni. Si tratta del testo “Donne nelle mani del nemico” di Alberto Redaelli. Ancor più esplicito il sottotitolo, ovvero “storia dello stupro di guerra dai tempi antichi ad oggi”. Il mio interesse rientra nella voglia di capire realmente le ragioni dei tanti omicidi di donne di cui la cronaca mediatica è piena. Quindi mi sono chiesto cosa accadeva in passato. Questo libro ha dato alcune risposte. Ecco le indicazioni secondo il rigoroso ordine con cui mi sono apparse scorrendo nella lettura.

Cominciamo dal fatto che gli uomini di tutti i popoli, in qualunque epoca, hanno stuprato le donne in guerra. Ciò accade ancora oggi.

Si hanno testimonianze di stupri seguenti alle guerre dal tempo dell’Egitto dei faraoni e degli assiri. Inevitabile pensare che lo stupro di guerra fosse già perpetrato prima o  – addirittura –  che sia stato sempre praticato ma mai considerato degno di lasciare traccia per i posteri. Le donne, a pari di bambini, bestiame e oggetti di valore, venivano considerate “bottino“. Gli uomini  – raramente –  erano ridotti in schiavitù ma, più frequentemente, semplicemente uccisi perché pericolosi. Di conseguenza, le donne, in quanto più sfruttabili, avevano più probabilità di sopravvivere ad una sconfitta. Tra i possibili destini delle donne “conquistate” in guerra, l’avviamento alla prostituzione era una prassi diffusa, perché esse erano considerate come un bene da far fruttare.

Un altro aspetto che emerge da questa ricerca storica sullo stupro di guerra è che può essere usato con una valenza simbolica: quando viene inflitto a sfregio, per sottoporre all’umiliazione. Un atto di disprezzo tanto verso gli uomini quanto verso le donne stesse. Innumerevoli sono i casi riportati di uomini (mariti/parenti) costretti ad assistere alla violenza sessuale perpetrata a mogli, madri e figlie. Per questo, da un lato gli uomini preferivano morire combattendo piuttosto che subire un simile spettacolo, dall’altro si intuisce la genesi del famoso adagio lanciato in caso di pericolo “Prima donne e bambini!”.

Un altro aspetto da rimarcare è che lo stupro (come la violenza in genere) era molto spesso considerato una ricompensa per chi aveva combattuto rischiando la vita, al punto che lo stupro era considerato anche una sorta di “diritto di guerra”. Inoltre, vi sono documenti in cui si fa riferimento che la capacità di stuprare (o fare violenza) era considerato un segno di valore nei capi.

Nel Novecento non vengono fatte eccezioni e i generali americani alle prese di questo fenomeno, temendo la pressione dei mass media del loro paese, trovarono la soluzione semplicemente nell’applicare la censura.

Ma lo stupro di guerra, nel corso dei secoli, ha sempre più assunto connotazioni negative. Il primo tentativo di limitare e punire questa pratica è del 1385 ad opera di Riccardo II d’Inghilterra nel corso di una guerra contro la Scozia. Ma bisogna arrivare al 1863 per avere documentate le prime condanne per gli stupri di guerra. Nel 1949 (ONU) viene scritta la prima norma internazionale di condanna dello stupro di guerra, ma questa norma non è mai stata un vero deterrente.

Proverò, in un prossimo articolo a fare delle considerazioni più approfondite, anche provando a capire quanto le motivazioni descritte per gli stupri di guerra possano essere rintracciabili negli stupri al di fuori delle guerre. Sempre nel tentativo di capire.

SIAMO TUTTI IN ORBITING DI QUALCUNO

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere l’articolo dell’ottima collega Giorgia Lauro che riferiva di quanto ipotizzava Anna Iovine  – in un suo articolo –  su un fenomeno particolarmente evidente nel mondo delle “relazioni social”, ovvero l’orbiting. Per definirlo userò esattamente quanto letto nell’articolo: “un fenomeno in cui una persona interrompe tutte le comunicazione dirette e significative, ma continua a interagire tramite i social (…) non commenta le vostre foto o invia un messaggio, ma guarda tutte le vostre Instagram Stories, condivide i vostri tweet, guarda le vostre foto su Facebook esprimendo un “like”, nel tentativo di mantenere un’interazione seppur superficiale“.

Questo articolo mi ha innescato un paio di considerazioni. La prima è che i social network favoriscono questa forma di “interazione debole“, in cui possiamo mantenere una partecipazione defilata, evitando il face-to-face che implica il coraggio-responsabilità di guardarsi. Chi non avrebbe mai espresso apertamente un gradimento ora può avere questa forma ibrida e “autorizzabile” dal nostro censore interno. La seconda considerazione è che, in fondo, noi abbiamo sempre praticato qualche forma di orbiting. Quando da ragazzi si finiva una storia, una relazione, magari si continuava a chiedere ad amici comuni cosa facesse e come stava l’ex partner; oppure si tornava davanti scuola per poterlo/la vedere ancora di nascosto. La tecnologia ha solo facilitato quello che probabilmente è una tendenza che c’è sempre stata. In fondo, i social media hanno stimolato e ingigantito quella dimensione narcisistica di base presente in ognuno di noi e che, in questo trend crescente di “emanazione del Sé“, viene frullata e centrifugata verso gli altri in modo indistinto.

Ecco perché si riesce più facilmente a rimanere in orbiting e  – senza darle necessariamente una connotazione negativa –  godere di questa interazione debole che potrebbe essere tanto una forma di micro-apprezzamenti, quanto una forma di micro-invidia. Dipende, come tutte le cose umane.

IL CAPITALISMO NON È ETICO, MA IPOCRITA. L’IMPOSSIBILE PASSAGGIO DALL’ETICA ALLA PUBBLICITA’

Che titolone! Adesso Paolillo si mette a fare politica da radical-chic. Mmmmmh, brutta storia. Si, potrebbe sembrare così, ma forse è il caso che procediate alla lettura di questo post. Avvertenza: sarò inevitabilmente costretto a semplificare drasticamente.

La mia riflessione prende avvio da un articolo apparso su The Vision  dal titolo provocatorio “È giusto che i brand usino le battaglie sociali per farsi pubblicità?“. Prima di addentrami in alcune affermazioni contenute nell’articolo, mi soffermo su alcune particolarità già presenti nel titolo. La prima precisazione è che non sono i brand a fare pubblicità, ma sono le aziende. I brand (in italiano “marchi”) sono i beneficiari della pubblicità. La seconda precisazione è che il dubbio contenuto sul titolo contiene una dimensione etica, una dimensione che presuppone un comportamento “giusto” e uno “sbagliato”. Questa considerazione pecca di ingenuità ed ora illustro il perché.

Un’azienda che decide di ricorrere alla pubblicità per aumentare le vendite mira, semplicemente, ad ottenere il miglior profitto possibile. Al contrario del “guadagno“, che è solo il ricavo al netto delle spese, il profitto intende una spinta a guadagnare il più possibile, sempre. Tanto che il termine “profitto“, che dalla matrice latina prende il senso di progresso/giovamento, indica una condizione ancor prima che un guadagno.

Il profitto nel nostro tempo è uno degli indicatori di un più complesso sistema economico basato sulla proprietà privata: il famigerato Capitalismo! Per un imprenditore-tipo ai tempi del capitalismo, il profitto è l’unico faro e, nei casi di capitalismo “selvaggio” (liberale), si è disposti a qualsiasi cosa pur di ottenere il profitto, quello più ampio possibile.

Per tutte queste ragioni appare proprio ingenuo che qualcuno si chieda se sia giusto usare le battaglie sociali per farsi pubblicità (quindi profitto). Si usa qualsiasi emozione, concetto, fenomeno, posizione sociale, affermazione, se questa porta ad aumentare le vendite e, quindi, il profitto. Che ci piaccia o meno.

APPUNTI AMERICANI

La mia idea dell’America con la tara di Roma

Quest’anno mi sono lanciato in uno dei classici delle vacanze transoceaniche: gli Stati Uniti. Il grande paese americano è talmente presente nella cultura occidentale che inevitabilmente si forma nella mente “una certa idea di America”. Un’idea fatta principalmente di televisione, poi di libri e film. Infine, un’idea fatta dalle chiacchiere delle persone che hanno la loro idea di America e di notizie che ci piovono addosso. Ho preso nei giorni trascorsi nelle tre città visitate degli appunti fotografici. Nelle mie lunghissime passeggiate a Boston, New York e Philadelphia, notavo situazioni che generavano il mi stupore o la mia perplessità. Ve li girerò qui con l’avvertenza che dovrete fare la tara perché il mio livello di “civiltà vissuta” è quello della Roma odierna. Quindi…

L’ossessione per le bandiere e l’identità

Una delle prime cose che mi sono saltate agli occhi nelle città che ho visitato sono state le bandiere. C’è una presenza ossessiva delle bandiere stelle e strisce. Case, autopompe dei pompieri, autobus, negozi, oltre che davanti agli edifici istituzionali. Addirittura sulla facciata di un palazzo in ristrutturazione a coprire le impalcature. Mi sono domandato a cosa rispondesse questa necessità di esporre la bandiera. Semplicisticamente potrei dire che è una forma di orgoglio, ma si è insinuato il dubbio che la necessità di affermare pubblicamente e ossessivamente la bandiera possa essere anche l’esito di un sentimento fragile di identità.

Lo stupore da grattacielo e l’assuefazione

Una delle immagini più forti che hanno costruito l’immagine collettiva degli Stati Uniti sono i grattacieli. Dal film King Kong a Manhattan di Woody Allen, passando per tutte le serie tv degli ultimi trent’anni, lo skyline delle città americane ha sempre caratterizzato la nostra concezione di America. Poi, quando ci sei dentro non puoi fare a meno di stare sempre col naso all’insù e percepire l’enormità di queste costruzioni. Però mi sono accorto che sono bastati un paio di giorni per smettere di guardare in alto e tornare al livello del suolo. Tutto ciò che è realmente importante (auto, negozi, chioschi, persone) sono a terra, quindi ci si abitua: anche ai colossi.

Giochi per bambini a disposizione senza vandalismi

Accennavo nel post di apertura al fatto che il mio metro morale parte dallo standard medio italiano che possiamo situarlo tra Bolzano e Siracusa. Il mio è tarato su Roma (purtroppo). Per questa ragione potrete capire il mio stupore nel vedere, in tutte le città che ho visitato, che in vari giardini e altri luoghi della città sono state piazzati dei giochi per i bambini e (qui lo stupore) erano aperti, a disposizione di tutti ma, soprattutto, non rubati e non vandalizzati. Questo mi ha dato una drastica misura della distanza con quella concezione di “proprietà collettiva”.

I lucchetti di Moccia a Philadelphia con variazione di recupero

Ancora lungo la linea dello stupore per la coscienza civile, a Philadelphia ho notato che l’amministrazione aveva fatto installare, a ridosso dell’attracco di alcune navi storiche, delle grate per assecondare la voglia di lucchetti d’amore (maledetto Moccia, ma sei tu la causa di questo stupida abitudine in mezzo mondo?). Ma la differenza c’è perché la stessa amministrazione ha piazzato sotto le grate delle cassette per recuperare le chiavi così da recuperare i lucchetti ed evitare costi e inutili inquinamenti. ok, le simbologie cambiano, ma si può fare questo sforzo sentimentale.

Il senso della Storia e il sasso di Plymouth

Molto spesso si accenna – con una venatura snob – che gli Stati Uniti sono una nazione che ha poca Storia. E’ vero che nascono come nazione solo nel 1772, ma da allora hanno avuto una storia tumultuosa. Nel mio viaggio, però, mi è capitato di vederla concretizzata. Ho visitato la località di Plymouth, vicino Boston, famosa per essere stata il punto di approdo della nave Mayflowers che portava i padri pellegrini che avrebbero fondato le prime colonie. Sul lungomare c’è una sorta di tempietto che fa ipotizzare qualche resto importante. Beh, c’è un sasso che le guide raccontano essere risalente “probabilmente” allo stesso periodo dello  sbarco dei coloni. Dunque, ognuno racconta la Storia come può e, in casi come questo, si passa dalla storia allo storytelling

 

Il senso della Storia e il museo di Ellis Island

L’immigrazione è un tema molto attuale e, se oggi la subiamo, in passato ne siamo stati protagonisti. Ad Ellis Island, a pochi minuti di traghetto da New York, c’è il museo che racconta il fenomeno degli emigranti che sbarcavano dai piroscafi alla ricerca di fortuna nel Nuovo Mondo. Una tenue emozione mi ha preso nel ricostruire le vite di tanti italiani (e non solo) che venivano visitati, registrati, verificati prima di essere fatti sbarcare proprio in terra americana. Una storia che per noi italiani ha densi significati, Ed infatti erano proprio tanti i turisti italiani che giravano e commentavano per le sale del museo.

Convivenza ed estremi sociali

Questa foto potrebbe raccontare di rappresentazioni sociali, di contrasti di classi o di altre cose simili. Non posso generalizzare. Ho visto troppo poco. Però questo scatto mi ha mostrato plasticamente come, spesso, le differenze hanno una breve distanza, una vicinanza che stupisce.

 La statua di Rocky e l’identità cinematografica

Ci sono luoghi che rimangono nella memoria pur non essendoci mai stati e che, magari, ci sono stati narrati. La narrazione del Novecento, oltre i libri, si è arricchita delle arti visive: fotografia, cinema e televisione. Io Philadelphia la conoscevo per i formaggio e per la scalinata di Rocky. Immancabile, a Philadelphia c’è la statua di Rocky proprio affianco alla scalinata che si vede nel film. Siamo al Museo d’Arte e diligentemente in fila ci sono le persone che aspettano di farsi un seflie affianco alla statua di una persona che non esiste, se non nel nostro immaginario.

 Troppi giovani obesi

Abbiamo spesso sentito che uno dei problemi di salute più accentuati negli Stati Uniti è l’alimentazione. Personalmente, ho fatto molta fatica a mangiare meno “junk food” possibile ma è un’impresa difficile. Così ho potuto constatare come sia consistente la percentuale di giovani obesi che si vedono per strada. Dunque, questo stereotipo mi è stato confermato dalla realtà.

 Simbolismo involontari, dal campanile al grattacielo

I campanili delle chiese, soprattutto quelle gotiche, sono alte e a punta, per elevarsi verso il Cielo. Ma il tempo ha cambiato molte cose e nelle city d’America ben altri edifici si sono innalzati verso il cielo. Il Dio del dollaro sovrasta ormai il Dio della fede (forse).

Arredi urbani ed assenza di vandalismo

In ogni città che ho visitato, almeno nelle zone centrali attraversate da noi turisti, ho visto una cura puntuale degli spazi e degli arredi. Tutto in ordine, tutto pulito e  – soprattutto –  nessun vandalismo. Non so la ragione di questo risultato, ma qualcosa mi fa sospettare che ciò è possibile innanzitutto perché le persone non rompono, sporcano, sottraggono. E qui torniamo alla tara di civiltà a cui accennavo nel primo post della serie.

 Marciapiedi grandi

I telefilm americani che giungevano sui nostri televisori, oltre alle immagini delle enormi auto che scorazzavano per le avenue, ci mostravano anche dei marciapiedi grandi, Li ho ritrovati e ne ho assaporato la confortevolezza. Un segno evidente che i modi americano  – anche quelli urbani –  sono cresciuti avendo molto spazio. Un’apparente contraddizione se pensiamo ai centri zeppi di grattacieli che, invece, sfruttano al massimo il minor suolo possibile. Queste ed altre apparenti contraddizioni dagli States.

 

Infermieri in divisa per strada e in metro

Questa faccenda mi è piaciuta meno. In tutte e tre le città che ho visitato (Boston, New York e Philadelphia) gli infermieri giravano per strada, andavano in metro (quindi si sedevano) portando la divisa di lavoro. L’ho trovato antigienico e un segno di scarsa attenzione verso gli ammalati. Magari, però, esagero.

Commercio vs monumento e i caso del Rockfeller center

“Andiamo a vedere il Rockfeller Center”. Ah si, quello che si vede la statua dietro la pista di pattinaggio nei telefilm. Questo è lo spettacolo che mi è apparso arrivato lì. Io capisco che il commercio predilige i posti più belli per poter attirare i clienti, ma è come se a Roma avessero messo ombrelloni enormi e tavolini intorno alla fontana della barcaccia del Bernini, a piazza di Spagna. A volte qualcuno si fa prendere la mano, anche a New York.

Le fontane e la necessità di far giocare i bambini

I bambini sono molto considerati. Ho accennato in un post precedente all’abbondanza di giochi lasciati a loro disposizione nei parchi. Un altro elemento caratteristico sono le “fontane praticabili”. Queste sono al livello del selciato ed è consentito ai bambini di scorazzare a piacimento tra i getti (nessun adulto prova ad entrarci). Addirittura, nella foto c’è una sorta di laghetto-fontana nel parco al centro di Boston in cui sono stati piazzati addirittura del bagnini che controllano che nessuno faccia cose pericolose.

Homeless e poveri

I poveri sono poveri. Sono uguali dappertutto. La nostra società occidentale ha dei criteri di “centrifugazione dei deboli” che variano e la casa è uno dei campi che rendono evidente la povertà. Nelle città che ho visitato non sono mancati gli homeless, ma soprattutto a Philadelphia dove erano numerosi anche nella parte turistica, la old town.

Riconversioni urbane

A New York sono riusciti a far diventare un’attrazione turistica un piccolo tratto della sopraelevata su cui correva la metropolitana. Vicina alla City, la High Line è stretta ma superaffollata, non c’è nulla di particolare: né una vista particolarmente bella, né un caffè, né attrazioni particolari. E’ affollata solamente perché si cammina su un manufatto urbano riconvertito. E’ modernariato ed è uno di quei luoghi particolari che puoi affermare con orgoglio, al ritorno, di aver visto.

La sacralità del pedone

Questo, e non altri, è l’aspetto più importante che ho riportato indietro nel mio viaggio negli Stati Uniti. In ognuna delle tre città visitate, in ogni luogo e quartiere, appena accennavi ad avvicinarti alle strisce pedonali, le auto si fermavano, ben lontane dalle strisce. All’inizio mi sono goduto la meraviglia di questo comportamento rispettoso. Alla fine mi sembrava così naturale che guardavo solo distrattamente, ogni volta che attraversavo la strada, se le auto fossero ferme. Beh, è stato un insegnamento ed ora, tornato in quel frullatore di traffico che è Roma, mi accorgo che quando guido faccio molta più attenzione di prima ai pedoni. E’ proprio vero che l’esempio vale mille spiegazioni.

Note finali in ordine sparso

Per concludere questi appuntamenti con le mie finestre sull’America, delle piccole note. Nella mia idea di America, quella mutuata un po’ anche dai telefilm alla Happy Days, come elemento caratteristico c’era il bowling. Non ne ho visti.

Il senso di calma che ho percepito nel traffico di Boston e Philadelphia probabilmente dipendeva dal ritmo lento del traffico.

La vendita al dettaglio di generi alimentari è sfilacciata. Tanti negozi che vendono un po’ di tutto ma niente di esaustivo (giusto qualche mercato) e con notevoli confusioni merceologiche (si vende insalata dove si vendono i farmaci). Rarissimi i posti dove acquistare pane fresco.

Treni e metro non hanno i vagoni imbrattati dai tags dei writer.

A New York ho notato più coppie omosessuali che si scambiavano effusioni in pubblico che coppie etero. Come ancora, nella Grande Mela ho percepito forte l’eterogeneità etnica degli abitanti. Sembravano esserci tutti, ma proprio tutti.

Con questo post si chiude il mio taccuino di appunti. Se vi è piaciuto, gratificatemi col vostro like.

 

 

 

SUICIDI PER LE GERARCHIE OBSOLETE

Spesso, molto spesso, appaiono in cronaca piccoli articoli con la notizi di uomini delle forze dell’ordine che si suicidano. È successo a Foggia  qualche giorno fa per un carabiniere, a Fiumicino  qualche giorno prima. Una strage silenziosa che non riguarda solo chi appartiene alle forze dell’ordine, ma anche ad agenti della polizia penitenziaria  o militari. Un fenomeno che non riguarda solo l’Italia ma anche la Francia, Israele o gli Stati Uniti.

Esiste un’abbondante letteratura scientifica sul suicidio e, senza entrare in dettaglio (potete consultare una delle tante pubblicazioni sul tema), il suicidio può essere visto principalmente tanto come un modo drastico di comunicare il proprio malessere, quanto il tentativo di smettere di soffrire. Nel caso dei suicidi tra i militari possiamo ipotizzare uno schiacciamento della personalità che è chiamata a rimanere in equilibrio tra l’adesione agli ordini  – lealtà al gruppo di appartenenza – e la consapevolezza della propria responsabilità nella sofferenza altrui (soprattutto in caso di guerra). Per chi, invece, fa parte delle forze dell’ordine esiste l’ulteriore pressione dovuta all’interazione di queste con autori e vittime di reati, a volte raccapriccianti.

Molto probabilmente, essendo le strutture militari e delle forze di polizia fortemente gerarchizzate, con una conformazione derivante dai canoni maschili (chi è uomo non si fa prendere dalle emozioni), in molti non riescono a elaborare queste forme di burnout esasperate. Molto probabilmente sarebbe d’aiuto la presenza stabile di presidi (esterni alla gerarchia, magari in convenzione) psicologici/terapeutici per poter fronteggiare questo fenomeno che viene poco raccontato dai media.

MATTARELLA INCAPPA NELLA DISINFORMAZIONE DI GENERE-CALCIO

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale la nazionale femminile di calcio e, nel discorso che ha pronunciato, è incappato in uno sfondone da eccesso di politically correct. Mattarella, ad un certo punto, ha detto: “Avete conquistato l’opinione pubblica e acceso i riflettori sul calcio femminile: non si torna indietro. È irrazionale e inaccettabile una diversa condizione tra calcio maschile e femminile“. Sarà stato l’eccesso di entusiasmo per la bella prova agonistica delle ragazze, saranno state le parole “nazionale italiana”, ma il Presidente ha detto una cosa sbagliata. Il calcio, ormai, è uno spettacolo professionistico e, come in tutti gli spettacoli, gli ingaggi dipendono dalla quantità di pubblico che riescono a muovere e, quindi, da quanti soldi riescono ad attirare. Un giocatore (maschio) di Lega Pro  – considerati semiprofessionisti –  guadagnano in media 2.500 euro al mese; in Italia ci sono 1.100.000 tesserati alla Federazione Italiana Gioco Calcio e le donne sono poco più di 23mila. Solo questi numeri dovrebbero far capire che un qualsiasi imprenditore troverebbe assurdo pagare alle donne gli stessi ingaggi degli uomini. È una banale questione di economia, se non di aritmetica. Discorso diverso sarebbe il chiedere, più semplicemente, di essere professionisti.

Complice la debâcle della nazionale di calcio maschile dello scorso anno e quella Under 21; complice l’acquisto dei diritti di trasmissione da parte della Rai che, quindi, aveva bisogno di rientrare dell’investimento; complice il battage mediatico che ha “spinto” l’evento innescando la curiosità del pubblico, i mondiali di calcio femminile hanno avuto un’audience eccezionale. Da qui a dire, però, che “è inaccettabile” che le donne non abbiano pari condizioni con gli uomini (soprattutto economiche) sembra un eccesso di galanteria istituzionale. O forse  – viene il sospetto –  anche il Presidente della Repubblica ha perso lucidità quando affronta le valutazioni sulla parità di genere. Un vero peccato e un ennesimo caso di disinformazione.

IL FIGLIO INTERIORE

A volte pensiamo di saper riconoscere al volo cosa accade nella nostra vita ma non sempre ci rendiamo conto che alcuni aspetti ci possono sfuggire. Poi capita di trovarsi dentro certe situazioni ed allora realizziamo. D’altra parte, il sagace Arthur Bloch nelle sue Leggi di Murphy, teorizzava che “se osservi attentamente il tuo problema, ti accorgerai di farne parte“. A me è accaduta una cosa del genere.

Volendo fare qualche premessa, possiamo citare quei fenomeni studiati inizialmente da Freud e Ferenczi definiti introiezioni, poi anche ripresi e ampliati da Jacobson e Kernberg nelle relazioni oggettuali. Sostanzialmente, nel corso del nostro sviluppo costruiamo una serie di rappresentazioni nella nostra mente in riferimento alle persone che amiamo, ovvero interiorizziamo. Il bambino lo fa innanzitutto con i genitori, ma si posso sviluppare con fratelli e sorelle, zie e nonni, amici e amiche, per finire agli amori della propria vita. Ciò che amiamo tendiamo a portarlo dentro, in una presenza ricostruita nella nostra mente, così che ne avvertiamo il “calore” anche quando non sono vicine. È ciò che permette al bambino di andare all’asilo o di essere lasciato dai nonni o con la babysitter quando andiamo al lavoro.

Generalmente si tende a vedere questo fenomeno come un’efficace strategia per sopravvivere alle dipendenze affettive in presenza di un allontanamento. Da adulti un caso frequente è nelle relazioni a distanza: lui e lei con 500km in mezzo. Ma dimentichiamo che esiste una situazione molto più frequente che, però, negli ultimi anni sta subendo un’involuzione. Viene chiamata anche Sindrome del Nido Vuoto, ovvero quando i genitori vedono i figli andare via da casa per costruirsi una vita altrove: cominciano a soffrire e, molte volte, tendono a riavvicinare i figli a sé, magari comprandogli casa nello stesso stabile o alimentando la loro dipendenza economica (di questi tempi è operazione facile). Nei casi virtuosi, invece, il genitore aiuta e favorisce l’indipendenza dei figli, l’autonomia e l’avvio verso strade e mete loro, non quelle desiderate e proiettate dai genitori stessi. Come riescono questi genitori a resistere alla lontananza? Proprio attraverso l’interiorizzazione della figura del figlio. Un processo inverso ed equivalente a quello vissuto dai figli. Il figlio vive dentro di sé e la sua autonomia restituisce la misura della propria riuscita di genitori. Dunque, viva il figlio interiore.

psicologia, audiovisivi e vita delle persone