ANCORA IMPRESSIONI DA LONDRA

Sono stato a Londra per la terza volta e la mia percezione della città si sta facendo più approfondita. Condividerò con voi quelle impressioni che ho potuto fermare con una fotografia.

 

Sarà la conseguenza dei bombardamenti degli aerei nazisti nell’ultima guerra mondiale, che hanno distrutto pezzi importanti della città, ma il panorama degli edifici mi ha confermato quell’impressione di una gran confusione. Accanto a idee che arredano un palazzo che, altrimenti,  resterebbe anonimo,troviamo delle vie ottocentesche che vedono il grattacielo puntare dei tetti.Ma può accade anche di trovare delle magioni che sembrano uscite direttamente da un film di Henry Potter.

Per ritrovarsi nella Londra dei londinesi basta uscire dalla Zona 1 ed arrivare ai margini della Zona 2. Ecco le case a schiera che furono prese in giro anche in uno dei fumetti di Asterix.

Ma nella City si può arrivare anche a vedere delle case “circondate” come questa. Quando l’ho vista mi sono domandato quali emozioni provassero gli abitanti di quella casa: orgoglio o soffocamento?

A proposito della City, il cuore pulsante delle attività economiche britannici, sotto il palazzo della Bloomberg si trovano i resti archeologici di un tempio dedicato al dio Mitra. Poca roba rispetto a quello a cui ci ha abituati l’Italia, ma ben curati e, soprattutto, visitabili gratuitamente, in un allestimento ipertecnologico che restituisce suggestione del luogo di culto.

E passiamo a qualche curiosità sull’inglesitudine. La prima sottolinea il sottile umorismo nel chiamare due strade adiacenti “Ave Maria lane” e “Amen corner”. Poi, in Trafalgar square hanno modificato i semafori inserendo i simboli di tutti i sessi possibili al posto del classico omino, in una versione inutile del politically correct ma forse con intento umoristico.

Sono stato anche al cimitero di Highgate in cui si conservano le spoglie di Karl Marx. Mi aspettavo di trovare qualche “pellegrino” e ne ho trovato più di uno, anche giovani.

Per chiudere, due immagini che, a mio parere, raccontano bene una certa aria di Londra

 

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TURISTI VS. VIAGGIATORI

Nel numero del 15 dicembre 2017 de L’Internazionale ho notato un articolo molto interessante dal titolo “Il dilemma del turista” a firma di Stephan Sanders. Dal momento che mi diletto in articoli sulla psicologia del viaggio, mi è sembrato imprescindibile leggerlo. Inevitabilmente sono nate molte riflessioni che condividerò con voi.

Inizialmente mi sono chiesto cosa differenzia un viaggiatore da un turista? Sicuramente la motivazione, ovvero la ragione per cui le persone si spostano da casa propria, dalla propria città o paese. Penso che il viaggiatore abbia un qualcosa da fare in un altro luogo e che, quindi, affronti lo spostamento come prezzo inevitabile. Ciò non toglie che, lungo il percorso, egli non possa approfittare di quanto possa incontrare: da vedere, da ascoltare, da assaggiare e, ovviamente, da disprezzare. Il turista, invece, ha come prima motivazione la ricerca dello stupore, intesa come deliberato inseguimento di ciò che ci procura meraviglia, che ci sorprende, che ci risulta nuovo. Tutto ciò che, insomma, riesce a modificare la nostra attenzione procurandoci emozioni. È facile intuire che queste due motivazioni generino due comportamenti differenti, anche se negli ultimi decenni la differenza si è molto attenuata.

In realtà storicamente il Viaggio è lentamente diventato una sorta di  prototurismo. Se nell’Ottocento i ricchi e i nobili viaggiavano (faticosamente, visti i mezzi di trasporto dell’epoca) nel secondo dopoguerra, col crescere dei redditi delle famiglie in virtù del lungo periodo di pace, è cresciuto quel senso di diritto alla felicità che rappresentano le vacanze. E se i nostri genitori vedevano il trasferimento verso le case al mare o in montagna come il meritato viaggio annuale, i loro figli  – noi –  siamo cresciuti col mito del viaggio come affermazione di indipendenza e, dato che eravamo assolutamente squattrinati per poterlo fare come i ricchi borghesi, inventammo l’autostop.

Cosa ci spingeva ad affrontare i disagi e i rischi del viaggio in autostop o con la famosa carta Interrail? Sicuramente la voglia di conoscere luoghi e genti nuove (meraviglia), ma anche il desiderio di rompere la routine. Sfuggire alle azioni abituali, alle incombenze quotidiane e sperimentare quel senso di libertà che dà il viaggiare. Tutte queste sono motivazioni da viaggiatore.

Esiste, però, il comportamento omologante – figlio dell’invidia – di quelli che pensano: “se lui è stato bene nel viaggiare, lo voglio fare anche io. Lo posso fare anche io”. Questo tipo di motivazione ha un implicito corollario, ovvero che si deve mostrare agli altri la prova della propria capacità turistica. Ecco che la tecnologia viene in soccorso e, se un tempo bastavano le cartoline spedite dai luoghi visitati (i più tecnologici ci rifilavano le raccapriccianti serate di proiezione delle diapositive), oggi la connessione globale ci fa sentire obbligati al selfie-testimone che ci permette di dire “guardami, sono qui. Non provi un pizzico di invidia?”.

La propagazione di questo comportamento, quasi come una pandemia, ha generato il “turista di massa” che già nel 1958 Hans Magnus Enzenberger aveva teorizzato nel saggio Una teoria del turismo. Questo tipo di turismo è quello che devasta le città d’arte e che le trasforma in banali Luna Park. Questo tipo di turista è quello che guarda sfuggevolmente ciò che gli si para davanti. È quello che si accontenta di vedere i monumenti a bordo di un bus scoperto in movimento. È quello che, pur di poter andare nei posti (viaggiare è una parola grossa) mangia il panino portato da casa, lasciando tonnellate di rifiuti.

Esiste, però, un macroscopico effetto collaterale al turismo di massa, come nota anche Stephen Sanders nell’articolo: “Noi turisti portiamo soldi nei luoghi dove andiamo e, soprattutto, ce ne torniamo a casa in un asso di tempo ragionevole. Forse a livello individuale, ma a livello collettivo siamo diventati una forza di occupazione che nelle grandi città europee non si limita ai periodi di vacanza (…) Ci sono i cittadini che vedono quello che una volta era il “loro centro”, la loro piazza o agorà, ormai sotto il controllo di un gruppo di estranei di passaggio che non si affeziona e non stabilisce alcun legame, ma vive nella prospettiva del viaggio di ritorno“. Infatti, stanno cominciando i movimenti di protesta contro i turisti, italiani e stranieri perché, non solo sporcano e rumoreggiano, ma tornano. Se hanno apprezzato un luogo cercano di tornarci ancora, fino a prendere il posto degli abitanti locali. Per esempio, Londra è la quinta città “italiana”. Ma accade anche il contrario. I turisti facoltosi si innamorano di un quartiere come Trastevere o di un casale in Toscana o sul lago di Como ed ecco che, approfittando della crisi, i nuovi proprietari allungano l’elenco dei cittadini “due settimane all’anno”. Io penso che un viaggiatore non cerca di appropriarsi di un luogo transitandolo o comprandolo, ma vivendolo come un proprio arricchimento attraverso le vite e le opere altrui.

Forse è questa la differenza tra il viaggiatore e il turista.

VISITANDO BUCAREST

Nell’immaginario collettivo la Romania ha una scomoda connotazione perché subisce lo stesso trattamento che avevano, prima di loro, gli albanesi, soprattutto determinato dalla consistente prostituzione di ragazze rumene (uso la vecchia accezione con la “u”) sulle nostre strade. A questo contribuisce anche la vaga conoscenza che gli “zingari” siano frequentemente dei rumeni. Nel mio caso si aggiunge qualche reminiscenza storica che vede i rumeni al fianco di Germania e Italia durante la seconda guerra mondiale; ma anche che la Dacia fu terra di conquista e di confine dall’imperatore Traiano in poi.

Il mio viaggio a Bucarest  – o Bucuresti, come scrivono loro –  comincia con un arrivo all’aeroporto di Otopeni in tarda serata e, in previsione di questo arrivo letteralmente al buio, si è deciso di ricorrere ad una macchina con autista procurata dallo stesso albergo. Attraverso i finestrini ho visto lo scorrere di grandi viali ed ho cominciato ad ascoltare il suono della lingua attraverso la radio accesa. Non ho avuto una prima impressione definita e questa sensazione mi è tornata nei giorni successivi.

Il giorno dopo, alla luce di uno splendido sole, ho cominciato a camminare per i grandi viali di Bucarest. Quando dico “grandi viali”, dico proprio grandi. Sembravano quelli parigini, con tanto di Arco di Trionfo (celebrativo della vittoria nella prima guerra mondiale). Le pagine della guida mi hanno confermato che proprio la capitale francese ha spesso ispirato gli urbanisti rumeni al punto che all’inizio del secolo scorso veniva chiamata la Parigi dell’Est.

Le mie camminate hanno girato la zona centrale in lungo e largo e devo confessare un certo spaesamento. Bucarest manca di un vero centro storico, se non si vuole considerare la zona turistica standard dei ristoranti di via Lipscani. Le varie piazze, chiese e giardini sono molto distanti tra loro e la rete metropolitana, ideata per gli spostamenti operai da un lato all’altro della città e non per chi andava a lavorare/frequentare il centro, non aiuta a costruire un unico filo rosso.

I palazzi sembrano il risultato di una personalità multipla. Il vecchio rimane qua e là, seminascosto, vittima della furia urbanistica dello sventramento di Ceausescu. Questo ha fatto seminare i viali di enormi condomini che oggi appaiono mediamente “sgarrupati”. Come in molte grandi città, è sufficiente allontanarsi dalle zone centrali per notare i primi accenni di degrado in forma di immondizia abbandonata. Poi ci sono i palazzi in vetro ed acciaio che inseguono un dinamismo moderno e che, per certi versi, mi ricordano gli arditi accostamenti di Londra. Ho visto molti parchi cittadini ma pochi runner urbani.

Quando vado in altri luoghi, siano in Italia o all’estero, mi piace riuscire ad interpretare il ritmo della città. Uno degli aspetti che contribuisce a darmi questa sensazione sono i suoni. Il primo suono che si è imposto a Bucarest è lo strombazzare dei clacson delle auto. Gli automobilisti lo usano un po’ come noi italiani una ventina di anni fa: praticamente un intercalare nel traffico. La sensazione ritmica è di una città mossa ma non frenetica. Nella piazza sotto il palazzo del dittatore, attrezzata per il Natale, la sensazione era di una festa per chi ci vive, non per i turisti (pochi e facilmente identificabili).

Infine, elemento imprescindibile, sono le persone. Pur muovendomi in un ambiente che tentava evidentemente di inseguire una modernità all’americana ancor più che all’europea, mi è sembrata un’umanità sobria. Anche la gioventù  – generalmente più agitata anche nei modi di apparire –  è quella che ci si aspetta in una delle tante capitali dell’Unione Europea. Contrariamente ad uno dei nostri stereotipi, non ho riscontrato la presenza di “zingari”: non so se per effettiva assenza o per azioni di contrasto delle forze dell’ordine. E’ stata forte, invece, la constatazione della padronanza diffusa della lingua inglese con ottimo accento e, per noi italiani, è sempre una sorpresa notare di quanto sia diffusa la conoscenza della lingua dei viaggiatori in altri paesi.

Nel suo complesso, questa escursione a Bucarest mi ha dato l’impressione di una città in marcia verso un’omogeneizzazione con gli standard europei, anche architettonicamente, molto più tendente all’immagine di un futuro che hanno evidentemente introiettato. La presenza di tanti negozi delle catene più diffuse in Europa mi hanno fatto pensare ad una Romania terra di conquista di imprenditori più o meno tranquilli. Una gita in una memoria di come eravamo noi italiani qualche anno fa.

  

  

LE BAMBOLE DESIDERATE

La scorsa estate mi sono imbattuto in un articolo su un argomento strano: le bambole con fattezze di donne a grandezza naturale. Più esattamente, bambole in silicone destinate a soddisfare i desideri sessuali e non solo. In sostanza, un artigiano spagnolo ottiene un cospicuo finanziamento da parte di un imprenditore cinese ed è convinto di avere un grande successo. Le foto che ritraggono il creatore delle donne-manichino fanno intuire la ricerca di una sensualità immobile. È evidente che queste bambole a dimensione naturale sono l’evidente evoluzione delle bambole gonfiabili che si vendevano nei sexy shop ed hanno il compito di soddisfare i desideri sessuali dei loro compratori. Addirittura, in questa versione dialogano.

La notizia viene accolta dal pubblico in un misto di divertimento e riprovazione per i maschietti che compreranno questi costosi manufatti, ma anche che di disapprovazione verso il loro creatore. Ma perché sono create queste bambole dalle prosperose forme? Proviamo a fare lo sforzo di andare oltre gli schemi mentali stereotipati che scattano su certi argomenti e cerchiamo di percorrere uno dei possibili scenari psicologici che ne determinano la dinamica.

Partiamo da un primo assioma: se nasce un comportamento è segno che c’è una necessità. Quale potrebbe essere la necessità di chi compra una bambola in silicone? Una risposta potrebbe essere che questa dovrebbe supplire ad una carenza di sesso del proprietario. Cosa potrebbe impedire all’uomo di avere una vita sessuale? Le ipotesi possibili potrebbero essere tante: 1) essere brutto; 2) essere povero; 3) sentirsi timido e inadatto; 4) essere spaventato dall’aggressività femminile; o forse un misto di queste ed altre ragioni. Quali sarebbero, dunque, le qualità che soddisfa una bambola sessuale del genere? Non ti giudica, non richiede un continuo impegno di soldi (a parte i costo iniziale), non ti rifiuta, è immobile (non passiva) e rimane dove la lasci. Aggiungerei che si lascia abbigliare secondo i gusti e le fantasia del proprietario. Potremmo definirla l’incarnazione di una donna ideale per un uomo? Naturalmente no. Sicuramente non è una donna. Tuttalpiù un sogno materializzato.

Queste considerazioni chiamano in causa il più ampio fenomeno della sessualità maschile e, conseguentemente, della sessualità femminile, della loro interrelazione, delle dinamiche che generano tutta la gamma di emozioni che esistono tra la soddisfazione e la frustrazione, tra il piacere e la rabbia.

Il problema delle bambole del sesso  – tornando all’origine di questo post –  non è facile da liquidare. L’iniziativa iberico-cinese è solo l’ultimo step di una serie di azioni che portano verso la realizzazione di un probabile sogno maschile, ovvero il sesso secondo necessità. Del sesso puro, senza comportamenti propiziatori, seduzioni, balletti corteggiatori, ricatti e riscatti, centellinazioni e negazioni. Perché dentro la sessualità (è sciocco negarlo) esiste anche il senso del potere, il potere di concedere sesso e di arrogarsi violentemente il sesso. Il potere è un afrodiasiaco potentissimo se, come si sostiene, la migliore zona erogena è il cervello.

Un essere con fattezze di donna che assecondi i desideri è presente nella mentalità maschile al punto che degli scrittori di fantascienza l’hanno immaginato nel futuro. Nel romanzo di Philip Dick del 1968, Blade Runner, uno dei quattro replicanti che vengono inseguiti dal cacciatore è Bliss “modello standard di piacere per i lavoratori delle colonie”. Ma anche nella saga dei robot scritta da Isaac Asimov i robot umanoidi altamente perfezionati e indistinguibili dagli esseri umani (se non nel comportamento) diventano compagni sessuali degli uomini e (udite! udite!) delle donne. Eh già, perché ci si può chiedere perché una donna non possa trovare in un umanoide robotico il compagno sessuale delle proprie idealizzazioni, paziente e adorante, che sostenga quanto occorra ogni singola donna a rincorrere la propria soddisfazione.

E le emozioni? Le emozioni non fanno parte di questo post. Però, se proprio siete intrigati da questo scenario, provate a leggere il romanzo di Asimov “I robot dell’alba”.

VISIT STOCCOLMA

Per chi, come me, ha vissuto gli Anni Settanta, quelli in cui una bella e bionda svedese (Solvi Stubing) impersonava lo stereotipo di ragazza svedese, ma anche gli anni in cui le svedesi erano al top dei desideri dei vitelloni della riviera romagnola, era inevitabile che nella mia mente ci fosse l’eco di questo stereotipo. Ma la Svezia è anche il paese, unitamente alle altre nazioni scandinave, che rappresentavano lo “stato sociale” per eccellenza, quello che vede un prelievo fiscale del 50% ma che ha tutti i servizi efficaci e per tutti. Un paese di doveri ferrei ma di diritti consolidati. Il paese dei premi Nobel e del premier Olaf Palme assassinato, il paese della Volvo e della Ericsson. La Svezia, dunque, era molte cose nella mia mente prima che vi arrivassi. Poi ci sono arrivato e vi racconto le mie impressioni.

Stoccolma è una città nata relativamente tardi, in tardo Medio Evo (1252), e nasce su una serie di isole e promontori in un mare interno. Il nucleo più antico è su un’isoletta (Gamla Stan) ma si è successivamente espansa sulle isole circostanti. Questa conformazione è stata ciò che ha reso più difficile la mia “comprensione” della forma della città. Siamo abituati a città che si sviluppano su un “centro” storico e sulla stratificazione successiva delle aree pi recenti secondo un andamento ad anelli. Stoccolma, invece, è una città-arcipelago, pluricentrica. La manifestazione più eclatante è la compresenza di un centro”commerciale-lavorativo” nella zona della stazione centrale dalle discutibili forme architettoniche. Una zona, impersonata dalla piazza Sergel Torg, che ho trovato francamente brutta nella sua idea stilistica, dalle linee dure tipiche di una certa architettura Anni Settanta e, a detta degli stessi abitanti di Stoccolma, non bella (la chiamano “la piastra”) e poco funzionale.

L’uso dello spazio urbano è una delle prime caratteristiche che mi sono apparse evidenti. Le strade sono larghe e sono larghi i marciapiedi, spesso alberate. Questo impiego dello spazio è quello che ha consentito con facilità la creazione delle piste ciclabili, oltre che la relativa assenza di forti dislivelli. Le biciclette sono largamente impiegate, anche se non si arriva all’uso massiccio di una città come Amsterdam. In comune, invece, con tutti i paesi del profondo nord è la ricerca estrema della luce naturale. Le ampie finestrature di tutti gli edifici lo testimoniano forte. In molte abitazioni le superfici vetrate coprono l’intera parete esterna, alla ricerca della luce.

La luce è anche uno degli aspetti che colpisce chi viene da latitudini più basse, come noi mediterranei. Colpisce che la notte non sia buia nei periodi estivi, ma solo con la luce attenuata. Invece, quando il cielo è plumbeo per le nubi, col tipico cielo invernale dei paesi nordici, si ammanta tutto di una monotonia cromatica. Ma quando il cielo è sgombro dalle nubi il sole dà vita ai luoghi e agli svedesi. Escono i colori e gli abitanti si lanciano all’esterno, che siano i generosi balconi delle loro case o gli spazi comuni. Spazi, questi ultimi, numerosi e soprattutto integri: non una panchina rotta o oltraggiata, non una canonica carta per terra, non un bus o una carrozza di un metrò imbrattato. Anche o tag dei writer sono pochi e visibili andando verso le periferie.

Un altro aspetto che ha risuonato in me è la passione per il mare. Andare in barca è una passione che diventa evidente proprio per la forma arcipelago della città. Se, andando su uno dei barconi in gita, si osservano le varie case, si scorgono in tutte le barche che sono ormeggiate, segno di una familiarità con l’elemento marino che li unisce ai popoli mediterranei.

Il panorama antropologico della capitale svedese è comune a tutte le grandi capitali occidentali, con un multiculturalismo evidente e con gli altrettanto evidenti tentativi di integrazione: soprattutto per quelli che vengono da zone africane o mediorientali: li vedi tra gli operai, tra gli autisti dei bus, nei ristoranti e caffè. Addirittura gli zingari sono più curati di quelli che incontriamo nelle nostre strade. Ritornando, poi, agli stereotipi presenti nella mia mente prima di questa visita a Stoccolma, mi aspettavo di trovare i famosi biondi svedesi in numero preponderante, ma non è stato così. Solo a partire dal pomeriggio del sabato li ho visti abbondanti ed ho concluso che non li avevo visti perché tutti impegnati nei loro lavori.

Particolarmente evidente, invece, a qualsiasi ora e in qualsiasi giorno, l’onnipresenza dei passeggini. Sono dappertutto e con una quasi paritaria divisione tra madri e padri. Assieme ai praticanti di jogging (anche questi a centinaia), i passeggini sono i veri padroni di marciapiedi e bus. Non si vedono bimbi in braccio ma solo qualche marsupio per quelli più piccoli.

Infine, assolutamente fondamentale nel senso di identità di un popolo, gli svedesi sono praticamente bilingui: tutti, ma veramente tutti, parlano l’inglese.

Infine, chiudo queste considerazioni su Stoccolma, con un cortocircuito che nella mia mente hanno fatto due elementi. Il primo è stato il discutibile stile delle tappezzerie e arredamenti di Ikea (simbolo moderno di svedesità) e il secondo è stata la mancanza di bellezza della città, tanto negli elementi architettonici quanto negli arredi urbani o degli interni. Al contrario di Londra che negli anni ha fatto largo usa della creatività degli stranieri, a Stoccolma sembra tutto ciò che è Made in Sweden non spicchi per bellezza, lo testimonia il loro monumentale Municipio.

SPOT SOCIALI

Lo spot pubblicitario è una delle forme più sofisticate di comunicazione audiovisiva. La necessità di coniugare rapidità ed efficacia nella comunicazione rende questa forma di video particolarmente difficile. Questa complessità, che poi determina la forma finale, dipende dagli scopi e dalle strategie di diffusione degli spot. Generalmente, gli spot sociali sono una parte di una campagna più ampia e rappresentano lo strumento destinato a raggiungere la massa più ampia di persone.

Le campagne sociali – quindi anche gli spot – avrebbero lo scopo di indurre un cambiamento di un dato comportamento nelle persone. Comportamenti che riguardano tanto i comportamenti autolesionisti (droga, aids, incidenti, alcool…), quanto i comportamenti prosociali (volontariato, raccolte fondi, donazione organi…). In teoria, esse sono sostanzialmente una “comunicazione persuasoria su idee e tematiche di interesse pubblico, volta ad accrescere e valorizzare il capitale sociale di un paese, a favorire la crescita della società civile intorno a valori condivisi e condivisibili in prospettiva universalistica (…) Non vi è dubbio che il successo della comunicazione dipenda dalla condivisione di un “mondo comune” di valori e di significati, dall’osservanza di un insieme di regole sociali che sempre governano la comunicazione” [Gadotti-Bernocchi; 2010]. Anche il presidente della famigerata istituzione di Pubblicità Progresso afferma “ La pubblicità sociale ha lo scopo di affrontare questioni di grande importanza civile, coinvolgendo il pubblico di riferimento per indurlo a riflettere sulle tematiche affrontate. L’obiettivo di questo genere di pubblicità non consiste semplicemente nell’invitare a riflettere, ma anche nella spinta a mettere in atto determinati comportamenti” [www.pubblicitaprogresso.org].

Obiettivi ambiziosi, quindi.

La domanda fondamentale è: può un prodotto audiovisivo modificare un comportamento? Generalmente no. Infatti, non sono pochi gli studi che pongono molti dubbi all’efficacia di queste campagne tanto da sottolineare come “in una società decomposta nei continui sviluppi della modernità non si debba escludere che  – al di là delle stesse intenzioni –  la comunicazione sociale possa produrre, anziché inclusione e solidarietà, esclusione e divisione” [ibidem]. La ragione è semplice da capire se, come invece accade di partire dalle intenzioni persuasorie di chi fa queste campagne, si parte dalle motivazioni dei comportamenti stigmatizzati. Per quali ragioni si fa uso di droga? Cosa può controbilanciare queste spinte autolesioniste? O anche cosa spinge all’anoressia, gli incidenti stradali, il gioco d’azzardo? O, ancora, come si può affrontare una campagna contro l’omofobia o l’antisemitismo se non si conoscono le ragioni psichiche che li generano? Se non si compie una seria analisi preventiva su questi aspetti, ci saranno molte possibilità che la campagna sociale si trasformi in danaro sprecato. A titolo di esempio di campagna risultata inutile potete guardare questo spot sulla guida in stato di ebbrezza che ripercorre gli argomenti standard in questi tipi di spot, commissionato dalle province di Pesaro e Urbino.

Raramente ne viene ricordato uno e, tanto meno, ha inciso nei comportamenti. Hanno influito molto di più le sanzioni pesanti in caso di guida sotto l’influsso dell’alcool perché la possibilità di perdere (soprattutto nei neo patentati) la patente presa da poco era una dissuasione che agiva direttamente sulle motivazioni, andando ad equilibrare la spinta dei comportamenti di emulazione tra pari.

Come è facile immaginare, dietro la denominazione “spot sociale” esistono una varietà di comportamenti diversi che essi cercano di sollecitare e vari sono i linguaggi a cui fare ricorso per provare a innescare i comportamenti desiderati. Gadotti e Bernocchi ne identificano ben otto

  • sentimentale-commuovente-patetico
  • drammatico-violento-scioccante
  • aggressivo-accusatorio-di denuncia
  • rassicurante-gratificante-positivo
  • divertente-umoristico-ironico
  • provocatorio-irriverente-trasgressivo
  • informativo-descrittivo-documentaristico

Questa classificazione, pur se ampia, non permette di capire come vengano realmente costruiti questi spot, tanto deliberatamente quanto inconsapevolmente perché mancano le dimensioni psicologiche. Proviamo ad elencarne qualcuna.

 

Colpevolizzare. È l’emozione più ricercata perché quella più forte da parte di chi vuole il cambiamento. Smettere di fumare, guidare più piano, non usare droghe, non lasciar morire i poveri, sono tra le colpe che la motivazione intimidatoria cerca di indurre. Genera concordia in chi non ha i comportamenti stigmatizzati ma viene rifiutato (in vari modi) da chi è soggetto. Vedi un esempio

Identificare. Il motto potrebbe essere “mettiti nei suoi panni” e rappresenta uno dei particolari meccanismi della psiche per indurre l’imitazione, puntando all’empatia di chi vede lo spot rispetto alle vicende rappresentate dai personaggi nello spot stesso. Vedi un esempio.

Positivizzare. Provare a dare una valenza “anche positiva” a qualcosa che viene vissuta con repulsione o diffidenza è una delle forme emozionale che può avvicinare a situazioni da cui le persone rifuggono, come i disabili, gli immigrati, i nomadi. Vedi un esempio.

Ridicolizzare. Smontare il fascino che esercitano alcune condotte molto apprezzate in ambienti omogenei  – come quello degli adolescenti –  mira a far resistere alla tentazione in quelli che vorrebbero farlo ma non osano. Non funziona con chi ha già simili comportamenti. Vedi un esempio.

Informare. Questo spot, non avendo l’assertività tipica di chi cerca di cambiare un comportamento, lascia agli utenti la possibilità di scegliere, quindi  non mette in moto i meccanismi di difesa/aiuto che le persone mettono abitualmente in azione nei confronti degli spot pubblicitari. Vedi un esempio.

Cavalli di Troia. Quando, con accostamento psicologicamente truffaldino, un’azienda avvicina un tema sociale al proprio marchio. E’ un’operazione di marketing brutale che risulta efficace al “sentiment” di un brand, ovvero all’etichetta emozionale che si vuole dare al marchio di un’azienda. Vedi un esempio.

 

Uno degli aspetti che depotenzia gli spot sociali è che essi non tengono conto delle naturali difese psicologiche che mettono in atto gli autori dei comportamenti stigmatizzati. Chi beve troppo alcool, o guida pericolosamente, o consuma droghe, o gioca alle slot machine, ha già fatto un lavoro su se stesso di depotenziamento della responsabilità, quindi sarà poco incline a credere a simili messaggi pubblicitari. Quando le persone vengono messe di fronte ad un proprio dolore mettono in modo vari comportamenti per non soffrire. Eccone alcuni.

Annullamento: si mettono in atto pensieri e comportamenti dal significato opposto ed ha un significato espiatorio.

Diniego: si rifiuta di riconoscere esperienze penose, impulsi, dati di realtà o aspetti di sé o del mondo percettivo.

Isolamento: consiste nell’isolare un pensiero o un’esperienza sgradevole dalla carica affettiva a essi connessa o dal contesto significativo in cui sono inseriti.

Negazione: consiste in una rimozione dei contenuti che sono fonte di dolore così che possano accedere alla coscienza alla sola condizione di essere negati (in questo caso la persone è assolutamente inconsapevole di questa difesa).

Proiezione: realizzata attraverso l’attribuzione ad atri di un proprio aspetto ritenuto negativo, per cui la persona può biasimarlo in altri sentendosene immune.

Rimozione: è un’esclusione dalla coscienza di rappresentazioni connesse a una pulsione che, se fosse soddisfatta, sarebbe in contrasto con alte esigenze psichiche.

Evitamento: è la forma più arcaica di difesa, ovvero evitare letteralmente la fonte di dolore. Cambiare canale. Andarsene.

 

La pubblicità sociale è una tra le possibili forme pubblicitarie ed è una forma di comunicazione persuasuoria. Al contrario di quella commerciale, deve “vendere” un modello di comportamento e non un prodotto o un servizio. Entra direttamente col mondo relazionale di chi la guarda e, quindi, ha molte probabilità di ritrovarsi la tre maglie della rete difensiva dei destinatari del messaggio. Oppure di generare effetti collaterali nelle persone che non sono il target ma che subiscono il messaggio indifferenziato di questo tipo di comunicazione. Per questa ragione, oltre che ad una seria analisi psicologica del messaggio, del linguaggio filmico e delle forme di diffusione, bisogna costruire le condizioni perché il messaggio sia accettato. Come sottolinea Robert Cialdini, uno dei massimi studiosi della persuasione, “oltre a porre l’attenzione al contenuto di un messaggio, dobbiamo concentrarci anche su ciò che accade immediatamente prima della trasmissione del messaggio, perché quel momento serve da acceleratore al nostro messaggio” [Cialdini in Psicologia Contemporanea n. 261].

Per finire, vi mostro uno spot che, a mio parere, contiene gli elementi adatti per costituire un esempio positivo di un comportamento adatto ad una comunicazione sociale.

I DIECI FILM PIU’ IMPORTANTI DELLA MIA VITA

Al contrario della musica che vivo profondamente in qualsiasi momento della mia vita quotidiana, i film sono qualcosa di più episodico. L’importanza che essi assumono dipende dal momento in cui li vediamo, con chi eravamo, se era al cinema o in tv, se la storia era entrata in risonanza con il nostro vissuto o se lo spettacolo ci ha stupiti. E’ stato, quindi, difficile fare questa classifica. Soprattutto è stato difficile non farsi prendere dalla testa e rimanere di pancia, rimanere ai film che realmente sono stati importanti e non necessariamente belli.

Non ve li proporrò in ordine cronologico ma di importanza e rilevanza nella mia storia. Vi troverete, quindi, dei bei salti temporali.

 

10° – Un’altra donna – Woody Allen (1988)

Tra i tanti film di Woody Allen che ho visto, questo è stato l’unico che non aveva alcun intento comico. Una storia molto intima che riguarda un mondo che ho vissuto da dentro e da fuori, ovvero quello della psicoterapia, ma dal punto di vista della professione. Incrociare le vite di altre persone, appassionarsi alle loro storie, anche minime. Le paure e le difficoltà di chi, invece, deve essere colei che aiuta sono un punto di vista diverso della vita. Questo film mi ha lasciato la morbida sensazione di aver sentito i dubbi di una persona autorevole, di valore.

 

9° – Il giorno più lungo – Darryl F. Zanuck (1962)

E’ colpa di mio padre. Quando i miei genitori si separarono, rimasero in casa alcuni dischi e alcuni libri di mio padre. Tra questi, una decina di libri sulle storie della seconda guerra mondiale. Mi sono appassionato all’argomento ed uno dei primi che comprai raccontava dello sbarco in Normandia: il D-day. Da questo libro è stato tratto, poi, il film in questione. Il libro, come i film, l’ho affrontato decine di volte e, come spesso accade a chi rilegge i libri o rivede i film, i personaggi diventano una specie di amici che si va a (ri)trovare. Ci si fa compagnia nel corso degli anni.

 

8° – Fantasia – registi vari (1940)

Il visionario film di Walt Disney, uscito ben ventidue anni prima che io nascessi, l’ho visto al cinema per la prima volta e, nel corso degli anni successivi, sono tornato almeno altre tre volte a rivederlo: erano i tempi in cui i film di successo (i classici di Disney lo erano per antonomasia) venivano riproposti più volte. Fantasia è stato il mio approdo al piacere del film/video di sole immagini e musica, in cui la parte ludica è superiore a quella narrativa, il gioco più importante della storia.

 

7° – Woodstock – Michael Wadlleigh (1970)

Il documentario sui tre giorni di concerto diventati l’apoteosi del movimento hippy degli anni Sessanta è stato, naturalmente, un incontro adolescenziale. In un cinema di terza visione, con prezzi popolari, entravamo al primo spettacolo e ce ne vedevamo almeno due di fila (allora si poteva fare). Vedevamo in quel film i protagonisti dell’era musicale del rock: Jimi Hendricks, The Who, Joe Cocker, Joan Baez, Santana. L’elenco è lungo. Ci siamo tornati a più riprese in quel cinema per vederlo ancora una volta.

 

6° – Più forte ragazzi – Giuseppe Colizzi (1972)

La mia età di abbassa ancora e mi trova bambino. Questo film mi portò a vederlo mio padre. C’erano quei due simpatici testoni di Bud Spencer e Terence Hill che davano cazzotti a destra e a manca, aerei improbabili e scassati e la musichetta degli  Oliver Onions, al secolo Guido e Maurizio De Angelis. Più volte l’ho rivisto nei suoi vari passaggi televisivi nel corso dei decenni. Un momento di spensieratezza dell’infanzia.

 

5° – Arancia meccanica – Stanley Kubrik (1971)

Il film di Kubrik che fece molto scalpore all’epoca, non lo vidi quando uscì perché era vietato ai minori, sia per la violenza sia per alcune scene di marca sessuale. L’ho rivisto qualche anno dopo, sempre al cinema. Fu il mio incontro con la narrazione della violenza. Tutti i film visti in precedenza avevano decine e decine di assassini e di morti, ma erano tutti poco realistici. La violenza gratuita, quella fatta per il puro piacere, non l’avevo mai vista. Ma fu anche un film che, dopo fantasia di Disney, faceva diventare la musica protagonista stessa della narrazione, parte in causa del racconto.

 

4° – Totò, Peppino e la malafemmina – Camillo Mastrocinque (1956)

Potrebbe essere superfluo parlare di questo film tanto esso è diventato parte della cultura italiana popolare. Molti dei modi di dire presenti nel film, delle battute,  sono ancora nella nostra memoria collettiva, come pietre miliari. Lo vidi in televisione, molte volte. L’ho ricomprato in dvd ed ancora oggi, di tanto in tanto, lo rimetto nel computer per assaporare di nuovo le facezie burlesche che Totò e Peppino ci hanno lasciato. L’ho fatto vedere anche a dei ragazzi che citavano le battute del film senza saperne la storia.

 

3° – Blade runner – Ridley Scott (1982)

Il sontuoso film di Ridley Scott è stato il più bel film di fantascienza che abbia visto. La fantascienza è il genere letterario che io ho amato e consumato massicciamente da giovane, che mi ha portato in mondi diversi, che mi ha spesso posto questioni sociologiche e filosofiche. Rimasi affascinato dal concetto di “uomo” che il film poneva. Cosa può definirsi umano?

 

2° – The Blues Brothers – John Landis (1980)

Sulla piazza d’onore il musical demenziale e delirante con Dan Aykroyd e John Belushi. Ancora un film con la musica che è protagonista, con una parata di stelle del blues e nel Guinness dei primati per la scena col maggior numero di incidenti d’auto. E’ un film che ho visto almeno sette volte al cinema e decine di altre volte in tv e dvd. Tutti i protagonisti sono dei miei amici che mi accompagnano nel tempo e che mi fa piacere ritrovare di tanto in tanto. Anche questo, come quello di Totò e Peppino, ha una serie di battute che sono ormai patrimonio dell’umanità.

 

1° – Nuovo Cinema Paradiso – Giuseppe Tornatore (1988)

Il vincitore del Premio Oscar del 1990 è il mio film, per i temi trattati e per la musica. La presenza di una figura paterna che padre non lo è, l’amore che nasce nella gioventù e si protrae negli anni (soprattutto nella versione integrale del film), la necessità di andare via dalla propria terra per poter trovare una strada, sono tutti pezzi del racconto che entrano in risonanza con la mia storia. Il film, poi, fu per me l’occasione di un incontro d’amore e, quindi, ancor più importante. Un film che ho sempre amato rivedere ma centellinandolo, per non diluire troppo le emozioni che sempre mi riserva.

psicologia, audiovisivi e vita delle persone