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SE ARRIVANO I ROBOT, CHE FARANNO I GIORNALISTI?

Ciclicamente appaiono notizie sui media di imminenti e necessarie riforme dell’Ordine dei Giornalisti. Come anche periodicamente c’è un politico che si lascia andare dichiarando pubblicamente all’estinzione dell’Ordine stesso. Si sprecano i dibattiti e i festival sulla crisi del giornalismo, sulla vita assurda dei precari, sulle fake news che chissà da dove sbucano, sulle nuove frontiere dell’informazione su smartphone. In tutto questo chiacchiericcio manca, generalmente, la voce di chi è destinatario teorico dell’Informazione, cioè noi. Spesso, nei dibattiti, viene sottolineato dagli addetti ai lavori “quanto siamo importanti noi che vi cuciniamo le notizie”. Ma sta arrivando un tifone e chi ha le orecchie aperte sente già il vento fischiare tra i rami.

Già nel 2016, alle Olimpiadi di Rio de Janeiro, alcuni importanti giornali si sono avvalsi dell’opera dei roBOT per produrre notizie e la cosa non fece particolare scalpore. Il fenomeno, infatti, sta diventando progressivamente sempre più importante, come testimoniano le riflessioni che si stanno avviando. Da poco è stato addirittura presentato un anchormen virtuale “made in China”. Il fenomeno appare, quindi, pieno di possibili sviluppi e, visto con gli occhi dello psicologo, induce alcune riflessioni.

Da alcuni decenni l’informazione si è disposta lungo due poli: da un lato l’informazione-potere e dall’altro l’informazione-merce. Entrambi questi tipi di informazione potranno essere espletate dai robot-journalist che costano meno, non si ammalano, non si organizzano in sindacati, non richiedono contropartite per i favori fatti, non fanno inchieste scomode (se non programmati) non hanno problemi di etica e così via. È troppo troppo conveniente l’uso dei BOT per gestire l’informazione, quindi i giornalisti-umani dovranno farsene una ragione: il lavoro per i giornalisti diminuirà drasticamente, anche se progressivamente. Perché il pensiero capitalista lo impone e il bisogno asfissiante del profitto non guarda in faccia a nessuno: basta riflettere sulla selvaggia opera di precarizzazione che è stata fatta in tutto il mondo. Non basta ripetersi come un mantra che le persone (giornalisti) sono indispensabili.

Cosa potrebbe cambiare per noi utenti dell’informazione? Dipende. “NOI” è un termine vago. Chi  – e sono la maggioranza –  non si cura di ciò che gli accade appena oltre la propria sfera vitale, non cambierà nulla: continuerà a ricevere le informazioni che ha sempre avuto e continuerà ad essere “accompagnato” verso la sua opinione del mondo. Gli “altri”, quelli che conservano ancora un minimo pensiero critico saranno costretti a diventare attivi nella ricerca e, forse, nella costruzione dell’informazione. Ma dato che cercare informazioni e produrre notizie (vere e utili) è un’attività che richiede tempo, avremo bisogno di persone che lo facciano per noi. La costruzione della cornice di senso della notizia oppure l’inchiesta sul campo (non il data-journalism) hanno bisogno della visione degli umani. Anzi, di persone che siano profondamente a conoscenza dei comportamenti umani, che si voglia chiamarli giornalisti, blogger, cittadini attivi o altro. Persone che sappiano, soprattutto, comprendere gli aspetti umani delle notizie, perché un fatto è sempre frutto di un comportamento. Vi viene in mente qualcuno che fa già queste cose di mestiere?

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TURISTIZZAZIONE DEI CENTRI STORICI

Non so se voi ci siete stati. Io sono andato a Venezia un paio di volte. Nel tratto dalla stazione ferroviaria a piazza San Marco mi è sembrato di essere nei corridoi della metropolitana all’ora di punta. La folla ha un suo movimento, una sua cadenza. Ma, soprattutto, non ci si può guardare intorno. Si viene sospinti inevitabilmente e badiamo a non urtarci con gli altri. Venezia, poi, negli ultimi anni è diventata, in sostanza, un parco tematico. La gente scende dai treni o

dalle navi da crociera alte il doppio della basilica di San Marco e brulica per le calli. L’effetto collaterale di questo fenomeno è stato che gli abitanti di Venezia sono migrati a Mestre o si sono sparpagliati per le isole minori della laguna, quelle fuori dagli itinerari della massa turistica.

Venezia è un caso limite, ma possiamo verificare lo stesso fenomeno in città come Firenze o Roma, in piccoli centri come Gradara o San Marino, o piccolissimi come Civita di Bagnoregio o Calcata che ho visitato di recente. Tutti questi centri storici sono stati progressivamente interessati da un fenomeno che chiamerei di turistizzazione. In pratica, quando un centro storico comincia a diventare meta del turismo  – quel turismo globalizzato per cui qualcuno parte da Haifa in Israele ed arriva a Scicli in Sicilia per vedere l’ufficio di quel Montalbano delle fiction televisive –  lentamente si compie un processo di adeguamento sociale che mira a generare guadagni da questa massa di persone: quindi, ai tradizionali negozi si sostituiscono, gelaterie, fast food, piadinerie, souvenir, cambiavalute, bancarelle varie, oltre che ristoranti, osterie e wine bar. Non finisce qui. Come accenna prima per Venezia, gli abitanti storici della zona vengono progressivamente centrifugati per fare posto ad altri. A Roma, il famoso quartiere di Trastevere ha visto la sostituzione delle proprietà e degli abitanti.

Esiste il rovescio della medaglia, soprattutto per i piccoli centri che vengono travolti dal peso del turismo in termini di risorse: serve più acqua, più pulizia, più sicurezza, più strutture sanitarie, più accoglienza alberghiera. L’economia si trasforma per far fronte a questa massa di persone che viene a “godere” di quella che era la nostra casa.

Chiedersi se tutto ciò sia un bene o un male è una domanda retorica. Il fenomeno è ormai consolidato e la globalizzazione  – soprattutto per quanto riguarda la facilità e economicità degli spostamenti –  sembra un fenomeno crescente. Crescente e, probabilmente, irreversibile. Non riesco a ricordare un solo caso di un luogo che abbia rinunciato al turismo per tornare ad un’economia locale. Forse solo una catastrofe potrebbe rallentare o fermare questo fenomeno.

Esiste, infine, una discreta quantità di persone che sono insofferenti alle folle e che, per potersi godere uno spicchio di solitudine (specie se provenienti da una metropoli) vanno in cerca di luoghi con poca gente, generando fatalmente la turistizzazione della pampas argentina, del Polo Nord e forse un giorno della Luna.

 

LE NOTIZIE AL BAR DIGITALE

È stata approvata in un primo passaggio la famigerata normativa europea sul copyright: questa notizia , analizzata anche dal sito valigiablu.it, non potrei linkarvela perché vìola questa norma. Ci vorranno degli altri passaggi da affrontare in sede di Unione Europea e poi i singoli Stati dovranno ratificarla. Molte polemiche sta suscitando e anche qui proviamo ad aggiungere un altro punto di vista.

Le informazioni e le notizie, da sempre, sono il terreno su cui si cimentano governi, dittature, agenzie di sicurezza, spin doctor, ma soprattutto giornali, radio, televisioni. Negli ultimi dieci anni è cresciuto molto il mondo dell’informazione nel web. Gli ipertesti, che permettono di inserire in una pagina foto, video e link, hanno reso capillare la possibilità di informare le popolazioni. Ma anche sono il terreno su cui si cimentano imprenditori, gruppi di potere con aziende editoriali, network televisivi che vogliono fare guadagni. L’Informazione è diventata merce e strumento di pressione della propaganda.

Noi cittadini stiamo in mezzo, usati e spremuti, perché da un lato c’è chi vuole usare le informazioni per farci acquisire una certa idea della realtà, dall’altro c’è chi ci chiede in cambio quanti più soldi possibile per queste informazioni. Entrambe delle intenzioni lecite, ma… C’è un “ma”. In tantissimi, da tutti i pulpiti, ci ripetono in continuazione che le democrazie hanno bisogno di una buona informazione perché possano rimanere efficienti e valide. Quindi molti prendono per buono l’adagio secondo cui “l’informazione è un diritto”. Con questa ultima normativa europea, l’Informazione diventa a tutti gli effetti una merce. Se si volesse applicare alla lettera questa normativa l’Europa vivrebbe un impoverimento della consapevolezza dei cittadini dell’Unione.

Ora a me è venuta in mente una similitudine. Si sa che nei bar i gestori, come servizio alla clientela, comprano dei quotidiani perché i clienti li possano leggere (e consumare qualcosa). Quei giornali consentono a molte persone di informarsi ed aumentare la propria consapevolezza. Provate ad immaginare se giornalisti e giornalai facessero approvare una legge che vieta ai bar di lasciare a disposizione i quotidiani. Venderebbero più copie? I clienti del bar correrebbero alla prima edicola a comprare il giornale per poterlo leggere al tavolino del caffè, magari evitando di far sbirciare il vicino per non beccarsi una multa? Quasi sicuramente no. Avremmo più gente informata? Sicuramente no.

Forse i nostri politici dovrebbero, al contrario, ideare nuove forme di sostegno all’informazione perché i cittadini siano sempre sufficientemente informati e non chiudere i rubinetti con la scusa del copyright. O forse vogliono proprio questo?

IL VIDEOGIOCO DEI TITOLI DI GIORNALE

Senza andare troppo indietro nel tempo, sempre dagli Stati Uniti. 2 novembre 2017, sparatoria in un supermercato a Denver: tre morti. 18 febbraio 2018, sparatoria in una scuola in Florida: 17 morti e 14 feriti. 20 marzo 2018, sparatoria in una scuola in Maryland: 1 morto e due feriti. 3 luglio 2018, sparatoria in una scuola elementare a Kansas City: 2 feriti. 26 agosto 2018, sparatoria in un centro commerciale: 4 morti e 11 feriti. In questo caso l’articolo cita espressamente cosa stava accadendo durante la sparatoria, ovvero un torneo di videogiochi. Bingo!

Esiste una tendenza scorretta da parte di buona parte del giornalismo italiano a proporre al pubblico  – implicitamente o esplicitamente –  la presunta relazione tra videogiochi e violenza, secondo lo stereotipo più consolidato, come evidenzia il titolo dell’Huffington Post che, se fosse stato scritto correttamente, sarebbe diventato: “Sparatoria in Florida in un centro commerciale”.

Appare evidente che la causa di queste sparatorie è innegabilmente la facilità di reperimento delle armi, non la frustrazione: il mondo è pieno di gente che viene frustrata dai fallimenti e non ci risulta questa ondata di omicidi. Parimenti, se fosse la frustrazione per partite e tornei di videogiochi a generare la violenza omicida, avremmo milioni di omicidi ogni giorno. Infine, viste le notizie proposte, potremmo pensare anche che, dato che molte sparatorie avvengono nelle scuole e nei centri commerciali, siano proprio questi ad essere la causa scatenante dei comportamenti omicidi. Ma siamo seri!

Il problema (negli Stati Uniti) è la presenza delle armi e una cultura da Far West che giustifica e incoraggia il possesso e l’uso delle armi. In Italia, invece, il problema è la scarsa qualità di certo giornalismo che insegue la paura del pubblico, che soffia sul fuoco consolidando gli stereotipi che finge di condannare.

Ma il problema sono i videogiochi.

LO PSICOLOGO SENZA DISSENSO

Due episodi recenti, strettamente collegati, mi hanno fatto sorgere il dubbio che i social stiano sfuggendo di mano agli psicologi. Protagoniste sono due psicoterapeute. Ve li racconto.

Il tutto nasce da un articolo dal titolo: “La Spagna introduce legge sul consenso esplicito: se l’altro non dice “si” è stupro”. La prima psicoterapeuta posta sulla propria bacheca Facebook (n.b. aperta ai commenti) l’articolo ed io, perplesso, commento con un semplice “bah”. Mi arriva via messaggio la richiesta della collega di rimuovere il mio commento. L’ho invitata a farlo lei, cosa regolarmente avvenuta. La seconda psicoterapeuta, invece, a commento delle probabili reazioni che qualcuno deve aver manifestato alla notizia, così commenta; “Mi spiace, dolci e amati maschioni, che la legge spagnola sullo stupro non vi garbi. Sapete, secoli e secoli di abusi, stupri, discriminazioni e violenze ci hanno costrette a tralasciare quelle sfumature di romanticismo che tanto rimpiangete e a cui siete notoriamente interessati. D’altronde sono sicura che, come riuscite a tenere il pisello alzato in situazioni francamente improponibili a livello di eccitazione sessuale, ce la farete anche questa volta. Forza guerrieri, vi sono vicina [NdR. aggiunge un emoticon-cuore] “.

Pur intuendo la delicatezza dell’argomento e comprendendo la reattività che l’argomento può innescare, ribadendo che reputo stupidi gli uomini che aggrediscono le donne, mi ha lasciato molto perplesso il comportamento di queste due colleghe. La prima considerazione è che stare sui social, anche e titolo personale, non fa smettere di essere uno psicologo. A maggior ragione se si usano abitualmente i social per il proprio marketing on line, attraverso siti, pagine Facebook o account su Twitter o Instagram. Ritengo (sarò all’antica) che uno dei primi compiti etici di uno psicologo sia l’inclusione. Uno psicologo che non tollera il dissenso, soprattutto se manifestato in termini civili e educati, come nel primo caso, è probabile che non appaia come qualcuno in grado di comprendere. Poi, come nel secondo caso, la militanza di genere, quella del “noi nel giusto, voi nel male”, crea antagonismi che mirano deliberatamente a escludere, a dividere, perdendo di vista qualsiasi sfumatura o differenza nel comportamento. Inoltre, il linguaggio intriso di sfida e di scherno (con tanto di emoticon-cuore finale), mette di fronte i lettori alla consapevolezza che non può esistere dialogo (quindi collaborazione) con chi si pone in questo modo, aumentando conseguentemente la distanza con chi non aderisce fidelisticamente a quella posizione.

Questi sono solo due episodi tra i tanti che mi inducono a pensare che in molti non abbiano ancora compreso la valenza della comunicazione attraverso i social. Quando capita a dei “colleghi”, rimane un po’ di amaro in bocca perché è facile, poi, essere valutati dal pubblico come una categoria professionale non affidabile.

Naturalmente, posso sbagliare in queste mie valutazioni.

SCENARI PER PSICOLOGI FATTI FUORI DALLA TECNOLOGIA COGNITIVA

In un recente articolo di Giuseppe Riva (docente di Psicologia della Comunicazione all’Università Cattolica di Milano) apparso su Psicologia Contemporanea n. 267, si prospettano le future evoluzioni della tecnologia applicata alla psicologia. Il quadro che ne esce è inquietante. Se, come afferma Riva, “la prima sfida dello psicologo del futuro è quella di comprendere i cambiamento in atto, per valutare e sostenere gli individui all’interno di nuovi contesti“, viene da domandarsi quanti psicologi riusciranno effettivamente a farsi pagare. Come la tecnologia informatica sta spazzando via molti lavori  – il primo che viene in mente è l’edicolante –  è molto probabile che anche gli psicologi faranno la fine dei giornalisti, sempre più spesso sostituiti dai robot.

Gli esempi fatti da Riva sono illuminanti. La IBM ha messo a punto Watson che è un primo tentativo di creare un’intelligenza artificiale in grado di rispondere a domande non strutturate, datato 2005. Da questo progetto è stato, poi, sviluppato Personality Insight che sarebbe in grado di stilare un profilo della personalità a partire da testi scritti con sole cinquecento parole. Il problema per gli psicologi è che questo test costa dieci centesimi rispetto ai cinquanta euro che vengono chiesto per la somministrazione di un Big Five. Non è tutto.

I “Servizi cognitivi di Microsoft“, senza necessitare di alcuna competenza psicologica, sono capaci di analizzare in tempo reale testi, immagini, video ed espressioni facciali. Ancora, Woebot è un app che simula le capacità di conversazione di una persona e, destinato a monitorare gli stati emotivi, è stato efficacemente testato sulla capacità di ridurre i livelli di ansia e di depressione. Ultimo esempio di tecnologia cognitiva già pronta è SimSensei che ha realizzato un vero e proprio psicoterapeuta virtuale, capace addirittura di analizzare la comunicazione non-verbale ed è già impiegato nei colloqui preliminari con i veterani di guerra esposti al rischio di stress post-traumatico.

È facile intuire che i margini di lavoro per le schiere di aspiranti psicologi generati dalle Facoltà di Psicologia si riducono notevolmente. Cosa potranno fare per vivere senza cercarsi un altro mestiere? Forse fare un altro mestiere, ma da psicologi. La conoscenza delle dinamiche del comportamento pone le condizioni per ottime performance nel caso in cui si uniscano ad un altro sapere. Nel mio piccolo ho unito le mie conoscenze psicologiche al mondo degli audiovisivi, come anche a quello dell’informazione. È possibile fare il regista, il videomaker, l’autore o il giornalista rimanendo psicologi. La costruzione della nostra identità come psicologi forse deve adeguarsi ai tempi. Questa evoluzione professionale, probabilmente, potrebbe essere una delle soluzioni alla sfida dei robot-psicologi.

SE QUESTA E’ INFORMAZIONE

Una delle accuse più frequenti che vengono mosse ai giornalisti è che i loro articoli, i loro servizi in video, le loro inchieste, siano fuorvianti perché frutto di schemi stereotipati, di pregiudizi e che, quindi, non consentono alle persone di comprendere realmente un fenomeno. Tutti si auspicano che essi riprendano un livello di correttezza e deontologia adeguata alla funzione sociale che svolgono. Si potrebbe anche ipotizzare  – come faccio nel mio libro –  che gli psicologi possano contribuire all’innalzamento degli standard informativi della nostra società. Poi accade qualcosa che palesa quanta strada vi sia ancora da percorrere.

Nell’ultimo numero della rivista Psicologia Contemporanea (n. 265)  – rivista benemerita e in corso di rinnovazione da parte del nuovo direttore –  la psicologa dello sviluppo Silvia Bonino scrive un articolo dal titolo “Relazioni disumane: il sesso con i robot“. Faccio un salto. Che coincidenza, proprio qualche settimana prima avevo scritto proprio su questo blog un articolo sullo stesso argomento. Mi lancio nella lettura e, via via che leggo, aumenta la mia perplessità. Vi spiego.

L’analisi della Bonino viene aperta da una sintesi (catenaccio) che recita: “Il diffondersi di bambole e robot con cui fare sesso rappresenta la deriva di un erotismo dove il ‘partner’ è visto come oggetto di un soddisfacimento meccanico anziché come un universo autonomo con il quale interagire“. Accidenti, è una sentenza. I titolisti avranno esagerato come al solito. Proseguo e scopro un’altra affermazione che avrebbe meritato la citazione della fonte: “Già oggi, nel mondo, alcune aziende li producono a costo elevato e per un mercato esclusivo, in alcuni casi di pedofilia“. Affermazione enorme. Un’accusa pesante. Proseguo nella lettura.

Successivamente, memore delle tante riflessioni di specialisti di cibernetica , oltre che di scrittori di fantascienza, sull’umanità possibile da parte di un un “robot”, appare un po’ semplicistica l’affermazione: “L’amore, l’affetto, la cura, l’altruismo, la cooperazione sono l’espressione quotidiana di questa socialità“. A parte il concetto di amore che, semanticamente, contiene molti significati in virtù del punto di osservazione, siamo realmente sicuri che un androide non potrà essere in grado di assolvere a quelle necessità? Il dubbio rimane.

Nella delineazione filogenetica del comportamento sessuale, leggo ancora: “Negli esseri umani il sesso si è congiunto all’affetto in una relazione emotiva e sentimentale paritaria; si è così sviluppato l’amore sessuale, in cui la sessualità non serve più solo alla riproduzione ma al mantenimenti del legame“. Dobbiamo, quindi, escludere che il sesso senza una profonda relazione d’amore sia soddisfacente? Per Silvia Bonino sembra di si perché, poco dopo, scrive: “I sex robot realizzano un preciso e univoco richiamo alla sessualità rettiliana, vale a dire a una sessualità del tutto disgiunta da qualsiasi rapporto emotivo affettivo (…) Si tratta di una sessualità preumana e disumana, antecedente alla comparsa degli affetti, in cui non si interagisce con una persona reale, ma soddisfa solo una pulsione primaria secondo una modalità del tutto autocentrate. È quanto già accade con  la prostituzione“. Ancora un’affermazione che non aiuta a capire un fenomeno che esiste da millenni. Possiamo liquidare il fenomeno della prostituzione così?

Con i robot, invece, si realizza una sessualità che è intrinsecamente di dominio e sopraffazione, poiché l’altro è oggetto completamente programmato per soddisfare i desideri dell’acquirente. In questo modo [con]  l’utilizzo dei robot si disabitua a interagire con un essere umano” continua il professore onorario di Torino. Qualcosa non torna. Se accettiamo la definizione di dominio come “avere un potere incontrastato su qualcuno” o come “tenere qualcuno sotto il proprio controllo, potere, autorità” come recita uno dei dizionari della lingua italiana ci rendiamo facilmente conto che un robot non può essere dominato in senso umano proprio perché un automa (non voglio arrivare a dire come un televisore). Tanto meno un androide può essere sopraffatto  ovvero “oggetto di una prepotenza, soperchieria o sopruso“. Infine, vista la similitudine postulata poche righe prima tra sesso con robot e prostituzione, viene da pensare che la disabituazione all’empatia, che dovrebbe essere indotta, si compia anche con le prostitute, nonostante la vasta letteratura sulle passioni e le storie d’amore tra uomini e prostitute .

Tirando le somme, ho avuto la sensazione che questa apparente analisi si riducesse ad una serie di affermazioni, poco argomentate e sostanzialmente fuorvianti. Un’analisi che lascia più dubbi che chiarezze. Perciò mi chiedo: questa è informazione? No, ovviamente no. È una dotta opinione che avrebbe meritato anche un contraddittorio ma  – si sa –  certi argomenti sono scivolosi più di una saponetta bagnata. Peccato che sia stata pubblicata da una rivista di psicologia destinata al grande pubblico. Avrebbe aiutato capire. Dovremmo fare meglio, molto meglio.