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LO PSICOLOGO SENZA DISSENSO

Due episodi recenti, strettamente collegati, mi hanno fatto sorgere il dubbio che i social stiano sfuggendo di mano agli psicologi. Protagoniste sono due psicoterapeute. Ve li racconto.

Il tutto nasce da un articolo dal titolo: “La Spagna introduce legge sul consenso esplicito: se l’altro non dice “si” è stupro”. La prima psicoterapeuta posta sulla propria bacheca Facebook (n.b. aperta ai commenti) l’articolo ed io, perplesso, commento con un semplice “bah”. Mi arriva via messaggio la richiesta della collega di rimuovere il mio commento. L’ho invitata a farlo lei, cosa regolarmente avvenuta. La seconda psicoterapeuta, invece, a commento delle probabili reazioni che qualcuno deve aver manifestato alla notizia, così commenta; “Mi spiace, dolci e amati maschioni, che la legge spagnola sullo stupro non vi garbi. Sapete, secoli e secoli di abusi, stupri, discriminazioni e violenze ci hanno costrette a tralasciare quelle sfumature di romanticismo che tanto rimpiangete e a cui siete notoriamente interessati. D’altronde sono sicura che, come riuscite a tenere il pisello alzato in situazioni francamente improponibili a livello di eccitazione sessuale, ce la farete anche questa volta. Forza guerrieri, vi sono vicina [NdR. aggiunge un emoticon-cuore] “.

Pur intuendo la delicatezza dell’argomento e comprendendo la reattività che l’argomento può innescare, ribadendo che reputo stupidi gli uomini che aggrediscono le donne, mi ha lasciato molto perplesso il comportamento di queste due colleghe. La prima considerazione è che stare sui social, anche e titolo personale, non fa smettere di essere uno psicologo. A maggior ragione se si usano abitualmente i social per il proprio marketing on line, attraverso siti, pagine Facebook o account su Twitter o Instagram. Ritengo (sarò all’antica) che uno dei primi compiti etici di uno psicologo sia l’inclusione. Uno psicologo che non tollera il dissenso, soprattutto se manifestato in termini civili e educati, come nel primo caso, è probabile che non appaia come qualcuno in grado di comprendere. Poi, come nel secondo caso, la militanza di genere, quella del “noi nel giusto, voi nel male”, crea antagonismi che mirano deliberatamente a escludere, a dividere, perdendo di vista qualsiasi sfumatura o differenza nel comportamento. Inoltre, il linguaggio intriso di sfida e di scherno (con tanto di emoticon-cuore finale), mette di fronte i lettori alla consapevolezza che non può esistere dialogo (quindi collaborazione) con chi si pone in questo modo, aumentando conseguentemente la distanza con chi non aderisce fidelisticamente a quella posizione.

Questi sono solo due episodi tra i tanti che mi inducono a pensare che in molti non abbiano ancora compreso la valenza della comunicazione attraverso i social. Quando capita a dei “colleghi”, rimane un po’ di amaro in bocca perché è facile, poi, essere valutati dal pubblico come una categoria professionale non affidabile.

Naturalmente, posso sbagliare in queste mie valutazioni.

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SCENARI PER PSICOLOGI FATTI FUORI DALLA TECNOLOGIA COGNITIVA

In un recente articolo di Giuseppe Riva (docente di Psicologia della Comunicazione all’Università Cattolica di Milano) apparso su Psicologia Contemporanea n. 267, si prospettano le future evoluzioni della tecnologia applicata alla psicologia. Il quadro che ne esce è inquietante. Se, come afferma Riva, “la prima sfida dello psicologo del futuro è quella di comprendere i cambiamento in atto, per valutare e sostenere gli individui all’interno di nuovi contesti“, viene da domandarsi quanti psicologi riusciranno effettivamente a farsi pagare. Come la tecnologia informatica sta spazzando via molti lavori  – il primo che viene in mente è l’edicolante –  è molto probabile che anche gli psicologi faranno la fine dei giornalisti, sempre più spesso sostituiti dai robot.

Gli esempi fatti da Riva sono illuminanti. La IBM ha messo a punto Watson che è un primo tentativo di creare un’intelligenza artificiale in grado di rispondere a domande non strutturate, datato 2005. Da questo progetto è stato, poi, sviluppato Personality Insight che sarebbe in grado di stilare un profilo della personalità a partire da testi scritti con sole cinquecento parole. Il problema per gli psicologi è che questo test costa dieci centesimi rispetto ai cinquanta euro che vengono chiesto per la somministrazione di un Big Five. Non è tutto.

I “Servizi cognitivi di Microsoft“, senza necessitare di alcuna competenza psicologica, sono capaci di analizzare in tempo reale testi, immagini, video ed espressioni facciali. Ancora, Woebot è un app che simula le capacità di conversazione di una persona e, destinato a monitorare gli stati emotivi, è stato efficacemente testato sulla capacità di ridurre i livelli di ansia e di depressione. Ultimo esempio di tecnologia cognitiva già pronta è SimSensei che ha realizzato un vero e proprio psicoterapeuta virtuale, capace addirittura di analizzare la comunicazione non-verbale ed è già impiegato nei colloqui preliminari con i veterani di guerra esposti al rischio di stress post-traumatico.

È facile intuire che i margini di lavoro per le schiere di aspiranti psicologi generati dalle Facoltà di Psicologia si riducono notevolmente. Cosa potranno fare per vivere senza cercarsi un altro mestiere? Forse fare un altro mestiere, ma da psicologi. La conoscenza delle dinamiche del comportamento pone le condizioni per ottime performance nel caso in cui si uniscano ad un altro sapere. Nel mio piccolo ho unito le mie conoscenze psicologiche al mondo degli audiovisivi, come anche a quello dell’informazione. È possibile fare il regista, il videomaker, l’autore o il giornalista rimanendo psicologi. La costruzione della nostra identità come psicologi forse deve adeguarsi ai tempi. Questa evoluzione professionale, probabilmente, potrebbe essere una delle soluzioni alla sfida dei robot-psicologi.

SE QUESTA E’ INFORMAZIONE

Una delle accuse più frequenti che vengono mosse ai giornalisti è che i loro articoli, i loro servizi in video, le loro inchieste, siano fuorvianti perché frutto di schemi stereotipati, di pregiudizi e che, quindi, non consentono alle persone di comprendere realmente un fenomeno. Tutti si auspicano che essi riprendano un livello di correttezza e deontologia adeguata alla funzione sociale che svolgono. Si potrebbe anche ipotizzare  – come faccio nel mio libro –  che gli psicologi possano contribuire all’innalzamento degli standard informativi della nostra società. Poi accade qualcosa che palesa quanta strada vi sia ancora da percorrere.

Nell’ultimo numero della rivista Psicologia Contemporanea (n. 265)  – rivista benemerita e in corso di rinnovazione da parte del nuovo direttore –  la psicologa dello sviluppo Silvia Bonino scrive un articolo dal titolo “Relazioni disumane: il sesso con i robot“. Faccio un salto. Che coincidenza, proprio qualche settimana prima avevo scritto proprio su questo blog un articolo sullo stesso argomento. Mi lancio nella lettura e, via via che leggo, aumenta la mia perplessità. Vi spiego.

L’analisi della Bonino viene aperta da una sintesi (catenaccio) che recita: “Il diffondersi di bambole e robot con cui fare sesso rappresenta la deriva di un erotismo dove il ‘partner’ è visto come oggetto di un soddisfacimento meccanico anziché come un universo autonomo con il quale interagire“. Accidenti, è una sentenza. I titolisti avranno esagerato come al solito. Proseguo e scopro un’altra affermazione che avrebbe meritato la citazione della fonte: “Già oggi, nel mondo, alcune aziende li producono a costo elevato e per un mercato esclusivo, in alcuni casi di pedofilia“. Affermazione enorme. Un’accusa pesante. Proseguo nella lettura.

Successivamente, memore delle tante riflessioni di specialisti di cibernetica , oltre che di scrittori di fantascienza, sull’umanità possibile da parte di un un “robot”, appare un po’ semplicistica l’affermazione: “L’amore, l’affetto, la cura, l’altruismo, la cooperazione sono l’espressione quotidiana di questa socialità“. A parte il concetto di amore che, semanticamente, contiene molti significati in virtù del punto di osservazione, siamo realmente sicuri che un androide non potrà essere in grado di assolvere a quelle necessità? Il dubbio rimane.

Nella delineazione filogenetica del comportamento sessuale, leggo ancora: “Negli esseri umani il sesso si è congiunto all’affetto in una relazione emotiva e sentimentale paritaria; si è così sviluppato l’amore sessuale, in cui la sessualità non serve più solo alla riproduzione ma al mantenimenti del legame“. Dobbiamo, quindi, escludere che il sesso senza una profonda relazione d’amore sia soddisfacente? Per Silvia Bonino sembra di si perché, poco dopo, scrive: “I sex robot realizzano un preciso e univoco richiamo alla sessualità rettiliana, vale a dire a una sessualità del tutto disgiunta da qualsiasi rapporto emotivo affettivo (…) Si tratta di una sessualità preumana e disumana, antecedente alla comparsa degli affetti, in cui non si interagisce con una persona reale, ma soddisfa solo una pulsione primaria secondo una modalità del tutto autocentrate. È quanto già accade con  la prostituzione“. Ancora un’affermazione che non aiuta a capire un fenomeno che esiste da millenni. Possiamo liquidare il fenomeno della prostituzione così?

Con i robot, invece, si realizza una sessualità che è intrinsecamente di dominio e sopraffazione, poiché l’altro è oggetto completamente programmato per soddisfare i desideri dell’acquirente. In questo modo [con]  l’utilizzo dei robot si disabitua a interagire con un essere umano” continua il professore onorario di Torino. Qualcosa non torna. Se accettiamo la definizione di dominio come “avere un potere incontrastato su qualcuno” o come “tenere qualcuno sotto il proprio controllo, potere, autorità” come recita uno dei dizionari della lingua italiana ci rendiamo facilmente conto che un robot non può essere dominato in senso umano proprio perché un automa (non voglio arrivare a dire come un televisore). Tanto meno un androide può essere sopraffatto  ovvero “oggetto di una prepotenza, soperchieria o sopruso“. Infine, vista la similitudine postulata poche righe prima tra sesso con robot e prostituzione, viene da pensare che la disabituazione all’empatia, che dovrebbe essere indotta, si compia anche con le prostitute, nonostante la vasta letteratura sulle passioni e le storie d’amore tra uomini e prostitute .

Tirando le somme, ho avuto la sensazione che questa apparente analisi si riducesse ad una serie di affermazioni, poco argomentate e sostanzialmente fuorvianti. Un’analisi che lascia più dubbi che chiarezze. Perciò mi chiedo: questa è informazione? No, ovviamente no. È una dotta opinione che avrebbe meritato anche un contraddittorio ma  – si sa –  certi argomenti sono scivolosi più di una saponetta bagnata. Peccato che sia stata pubblicata da una rivista di psicologia destinata al grande pubblico. Avrebbe aiutato capire. Dovremmo fare meglio, molto meglio.

 

L’INFORMAZIONE CHE VERRÁ

Si moltiplicano gli articoli che lanciano l’allarme sulle sempre più frequenti manovre per mettere il bavaglio alla rete, dalla sua accessibilità ai contenuti stessi. È comprensibile che la libera circolazione di informazioni sul web preoccupi molto chi ha necessità di “gestire” il consenso o chi vuole semplicemente governare senza dover dare conto all’Opinione Pubblica. Negli Stati Uniti il Presidente Trump ha dato il via libera alla rete a due velocità  e ciò non stupisce perché si sa che – da sempre – chi ha più risorse può arrivare più facilmente alle informazioni, soprattutto nella logica della notizia-merce.

Ma i tentativi di normalizzazione del web vengono anche fatti indirettamente, come potrebbero suggerire i decreti legge che vengono approvati  – ufficialmente deputati alla tutela della privacy –  che mettono in allarme addirittura istituzioni come Wikipedia . Oppure si tenta di delegittimare l’intero mondo dell’informazione lanciando allarmi sulla pervasività della fake news, al punto che addirittura la Polizia di Stato ha ritenuto opportuno aprire un form con la possibilità di denuncia on line . Per chiudere con gli esempi possiamo, infine, segnalare l’ultima notizia in ordine di tempo che ci mostra che l’informazione sta diventando una maionese impazzita: la società Facebook ha deciso che saranno gli utenti stessi a decretare l’affidabilità di una notizia . Questo clima di incertezza sulla veridicità delle notizie che ci giungono dai media sta generando anche degli specifici lavori come il fact checker, il verificatore di fatti. Da tutto questo quali considerazioni si posso trarre?

Il web si è caratterizzato, in questa tumultuosa fase iniziale, nella sostanziale mancanza di regole. Essendo una situazione mai sperimentata prima, la libertà di espressione che il mezzo ha donato a tutti (mettendo tutti più o meno allo stesso livello) ha suscitato stati di ebbrezza espressiva. Inevitabile che tutto il mondo del web cominciasse ad essere plasmato, limato, limitato. Inevitabile anche che questa situazione potesse essere sfruttata da schiere di malintenzionati, siano essi dei professionisti della propaganda, analfabeti funzionali o disinformati in buonafede. Una tendenza che potrà accentuarsi ancora di più in futuro, riducendo gli sconfinati spazi di libertà e la libera circolazione delle idee.

Cosa fare di fronte a questa prospettiva? Una prima ipotesi ha come requisito il mantenimento della comunicazione digitale ad un livello dignitoso, senza eccessivi interventi sulla rete stessa in termini di connettività (come invece fanno paesi come l’Iran, la Turchia o la Cina). L’informazione mainstream difficilmente potrà tornare ad avere l’influenza sull’opinione pubblica che ha avuto nel corso del Novecento. È probabile un ritorno della newsletter come strumento di diffusione di informazioni pregiate, lasciando alle junknews siti web pagine social. La seconda ipotesi è che lo strumento digitale diventerà assolutamente inaffidabile, soprattutto per la facilità di tracciamento che renderanno facile una qualsiasi cancellazione-repressione delle informazioni scomode. Non rimarrà, a questo punto, che un ritorno alla carta. Sempre che, quando ci troveremo in questa condizione, ci sarà carta disponibile.

Fantascienza dell’informazione, forse. Una visione pessimistica, forse. Forse.

ANCORA IMPRESSIONI DA LONDRA

Sono stato a Londra per la terza volta e la mia percezione della città si sta facendo più approfondita. Condividerò con voi quelle impressioni che ho potuto fermare con una fotografia.

 

Sarà la conseguenza dei bombardamenti degli aerei nazisti nell’ultima guerra mondiale, che hanno distrutto pezzi importanti della città, ma il panorama degli edifici mi ha confermato quell’impressione di una gran confusione. Accanto a idee che arredano un palazzo che, altrimenti,  resterebbe anonimo,troviamo delle vie ottocentesche che vedono il grattacielo puntare dei tetti.Ma può accade anche di trovare delle magioni che sembrano uscite direttamente da un film di Henry Potter.

Per ritrovarsi nella Londra dei londinesi basta uscire dalla Zona 1 ed arrivare ai margini della Zona 2. Ecco le case a schiera che furono prese in giro anche in uno dei fumetti di Asterix.

Ma nella City si può arrivare anche a vedere delle case “circondate” come questa. Quando l’ho vista mi sono domandato quali emozioni provassero gli abitanti di quella casa: orgoglio o soffocamento?

A proposito della City, il cuore pulsante delle attività economiche britannici, sotto il palazzo della Bloomberg si trovano i resti archeologici di un tempio dedicato al dio Mitra. Poca roba rispetto a quello a cui ci ha abituati l’Italia, ma ben curati e, soprattutto, visitabili gratuitamente, in un allestimento ipertecnologico che restituisce suggestione del luogo di culto.

E passiamo a qualche curiosità sull’inglesitudine. La prima sottolinea il sottile umorismo nel chiamare due strade adiacenti “Ave Maria lane” e “Amen corner”. Poi, in Trafalgar square hanno modificato i semafori inserendo i simboli di tutti i sessi possibili al posto del classico omino, in una versione inutile del politically correct ma forse con intento umoristico.

Sono stato anche al cimitero di Highgate in cui si conservano le spoglie di Karl Marx. Mi aspettavo di trovare qualche “pellegrino” e ne ho trovato più di uno, anche giovani.

Per chiudere, due immagini che, a mio parere, raccontano bene una certa aria di Londra

 

LA STRANA MALTA

Appena sotto la Sicilia, Malta galleggia nel Mediterraneo e, assieme a Lampedusa e Pantelleria, è una sorta di guado naturale tra l’Africa e l’Italia. Come tale è stata vissuta da tutte le popolazioni che vi sono approdate nel corso dei secoli. Più modestamente, vi sono arrivato anche io con l’ambizione di godermi una piccola vacanza e con la curiosità di scoprire un nuovo luogo, nuova gente, nuovi costumi.

La prima impressione del paese che ti accoglie, quando si viaggia in aereo, viene data dal tragitto dall’aeroporto al proprio hotel (o alla casa). Nel mio caso un tassista maltese mi ha shakerato per bene con la sua guida a scatti. Sono riuscito, comunque a guardare lo scorrere delle case e subito è balzata alla mia attenzione la pietra di Malta: una pietra di un giallo-ocra uniforme. Gran parte delle costruzioni hanno questa pietra a vista e l’uniformità del colore mi ha fatto imprimere un’impressione di monotonia del paesaggio urbano. Ma la dinamica edilizia non si è fermata a questa impressione. Ne parlerò più avanti.

Sono sceso nella zona del turismo massiccio, ovvero Sliema. Un lungomare con decine e decine di persone che corrono sui marciapiedi. La sera, con l’affollamento dello struscio, questi runners impongono un’impegnativa attività di reciproco evitamento. Francamente, tutta quella gente che corre mi ha dato un senso di fastidio perché non mi consentiva di rilassarmi durante la passeggiata. Mi sono chiesto se questi forzati della corsa coatta siano in grado di godersi la vita. Ognuno trova le proprie soddisfazioni, però diffido di coloro che non hanno percezione degli altri intorno a sé.

_MG_0013Tornando all’enfasi edilizia dei maltesi, è caratteristica la presenza costante, su qualunque vista panoramica dei vari luoghi, la presenza delle gru. A tratti pare di rivedere lo skyline de L’Aquila della ricostruzione post-terremoto. _MG_0015A differenza delle costruzioni in pietra gialla, però, il cemento armato incalza al punto che in certi punti l’edificio in stile tradizionale diventa l’eccezione. Questa spinta edilizia aggressiva fa ricordare le spregiudicate operazioni immobiliari dei palazzinari italiani, che hanno mangiato territorio per decenni, senza particolari cure estetiche. Malta sembra preda della stessa frenesia. D’altra parte, la piccola repubblica è da poco entrata nell’Unione Europea e ha aderito anche alla moneta unica. La crescita economica viaggia a cifre sostenute ed una prova indiretta di questa circolazione di danaro l’ho intuita nella spropositata quantità di ristoranti italiani o sedicenti tali. Una presenza simile l’avevo notata a Praga ed anche allora il sospetto che dietro questa invasione di aziende italiane dedite alla ristorazione potesse annidarsi la probabilità di lavanderie di danaro della malavita organizzata è sempre stato forte.

La sensazione della Storia, però, è forte. Soprattutto nella sua dimensione militare. Essendo una specie di nave alla fonda tra le varie sponde del Mediterraneo, Malta è sempre stata oggetto dell’occupazione di altre genti, dai Fenici agli Inglesi. Girando per la capitale, Valletta, è forte la connotazione fortilizia lasciata dai Cavalieri di Malta che erano, sì dei religiosi dediti alle attività di salute e ospedalizzazione, ma sono stati anche guerrieri capaci di difendere e resistere ad attacchi. Anche se, alla fine, una rivolta dei maltesi terminò l’esperienza dei Cavalieri, molta Storia è rimasta legata a loro ed oggi questi elementi monumentali sono parte dell’offerta turistica dell’Isola. Come è anche diventata oggetto di promozione turistica la pagina recente di Storia legata alla resistenza (ancora una volta!) degli Inglesi nell’ultima guerra mondiale. Malta è stata una base strategica degli Alleati nel Malta-2Mediterraneo ed ha resistito per lungo tempo senza essere mai conquistata , ma oggetto dei bombardamenti martellanti delle forze aeree tedesche e italiane.

Gli italiani, appunto. La terra più vicina a Malta è la Sicilia. Essa fa parte geologicamente proprio della piattaforma siciliana. Entrambe hanno conosciuto dominazioni comuni, come normanni, angioini e arabi. Queste, sommate all’italiano e l’inglese, hanno generato una lingua che è la somma di tutte quante. Quando siamo all’estero ci può capitare di ascoltare i toni e i modi linguistici del popolo che ci ospita e, con un po’ di sensibilità, possiamo riconoscerne le pronunce. Il maltese mi ha dato l’impressione di un collage di espressione e linguaggi. Naturalmente, molte parole sono italiane. Proprio per questi aspetti storico-linguistici, Malta è il paradiso degli italiani che vogliono viaggiare senza sapere l’inglese: quasi tutti  capiscono l’italiano, e due/terzi lo parlano.

La presenza inglese nell’isola è stata lunga ed ha intriso tutta la cultura maltese. La guida a sinistra sulle strade ne è l’aspetto più immediato. Ma si riconosce questa impostazione culturale anche nell’organizzazione sociale e istituzionale che mi ha dato l’impressione di fare dei maltesi il risultato spurio della britannizzazione di un’indole mediterranea.

Ancora due notazioni da turista. La prima è che, rispetto ad altre due nazioni mediterranee e vocate al turismo, L’Italia e la Grecia, Malta sia più cara. Forse perché, come in tutte le isole, è costoso far arrivare le merci. WP_20160703_003L’altra riguarda il mare. E’ splendido e le coste soprattutto di rocce contribuiscono a tenerlo pulito. Sono stato nell’isola di Comino alla scoperta della famosa Laguna Blu. La sfortuna ha voluto che ci arrivassi di domenica, con un affollamento pari alla riviera romagnola che, sicuramente, faceva perdere molto del fascino di quel pezzo di Mediterraneo, anche se molto contribuisce al reddito dei maltesi.

LA CULTURA E I VIDEOGIOCHI

Lo scorso 30 novembre ho partecipato ad una conferenza stampa, organizzata dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia, sul tema “Psicologia e videogiochi”. Relatori Thalita Malagò (AESVI), Matteo Lancini (psicoterapeuta e docente Università Milano-Bicocca), Giuseppe Riva (psicologo e docente Università Cattolica Milano). Proverò a ripercorrere il mio intervento, ampliandolo ove possibile.

Di tutte le possibili definizioni che si possono dare ai videogiochi, preferisco partire dalla considerazione che i videogiochi sono un manufatto culturale. Sono uno dei tanti manufatti che la cultura di ogni consesso umano genera: siano essi la ruota, il teatro, il telefono, un vestito e così via. Naturalmente, parlare di videogioco come una categoria unica è come dire che i film sono tutti uguali perché sono dei film. Così come esistono i generi cinematografici che hanno effetti differenti e pubblici differenti, così i videogiochi sono tanti e con svariate caratteristiche e pubblico.
Il pubblico che usa i videogiochi è divisibile in due grandi categorie, ognuna con tutte le sfumature del caso: da un lato metterei i giocatori blandi, ovvero quelli che giocano per divertirsi (ore di gioco contenute), e poi i giocatori intensivi, che affrontano il videogioco con lo stesso impegno e tenacia di un lavoro intensivo.
I videogiochi, però, ancor prima che investire la cultura, sono un cimento cognitivo. La cognizione non si esprime, naturalmente, in modo univoco ma come un mosaico sfaccettato di percorsi, funzioni e modalità operative. Il fisico e la mente del videogiocatore sono sollecitati, a tratti anche in maniera intensiva. Ecco che, in certi tipologie di giochi d’azione, l’eccessiva pratica può portare delle conseguenze.
Parliamo, quindi, degli eccessi del videogiocare. Alcuni sono reali, riscontrabili sperimentalmente e nella pratica, come la massiccia e continuata secrezione di ormoni dello stress (cortisolo generato dalle ghiandole surrenali) che, pur consentendo prestazioni superiori, per lunghe esposizioni ha degli effetti negativi. Altri danni sono, invece, presunti. Un’accusa che viene fatta ai videogiochi è che sottraggono tempo tanto allo studio quanto alla socialità. La prima può essere intuibile per l’enorme disparità di gratificazioni che si possono rilevare tra lo studio e il videogioco. In questo caso l’attività modulante e motivante dei genitori risulta fondamentale perché – fosse per i giocatori – si preferirebbe sempre il gioco. La seconda accusa, riferita all’alienazione sociale che provocherebbero, è da considerare che nasce in una fase della storia del videogico che vedeva i gamers a cimentarsi da soli contro il gioco. Da anni, ormai, i videogiochi si praticano soprattutto online, con un grado di socialità notevole che può essere locale (giocarlo con amici e compagni di scuola per poi ritrovarsi a commentarlo da vicino) o planetario (con dialoghi ed interazioni in inglese con altri gamers sparsi nel mondo).
Il problema più grande relativo ai videogiochi, grandemente amplificato dai media informativi, è sempre stato identificato nella violenza insita in molti titoli tra quelli più giocati. Il discorso meriterebbe da solo un ampio articolo ma possiamo dire che, parimenti alla tv, la violenza a cui espone un videogioco è pericolosa nella misura in cui il soggetto non sia predisposto alla violenza. Se così non fosse ci sarebbero omicidi in misura spaventosa in tutti i paesi in cui si giocano e il mondo sarebbe preda del terrore generalizzato.
Ma veniamo agli effetti positivi che, lentamente, stanno cominciando ad essere notati e studiati. Da un lato è stato notato da molte ricerche che nei videogiocatori migliorano le prestazioni visivo-spaziali e di coordinazione motoria. Migliora anche la memoria. Anche l’apprendimento può essere aiutato attraverso una pratica equilibrata dei videogiochi: viene rinforzato il senso di padronanza dell’apprendimento per prove ed errori, come pure migliora la gestione delle frustrazioni e la capacità di insight per le regole implicite. Anche la capacità di gestire le mappe cognitive può migliorare e le abilità in multitasking. Paradossalmente, i videogiochi abituano a concentrarsi: uno degli effetti principali che i videogiocatori vivono è definito “effetto flow“. Chi gioca entra in un flusso di attenzione in cui perde cognizione di tempo e spazio. E’ proprio questo effetto che ti fa rendere conto che hai giocato per ore senza rendertene conto. Potrei continuare, ma è possibile immaginare quanto possano sollecitare e allenare i videogiochi, a patto che non si esageri.
E’ facile anche supporre come si sia provato ad usare questo potente mezzo cognitivo per fini diversi dal gioco. Il videogioco è stato usato in ambito psichiatrico , come anche per la formazione; nella riabilitazione dopo un ictus , come anche nella pratica di videochirurgia. Chi li gioca sa che i videogiochi rientrano a pieno titolo in una sorta di “socializzazione 3.0“, quella fatta di un mix di comunicazioni (brevi/lunghe, testuali/audiovisive, ibride) realizzate attraverso tutti i device che la tecnologia ci mette a disposizione. Infine, dato assolutamente primario, quella dei videogiochi è un’industria a tutti gli effetti, come in passato lo sono diventati in cinema prima e la televisione poi. Tanto per fare qualche cifra, “Grand Theft Auto V” ha beneficiato di oltre 200 milioni di euro (“Pirati dei Caraibi” ne ha usato 229).
Che i videogiochi, poi, siano un potente mezzo per aggirare certe “difese” della personalità lo hanno capito in tanti e non tutti interessati solo al gioco: sono quelli che li usano per fare propaganda. Nel mondo arabo-integralista sono stati realizzati videogiochi in cui si fa la guerra agli israeliani e l’U.S. Army usa i videogiochi per indurre i giovani ad arruolarsi.
A causa dei giochi di tipo sparatutto o i picchiaduro, si è sempre tentato di far passare l’equivalenza “videogiochi=violenza”. Una vera bufala. Parimenti a quanto hanno mostrato le numerose ricerche longitudinali (quelle protratte negli anni) relative all’esposizione della violenza in tv, i comportamenti violenti a seguito di prolungate esposizioni alla violenza rappresentata sono più probabili in quegli ambienti che già contengono violenza. D’altra parte, il consumo di quei tipi di videogiochi è ampiamente sopravvalutato: nel 2014 il gioco più venduto è stato uno di calcio e nelle prime dieci posizioni ben 5 non sono riconducibili ai titoli incriminati. Ma c’è un’altra considerazione da fare. Il videogioco, come tutto ciò che è inventato dall’uomo, ha una sua dinamica peculiare: se si esagera, fa male anche il videogioco. Per usare una semplice metafora: col mestolo si versa dell’ottimo brodo ma se ci diamo un colpo sulla nostra testa, ci farà male.
I videogiochi, quindi, fanno parte ormai della nostra vita. Sono un manufatto culturale e come tale deve essere analizzato. La nostra cultura è fatta anche dalla violenza. I videogiochi la portano in una dimensione catartica e nulla ci porta a pensare che siano essi responsabili dei comportamenti violenti. Però, se si esagera nel giocare, possono fare male.
Ecco che un approccio equilibrato al fenomeno mi porta a concludere che i videogiochi sono un fenomeno culturale complesso e non riducibile a degli slogan. Va studiato con buon senso e sincera voglia di comprendere. Essi hanno sicuramente degli effetti cognitivi e, se goduti in eccesso, possono anche fare male. I videogiochi sono una parte della vita e della società e, più che contrastarli, andrebbero gestiti e governati.

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