SE QUESTA E’ INFORMAZIONE

Una delle accuse più frequenti che vengono mosse ai giornalisti è che i loro articoli, i loro servizi in video, le loro inchieste, siano fuorvianti perché frutto di schemi stereotipati, di pregiudizi e che, quindi, non consentono alle persone di comprendere realmente un fenomeno. Tutti si auspicano che essi riprendano un livello di correttezza e deontologia adeguata alla funzione sociale che svolgono. Si potrebbe anche ipotizzare  – come faccio nel mio libro –  che gli psicologi possano contribuire all’innalzamento degli standard informativi della nostra società. Poi accade qualcosa che palesa quanta strada vi sia ancora da percorrere.

Nell’ultimo numero della rivista Psicologia Contemporanea (n. 265)  – rivista benemerita e in corso di rinnovazione da parte del nuovo direttore –  la psicologa dello sviluppo Silvia Bonino scrive un articolo dal titolo “Relazioni disumane: il sesso con i robot“. Faccio un salto. Che coincidenza, proprio qualche settimana prima avevo scritto proprio su questo blog un articolo sullo stesso argomento. Mi lancio nella lettura e, via via che leggo, aumenta la mia perplessità. Vi spiego.

L’analisi della Bonino viene aperta da una sintesi (catenaccio) che recita: “Il diffondersi di bambole e robot con cui fare sesso rappresenta la deriva di un erotismo dove il ‘partner’ è visto come oggetto di un soddisfacimento meccanico anziché come un universo autonomo con il quale interagire“. Accidenti, è una sentenza. I titolisti avranno esagerato come al solito. Proseguo e scopro un’altra affermazione che avrebbe meritato la citazione della fonte: “Già oggi, nel mondo, alcune aziende li producono a costo elevato e per un mercato esclusivo, in alcuni casi di pedofilia“. Affermazione enorme. Un’accusa pesante. Proseguo nella lettura.

Successivamente, memore delle tante riflessioni di specialisti di cibernetica , oltre che di scrittori di fantascienza, sull’umanità possibile da parte di un un “robot”, appare un po’ semplicistica l’affermazione: “L’amore, l’affetto, la cura, l’altruismo, la cooperazione sono l’espressione quotidiana di questa socialità“. A parte il concetto di amore che, semanticamente, contiene molti significati in virtù del punto di osservazione, siamo realmente sicuri che un androide non potrà essere in grado di assolvere a quelle necessità? Il dubbio rimane.

Nella delineazione filogenetica del comportamento sessuale, leggo ancora: “Negli esseri umani il sesso si è congiunto all’affetto in una relazione emotiva e sentimentale paritaria; si è così sviluppato l’amore sessuale, in cui la sessualità non serve più solo alla riproduzione ma al mantenimenti del legame“. Dobbiamo, quindi, escludere che il sesso senza una profonda relazione d’amore sia soddisfacente? Per Silvia Bonino sembra di si perché, poco dopo, scrive: “I sex robot realizzano un preciso e univoco richiamo alla sessualità rettiliana, vale a dire a una sessualità del tutto disgiunta da qualsiasi rapporto emotivo affettivo (…) Si tratta di una sessualità preumana e disumana, antecedente alla comparsa degli affetti, in cui non si interagisce con una persona reale, ma soddisfa solo una pulsione primaria secondo una modalità del tutto autocentrate. È quanto già accade con  la prostituzione“. Ancora un’affermazione che non aiuta a capire un fenomeno che esiste da millenni. Possiamo liquidare il fenomeno della prostituzione così?

Con i robot, invece, si realizza una sessualità che è intrinsecamente di dominio e sopraffazione, poiché l’altro è oggetto completamente programmato per soddisfare i desideri dell’acquirente. In questo modo [con]  l’utilizzo dei robot si disabitua a interagire con un essere umano” continua il professore onorario di Torino. Qualcosa non torna. Se accettiamo la definizione di dominio come “avere un potere incontrastato su qualcuno” o come “tenere qualcuno sotto il proprio controllo, potere, autorità” come recita uno dei dizionari della lingua italiana ci rendiamo facilmente conto che un robot non può essere dominato in senso umano proprio perché un automa (non voglio arrivare a dire come un televisore). Tanto meno un androide può essere sopraffatto  ovvero “oggetto di una prepotenza, soperchieria o sopruso“. Infine, vista la similitudine postulata poche righe prima tra sesso con robot e prostituzione, viene da pensare che la disabituazione all’empatia, che dovrebbe essere indotta, si compia anche con le prostitute, nonostante la vasta letteratura sulle passioni e le storie d’amore tra uomini e prostitute .

Tirando le somme, ho avuto la sensazione che questa apparente analisi si riducesse ad una serie di affermazioni, poco argomentate e sostanzialmente fuorvianti. Un’analisi che lascia più dubbi che chiarezze. Perciò mi chiedo: questa è informazione? No, ovviamente no. È una dotta opinione che avrebbe meritato anche un contraddittorio ma  – si sa –  certi argomenti sono scivolosi più di una saponetta bagnata. Peccato che sia stata pubblicata da una rivista di psicologia destinata al grande pubblico. Avrebbe aiutato capire. Dovremmo fare meglio, molto meglio.

 

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L’INFORMAZIONE CHE VERRÁ

Si moltiplicano gli articoli che lanciano l’allarme sulle sempre più frequenti manovre per mettere il bavaglio alla rete, dalla sua accessibilità ai contenuti stessi. È comprensibile che la libera circolazione di informazioni sul web preoccupi molto chi ha necessità di “gestire” il consenso o chi vuole semplicemente governare senza dover dare conto all’Opinione Pubblica. Negli Stati Uniti il Presidente Trump ha dato il via libera alla rete a due velocità  e ciò non stupisce perché si sa che – da sempre – chi ha più risorse può arrivare più facilmente alle informazioni, soprattutto nella logica della notizia-merce.

Ma i tentativi di normalizzazione del web vengono anche fatti indirettamente, come potrebbero suggerire i decreti legge che vengono approvati  – ufficialmente deputati alla tutela della privacy –  che mettono in allarme addirittura istituzioni come Wikipedia . Oppure si tenta di delegittimare l’intero mondo dell’informazione lanciando allarmi sulla pervasività della fake news, al punto che addirittura la Polizia di Stato ha ritenuto opportuno aprire un form con la possibilità di denuncia on line . Per chiudere con gli esempi possiamo, infine, segnalare l’ultima notizia in ordine di tempo che ci mostra che l’informazione sta diventando una maionese impazzita: la società Facebook ha deciso che saranno gli utenti stessi a decretare l’affidabilità di una notizia . Questo clima di incertezza sulla veridicità delle notizie che ci giungono dai media sta generando anche degli specifici lavori come il fact checker, il verificatore di fatti. Da tutto questo quali considerazioni si posso trarre?

Il web si è caratterizzato, in questa tumultuosa fase iniziale, nella sostanziale mancanza di regole. Essendo una situazione mai sperimentata prima, la libertà di espressione che il mezzo ha donato a tutti (mettendo tutti più o meno allo stesso livello) ha suscitato stati di ebbrezza espressiva. Inevitabile che tutto il mondo del web cominciasse ad essere plasmato, limato, limitato. Inevitabile anche che questa situazione potesse essere sfruttata da schiere di malintenzionati, siano essi dei professionisti della propaganda, analfabeti funzionali o disinformati in buonafede. Una tendenza che potrà accentuarsi ancora di più in futuro, riducendo gli sconfinati spazi di libertà e la libera circolazione delle idee.

Cosa fare di fronte a questa prospettiva? Una prima ipotesi ha come requisito il mantenimento della comunicazione digitale ad un livello dignitoso, senza eccessivi interventi sulla rete stessa in termini di connettività (come invece fanno paesi come l’Iran, la Turchia o la Cina). L’informazione mainstream difficilmente potrà tornare ad avere l’influenza sull’opinione pubblica che ha avuto nel corso del Novecento. È probabile un ritorno della newsletter come strumento di diffusione di informazioni pregiate, lasciando alle junknews siti web pagine social. La seconda ipotesi è che lo strumento digitale diventerà assolutamente inaffidabile, soprattutto per la facilità di tracciamento che renderanno facile una qualsiasi cancellazione-repressione delle informazioni scomode. Non rimarrà, a questo punto, che un ritorno alla carta. Sempre che, quando ci troveremo in questa condizione, ci sarà carta disponibile.

Fantascienza dell’informazione, forse. Una visione pessimistica, forse. Forse.

ANCORA IMPRESSIONI DA LONDRA

Sono stato a Londra per la terza volta e la mia percezione della città si sta facendo più approfondita. Condividerò con voi quelle impressioni che ho potuto fermare con una fotografia.

 

Sarà la conseguenza dei bombardamenti degli aerei nazisti nell’ultima guerra mondiale, che hanno distrutto pezzi importanti della città, ma il panorama degli edifici mi ha confermato quell’impressione di una gran confusione. Accanto a idee che arredano un palazzo che, altrimenti,  resterebbe anonimo,troviamo delle vie ottocentesche che vedono il grattacielo puntare dei tetti.Ma può accade anche di trovare delle magioni che sembrano uscite direttamente da un film di Henry Potter.

Per ritrovarsi nella Londra dei londinesi basta uscire dalla Zona 1 ed arrivare ai margini della Zona 2. Ecco le case a schiera che furono prese in giro anche in uno dei fumetti di Asterix.

Ma nella City si può arrivare anche a vedere delle case “circondate” come questa. Quando l’ho vista mi sono domandato quali emozioni provassero gli abitanti di quella casa: orgoglio o soffocamento?

A proposito della City, il cuore pulsante delle attività economiche britannici, sotto il palazzo della Bloomberg si trovano i resti archeologici di un tempio dedicato al dio Mitra. Poca roba rispetto a quello a cui ci ha abituati l’Italia, ma ben curati e, soprattutto, visitabili gratuitamente, in un allestimento ipertecnologico che restituisce suggestione del luogo di culto.

E passiamo a qualche curiosità sull’inglesitudine. La prima sottolinea il sottile umorismo nel chiamare due strade adiacenti “Ave Maria lane” e “Amen corner”. Poi, in Trafalgar square hanno modificato i semafori inserendo i simboli di tutti i sessi possibili al posto del classico omino, in una versione inutile del politically correct ma forse con intento umoristico.

Sono stato anche al cimitero di Highgate in cui si conservano le spoglie di Karl Marx. Mi aspettavo di trovare qualche “pellegrino” e ne ho trovato più di uno, anche giovani.

Per chiudere, due immagini che, a mio parere, raccontano bene una certa aria di Londra

 

TURISTI VS. VIAGGIATORI

Nel numero del 15 dicembre 2017 de L’Internazionale ho notato un articolo molto interessante dal titolo “Il dilemma del turista” a firma di Stephan Sanders. Dal momento che mi diletto in articoli sulla psicologia del viaggio, mi è sembrato imprescindibile leggerlo. Inevitabilmente sono nate molte riflessioni che condividerò con voi.

Inizialmente mi sono chiesto cosa differenzia un viaggiatore da un turista? Sicuramente la motivazione, ovvero la ragione per cui le persone si spostano da casa propria, dalla propria città o paese. Penso che il viaggiatore abbia un qualcosa da fare in un altro luogo e che, quindi, affronti lo spostamento come prezzo inevitabile. Ciò non toglie che, lungo il percorso, egli non possa approfittare di quanto possa incontrare: da vedere, da ascoltare, da assaggiare e, ovviamente, da disprezzare. Il turista, invece, ha come prima motivazione la ricerca dello stupore, intesa come deliberato inseguimento di ciò che ci procura meraviglia, che ci sorprende, che ci risulta nuovo. Tutto ciò che, insomma, riesce a modificare la nostra attenzione procurandoci emozioni. È facile intuire che queste due motivazioni generino due comportamenti differenti, anche se negli ultimi decenni la differenza si è molto attenuata.

In realtà storicamente il Viaggio è lentamente diventato una sorta di  prototurismo. Se nell’Ottocento i ricchi e i nobili viaggiavano (faticosamente, visti i mezzi di trasporto dell’epoca) nel secondo dopoguerra, col crescere dei redditi delle famiglie in virtù del lungo periodo di pace, è cresciuto quel senso di diritto alla felicità che rappresentano le vacanze. E se i nostri genitori vedevano il trasferimento verso le case al mare o in montagna come il meritato viaggio annuale, i loro figli  – noi –  siamo cresciuti col mito del viaggio come affermazione di indipendenza e, dato che eravamo assolutamente squattrinati per poterlo fare come i ricchi borghesi, inventammo l’autostop.

Cosa ci spingeva ad affrontare i disagi e i rischi del viaggio in autostop o con la famosa carta Interrail? Sicuramente la voglia di conoscere luoghi e genti nuove (meraviglia), ma anche il desiderio di rompere la routine. Sfuggire alle azioni abituali, alle incombenze quotidiane e sperimentare quel senso di libertà che dà il viaggiare. Tutte queste sono motivazioni da viaggiatore.

Esiste, però, il comportamento omologante – figlio dell’invidia – di quelli che pensano: “se lui è stato bene nel viaggiare, lo voglio fare anche io. Lo posso fare anche io”. Questo tipo di motivazione ha un implicito corollario, ovvero che si deve mostrare agli altri la prova della propria capacità turistica. Ecco che la tecnologia viene in soccorso e, se un tempo bastavano le cartoline spedite dai luoghi visitati (i più tecnologici ci rifilavano le raccapriccianti serate di proiezione delle diapositive), oggi la connessione globale ci fa sentire obbligati al selfie-testimone che ci permette di dire “guardami, sono qui. Non provi un pizzico di invidia?”.

La propagazione di questo comportamento, quasi come una pandemia, ha generato il “turista di massa” che già nel 1958 Hans Magnus Enzenberger aveva teorizzato nel saggio Una teoria del turismo. Questo tipo di turismo è quello che devasta le città d’arte e che le trasforma in banali Luna Park. Questo tipo di turista è quello che guarda sfuggevolmente ciò che gli si para davanti. È quello che si accontenta di vedere i monumenti a bordo di un bus scoperto in movimento. È quello che, pur di poter andare nei posti (viaggiare è una parola grossa) mangia il panino portato da casa, lasciando tonnellate di rifiuti.

Esiste, però, un macroscopico effetto collaterale al turismo di massa, come nota anche Stephen Sanders nell’articolo: “Noi turisti portiamo soldi nei luoghi dove andiamo e, soprattutto, ce ne torniamo a casa in un asso di tempo ragionevole. Forse a livello individuale, ma a livello collettivo siamo diventati una forza di occupazione che nelle grandi città europee non si limita ai periodi di vacanza (…) Ci sono i cittadini che vedono quello che una volta era il “loro centro”, la loro piazza o agorà, ormai sotto il controllo di un gruppo di estranei di passaggio che non si affeziona e non stabilisce alcun legame, ma vive nella prospettiva del viaggio di ritorno“. Infatti, stanno cominciando i movimenti di protesta contro i turisti, italiani e stranieri perché, non solo sporcano e rumoreggiano, ma tornano. Se hanno apprezzato un luogo cercano di tornarci ancora, fino a prendere il posto degli abitanti locali. Per esempio, Londra è la quinta città “italiana”. Ma accade anche il contrario. I turisti facoltosi si innamorano di un quartiere come Trastevere o di un casale in Toscana o sul lago di Como ed ecco che, approfittando della crisi, i nuovi proprietari allungano l’elenco dei cittadini “due settimane all’anno”. Io penso che un viaggiatore non cerca di appropriarsi di un luogo transitandolo o comprandolo, ma vivendolo come un proprio arricchimento attraverso le vite e le opere altrui.

Forse è questa la differenza tra il viaggiatore e il turista.

VISITANDO BUCAREST

Nell’immaginario collettivo la Romania ha una scomoda connotazione perché subisce lo stesso trattamento che avevano, prima di loro, gli albanesi, soprattutto determinato dalla consistente prostituzione di ragazze rumene (uso la vecchia accezione con la “u”) sulle nostre strade. A questo contribuisce anche la vaga conoscenza che gli “zingari” siano frequentemente dei rumeni. Nel mio caso si aggiunge qualche reminiscenza storica che vede i rumeni al fianco di Germania e Italia durante la seconda guerra mondiale; ma anche che la Dacia fu terra di conquista e di confine dall’imperatore Traiano in poi.

Il mio viaggio a Bucarest  – o Bucuresti, come scrivono loro –  comincia con un arrivo all’aeroporto di Otopeni in tarda serata e, in previsione di questo arrivo letteralmente al buio, si è deciso di ricorrere ad una macchina con autista procurata dallo stesso albergo. Attraverso i finestrini ho visto lo scorrere di grandi viali ed ho cominciato ad ascoltare il suono della lingua attraverso la radio accesa. Non ho avuto una prima impressione definita e questa sensazione mi è tornata nei giorni successivi.

Il giorno dopo, alla luce di uno splendido sole, ho cominciato a camminare per i grandi viali di Bucarest. Quando dico “grandi viali”, dico proprio grandi. Sembravano quelli parigini, con tanto di Arco di Trionfo (celebrativo della vittoria nella prima guerra mondiale). Le pagine della guida mi hanno confermato che proprio la capitale francese ha spesso ispirato gli urbanisti rumeni al punto che all’inizio del secolo scorso veniva chiamata la Parigi dell’Est.

Le mie camminate hanno girato la zona centrale in lungo e largo e devo confessare un certo spaesamento. Bucarest manca di un vero centro storico, se non si vuole considerare la zona turistica standard dei ristoranti di via Lipscani. Le varie piazze, chiese e giardini sono molto distanti tra loro e la rete metropolitana, ideata per gli spostamenti operai da un lato all’altro della città e non per chi andava a lavorare/frequentare il centro, non aiuta a costruire un unico filo rosso.

I palazzi sembrano il risultato di una personalità multipla. Il vecchio rimane qua e là, seminascosto, vittima della furia urbanistica dello sventramento di Ceausescu. Questo ha fatto seminare i viali di enormi condomini che oggi appaiono mediamente “sgarrupati”. Come in molte grandi città, è sufficiente allontanarsi dalle zone centrali per notare i primi accenni di degrado in forma di immondizia abbandonata. Poi ci sono i palazzi in vetro ed acciaio che inseguono un dinamismo moderno e che, per certi versi, mi ricordano gli arditi accostamenti di Londra. Ho visto molti parchi cittadini ma pochi runner urbani.

Quando vado in altri luoghi, siano in Italia o all’estero, mi piace riuscire ad interpretare il ritmo della città. Uno degli aspetti che contribuisce a darmi questa sensazione sono i suoni. Il primo suono che si è imposto a Bucarest è lo strombazzare dei clacson delle auto. Gli automobilisti lo usano un po’ come noi italiani una ventina di anni fa: praticamente un intercalare nel traffico. La sensazione ritmica è di una città mossa ma non frenetica. Nella piazza sotto il palazzo del dittatore, attrezzata per il Natale, la sensazione era di una festa per chi ci vive, non per i turisti (pochi e facilmente identificabili).

Infine, elemento imprescindibile, sono le persone. Pur muovendomi in un ambiente che tentava evidentemente di inseguire una modernità all’americana ancor più che all’europea, mi è sembrata un’umanità sobria. Anche la gioventù  – generalmente più agitata anche nei modi di apparire –  è quella che ci si aspetta in una delle tante capitali dell’Unione Europea. Contrariamente ad uno dei nostri stereotipi, non ho riscontrato la presenza di “zingari”: non so se per effettiva assenza o per azioni di contrasto delle forze dell’ordine. E’ stata forte, invece, la constatazione della padronanza diffusa della lingua inglese con ottimo accento e, per noi italiani, è sempre una sorpresa notare di quanto sia diffusa la conoscenza della lingua dei viaggiatori in altri paesi.

Nel suo complesso, questa escursione a Bucarest mi ha dato l’impressione di una città in marcia verso un’omogeneizzazione con gli standard europei, anche architettonicamente, molto più tendente all’immagine di un futuro che hanno evidentemente introiettato. La presenza di tanti negozi delle catene più diffuse in Europa mi hanno fatto pensare ad una Romania terra di conquista di imprenditori più o meno tranquilli. Una gita in una memoria di come eravamo noi italiani qualche anno fa.

  

  

LE BAMBOLE DESIDERATE

La scorsa estate mi sono imbattuto in un articolo su un argomento strano: le bambole con fattezze di donne a grandezza naturale. Più esattamente, bambole in silicone destinate a soddisfare i desideri sessuali e non solo. In sostanza, un artigiano spagnolo ottiene un cospicuo finanziamento da parte di un imprenditore cinese ed è convinto di avere un grande successo. Le foto che ritraggono il creatore delle donne-manichino fanno intuire la ricerca di una sensualità immobile. È evidente che queste bambole a dimensione naturale sono l’evidente evoluzione delle bambole gonfiabili che si vendevano nei sexy shop ed hanno il compito di soddisfare i desideri sessuali dei loro compratori. Addirittura, in questa versione dialogano.

La notizia viene accolta dal pubblico in un misto di divertimento e riprovazione per i maschietti che compreranno questi costosi manufatti, ma anche che di disapprovazione verso il loro creatore. Ma perché sono create queste bambole dalle prosperose forme? Proviamo a fare lo sforzo di andare oltre gli schemi mentali stereotipati che scattano su certi argomenti e cerchiamo di percorrere uno dei possibili scenari psicologici che ne determinano la dinamica.

Partiamo da un primo assioma: se nasce un comportamento è segno che c’è una necessità. Quale potrebbe essere la necessità di chi compra una bambola in silicone? Una risposta potrebbe essere che questa dovrebbe supplire ad una carenza di sesso del proprietario. Cosa potrebbe impedire all’uomo di avere una vita sessuale? Le ipotesi possibili potrebbero essere tante: 1) essere brutto; 2) essere povero; 3) sentirsi timido e inadatto; 4) essere spaventato dall’aggressività femminile; o forse un misto di queste ed altre ragioni. Quali sarebbero, dunque, le qualità che soddisfa una bambola sessuale del genere? Non ti giudica, non richiede un continuo impegno di soldi (a parte i costo iniziale), non ti rifiuta, è immobile (non passiva) e rimane dove la lasci. Aggiungerei che si lascia abbigliare secondo i gusti e le fantasia del proprietario. Potremmo definirla l’incarnazione di una donna ideale per un uomo? Naturalmente no. Sicuramente non è una donna. Tuttalpiù un sogno materializzato.

Queste considerazioni chiamano in causa il più ampio fenomeno della sessualità maschile e, conseguentemente, della sessualità femminile, della loro interrelazione, delle dinamiche che generano tutta la gamma di emozioni che esistono tra la soddisfazione e la frustrazione, tra il piacere e la rabbia.

Il problema delle bambole del sesso  – tornando all’origine di questo post –  non è facile da liquidare. L’iniziativa iberico-cinese è solo l’ultimo step di una serie di azioni che portano verso la realizzazione di un probabile sogno maschile, ovvero il sesso secondo necessità. Del sesso puro, senza comportamenti propiziatori, seduzioni, balletti corteggiatori, ricatti e riscatti, centellinazioni e negazioni. Perché dentro la sessualità (è sciocco negarlo) esiste anche il senso del potere, il potere di concedere sesso e di arrogarsi violentemente il sesso. Il potere è un afrodiasiaco potentissimo se, come si sostiene, la migliore zona erogena è il cervello.

Un essere con fattezze di donna che assecondi i desideri è presente nella mentalità maschile al punto che degli scrittori di fantascienza l’hanno immaginato nel futuro. Nel romanzo di Philip Dick del 1968, Blade Runner, uno dei quattro replicanti che vengono inseguiti dal cacciatore è Bliss “modello standard di piacere per i lavoratori delle colonie”. Ma anche nella saga dei robot scritta da Isaac Asimov i robot umanoidi altamente perfezionati e indistinguibili dagli esseri umani (se non nel comportamento) diventano compagni sessuali degli uomini e (udite! udite!) delle donne. Eh già, perché ci si può chiedere perché una donna non possa trovare in un umanoide robotico il compagno sessuale delle proprie idealizzazioni, paziente e adorante, che sostenga quanto occorra ogni singola donna a rincorrere la propria soddisfazione.

E le emozioni? Le emozioni non fanno parte di questo post. Però, se proprio siete intrigati da questo scenario, provate a leggere il romanzo di Asimov “I robot dell’alba”.

VISIT STOCCOLMA

Per chi, come me, ha vissuto gli Anni Settanta, quelli in cui una bella e bionda svedese (Solvi Stubing) impersonava lo stereotipo di ragazza svedese, ma anche gli anni in cui le svedesi erano al top dei desideri dei vitelloni della riviera romagnola, era inevitabile che nella mia mente ci fosse l’eco di questo stereotipo. Ma la Svezia è anche il paese, unitamente alle altre nazioni scandinave, che rappresentavano lo “stato sociale” per eccellenza, quello che vede un prelievo fiscale del 50% ma che ha tutti i servizi efficaci e per tutti. Un paese di doveri ferrei ma di diritti consolidati. Il paese dei premi Nobel e del premier Olaf Palme assassinato, il paese della Volvo e della Ericsson. La Svezia, dunque, era molte cose nella mia mente prima che vi arrivassi. Poi ci sono arrivato e vi racconto le mie impressioni.

Stoccolma è una città nata relativamente tardi, in tardo Medio Evo (1252), e nasce su una serie di isole e promontori in un mare interno. Il nucleo più antico è su un’isoletta (Gamla Stan) ma si è successivamente espansa sulle isole circostanti. Questa conformazione è stata ciò che ha reso più difficile la mia “comprensione” della forma della città. Siamo abituati a città che si sviluppano su un “centro” storico e sulla stratificazione successiva delle aree pi recenti secondo un andamento ad anelli. Stoccolma, invece, è una città-arcipelago, pluricentrica. La manifestazione più eclatante è la compresenza di un centro”commerciale-lavorativo” nella zona della stazione centrale dalle discutibili forme architettoniche. Una zona, impersonata dalla piazza Sergel Torg, che ho trovato francamente brutta nella sua idea stilistica, dalle linee dure tipiche di una certa architettura Anni Settanta e, a detta degli stessi abitanti di Stoccolma, non bella (la chiamano “la piastra”) e poco funzionale.

L’uso dello spazio urbano è una delle prime caratteristiche che mi sono apparse evidenti. Le strade sono larghe e sono larghi i marciapiedi, spesso alberate. Questo impiego dello spazio è quello che ha consentito con facilità la creazione delle piste ciclabili, oltre che la relativa assenza di forti dislivelli. Le biciclette sono largamente impiegate, anche se non si arriva all’uso massiccio di una città come Amsterdam. In comune, invece, con tutti i paesi del profondo nord è la ricerca estrema della luce naturale. Le ampie finestrature di tutti gli edifici lo testimoniano forte. In molte abitazioni le superfici vetrate coprono l’intera parete esterna, alla ricerca della luce.

La luce è anche uno degli aspetti che colpisce chi viene da latitudini più basse, come noi mediterranei. Colpisce che la notte non sia buia nei periodi estivi, ma solo con la luce attenuata. Invece, quando il cielo è plumbeo per le nubi, col tipico cielo invernale dei paesi nordici, si ammanta tutto di una monotonia cromatica. Ma quando il cielo è sgombro dalle nubi il sole dà vita ai luoghi e agli svedesi. Escono i colori e gli abitanti si lanciano all’esterno, che siano i generosi balconi delle loro case o gli spazi comuni. Spazi, questi ultimi, numerosi e soprattutto integri: non una panchina rotta o oltraggiata, non una canonica carta per terra, non un bus o una carrozza di un metrò imbrattato. Anche o tag dei writer sono pochi e visibili andando verso le periferie.

Un altro aspetto che ha risuonato in me è la passione per il mare. Andare in barca è una passione che diventa evidente proprio per la forma arcipelago della città. Se, andando su uno dei barconi in gita, si osservano le varie case, si scorgono in tutte le barche che sono ormeggiate, segno di una familiarità con l’elemento marino che li unisce ai popoli mediterranei.

Il panorama antropologico della capitale svedese è comune a tutte le grandi capitali occidentali, con un multiculturalismo evidente e con gli altrettanto evidenti tentativi di integrazione: soprattutto per quelli che vengono da zone africane o mediorientali: li vedi tra gli operai, tra gli autisti dei bus, nei ristoranti e caffè. Addirittura gli zingari sono più curati di quelli che incontriamo nelle nostre strade. Ritornando, poi, agli stereotipi presenti nella mia mente prima di questa visita a Stoccolma, mi aspettavo di trovare i famosi biondi svedesi in numero preponderante, ma non è stato così. Solo a partire dal pomeriggio del sabato li ho visti abbondanti ed ho concluso che non li avevo visti perché tutti impegnati nei loro lavori.

Particolarmente evidente, invece, a qualsiasi ora e in qualsiasi giorno, l’onnipresenza dei passeggini. Sono dappertutto e con una quasi paritaria divisione tra madri e padri. Assieme ai praticanti di jogging (anche questi a centinaia), i passeggini sono i veri padroni di marciapiedi e bus. Non si vedono bimbi in braccio ma solo qualche marsupio per quelli più piccoli.

Infine, assolutamente fondamentale nel senso di identità di un popolo, gli svedesi sono praticamente bilingui: tutti, ma veramente tutti, parlano l’inglese.

Infine, chiudo queste considerazioni su Stoccolma, con un cortocircuito che nella mia mente hanno fatto due elementi. Il primo è stato il discutibile stile delle tappezzerie e arredamenti di Ikea (simbolo moderno di svedesità) e il secondo è stata la mancanza di bellezza della città, tanto negli elementi architettonici quanto negli arredi urbani o degli interni. Al contrario di Londra che negli anni ha fatto largo usa della creatività degli stranieri, a Stoccolma sembra tutto ciò che è Made in Sweden non spicchi per bellezza, lo testimonia il loro monumentale Municipio.

psicologia, audiovisivi e vita delle persone