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ROMA CAPUT LERCIUM

Sui media informativi, ormai da anni, continua tambureggiante il rumore degli articoli sull’immondizia per strada a Roma. Denunce, inchieste, servizi dei telegiornali, interviste ad amministratori e gente comune costituiscono un terreno comune su cui sfogare il malumore. Quante volte ho sentito frasi del tipo “Quelli dell’AMA [NdR. Azienda Municipale Ambiente] non hanno voglia di fare niente”, oppure “il sindaco è un incapace”; oppure, ancora, “Rubano tutti e noi stiamo sempre nell’immondizia”. Immagino che, al momento dell’insediamento un qualsiasi assessore all’ambiente di Roma questi abbia nelle orecchie fischi e ronzii come fosse una locomotiva. Ma come affrontare il problema? Forse è il caso di fare un bel ragionamento sulla responsabilità.

Cominciamo elencando una serie di fatti facilmente verificabili da tutti.

  1. A) La sporcizia che è possibile vedere a Roma non ha appartenenze topografiche: se ne trova dai Parioli a Torpignattara, dall’EUR al centro
  2. B) Non esiste una tipologia specifica di immondizia: si trovano auto abbandonate, dai frigoriferi (famigerati) ai divani, dalle bottiglie ai televisori; ma soprattutto carte, plastiche e minutaglia varia è annidata dappertutto. Sui marciapiedi, ai bordi delle strade, nelle aiuole, nei parchi, nelle metropolitane, sugli autobus. wp_20161224_001Non solo. Questa microimmondizia la si incontro addirittura nei comprensori privati, nei condomini e negli ascensori.
  3. C) È possibile vedere all’opera i mezzi e gli uomini della municipalizzata che svuotano i cassonetti e puliscono le strade
  4. D) molto frequentemente è possibile trovare i contenitori (di tutte le misure, dal cassonetto al semplice cestino) ricolmi. Conseguentemente, di fianco ad un cassonetto straripante, si accumulano sacchetti e materiale di vario genere
  5. E) La pratica del “butta tutto nel buco”, con l’uso di discariche, non è una strada percorribile
  6. F) Qualsiasi impianto di incenerizione provoca perplessità ambientali e proteste della popolazione

Questi i fatti. Potrebbe esserne sfuggito qualcuno ma il quadro è ben delineato. In una città che conta quasi tre milioni di abitanti, è 207-514materialmente impossibile che alcune migliaia di lavoratori, per quanto meccanizzati, possano tenere pulite i 5500 km di strade della Capitale. Infine, c’è da sottolineare una realtà incontestabile: i responsabili dell’immondizia e dei rifiuti sparsi per la città sono gli abitanti di Roma.

Fatte salve queste premesse, cosa si potrebbe fare per invertire la tendenza? L’unica strada che possa garantire dei risultati è quella di restituire la responsabilità della pulizia agli abitanti stessi. Dietro all’immondizia c’è un atteggiamento di deresponsabilizzazione: “perché dovrei pulire io che già pago quelli dell’AMA?”. Occcorre una crescente presa di coscienza che, se è vero che abbiamo il diritto ad avere un servizio di rimozione dei rifiuti al servizio della collettività, dall’altro abbiamo l’equivalente dovere di non sporcare. Sembra elementare.

retake-2La consapevolezza che siano gli stessi abitanti a sporcare viene evidenziata dalle azione dei molti gruppi civici di “inseguimento del decoro” che brillano per senso di responsabilità ma che risultano inefficaci per una carenza ideologica che possa realmente essere coinvolgente sulle persone. Se l’atteggiamento deresponsabilizzato della gente si manifesta verso gli operatori ecologici, accade inevitabilmente che questo atteggiamento si manifesti verso i volontari civici (“perché dovrei aiutarli a togliere l’immondizia se c’è un’azienda che viene pagata con le mie tasse per farlo?”).

Ecco perché, già se venisse approvata l’ordinanza (con relative sanzioni) per cui ogni condominio deve provvedere alla pulizia del tratto di strada che interessa la proprietà, potrebbe essere una “spinta” alla responsabilizzazione. Ma non basta. Dall’altro lato occorre far diventare “desiderabile” non sporcare e/o pulire. Come tutte le azioni destinate alla modifica dei comportamenti, è indispensabile fornire motivazioni e gratificazioni. Per rimanere al passo con i tempi  – giusto per citare ad esempio il fenomeno di Pokémon Go –  è possibile usare la ormai vasta esperienza in tema di gamification.

IL POZZO DI WHATSAPP

Questa storia racconta del livello di dipendenza sociale che hanno raggiunto alcuni presidi del web e di quanto si venga messi di fronte a delle scelte che erodono pezzetti (grandi o microscopici) di dignità. Per potervi esporre la morale vi devo raccontare la storia.

 

“Un potente stregone, con l’intento di distruggere un regno, versò una pozione magica nel pozzo dove bevevano tutti i sudditi. Chiunque avesse toccato quell’acqua, sarebbe diventato matto.

il-pozzo-del-villaggio-col-castelloIl mattino seguente l’intera popolazione andò al pozzo per bere. Tutti impazzirono, tranne il re, che possedeva un pozzo privato per sé e per la famiglia, al quale lo stregone non era riuscito ad arrivare. Preoccupato, il sovrano tentò di esercitare la propria autorità sulla popolazione, promulgando una serie di leggi per la sicurezza e la salute pubblica. I poliziotti e gli ispettori, che avevano bevuto l’acqua avvelenata, trovarono assurde le decisioni reali e decisero di non rispettarle. Quando gli abitanti del regno appresero il testo del decreto, si convinsero che il sovrano fosse impazzito, e che pertanto ordinasse cose prive di senso. Urlando si recarono al castello chiedendo l’abdicazione. Disperato, il re si dichiarò pronto a lasciare il trono, ma la regina glielo impedì, suggerendogli: – Andiamo alla fonte, e beviamo quell’acqua. In tal modo saremo uguali a loro – . E così fecero: il re e la regina bevvero l’acqua della follia e presero immediatamente a dire cose prive di senso. Nel frattempo, i sudditi si pentirono: adesso che il re dimostrava tanta saggezza, perché non consentirgli di continuare a governare?

 

Dobbiamo questa parabola a Paulo Coelho ed è maledettamente pertinente ed attinente a whatsapp. Ora vi spiego perché.

 

Poco più di un mese fa mi appare un messaggio dell’app Whatsapp che mi annuncia che la società proprietaria del software avrebbe proceduto ad una variazione unilaterale delle condizioni del contratto. Il numero di telefono del mio smartphone si sarebbe integrato con le attività di Facebook. Da due anni, infatti, la società detentrice di Whatsapp era stata comprata da quella di Zuckemberg che ha speso la cifra iperbolica di 19 miliardi di dollari!! Non credo che si spendano cifre simili senza pensare di guadagnarne di più. Da dove escono questi soldi? Ci spiega Giovanni Ruggiero su liberoquotidiano.itle aziende che ne faranno richiesta, dietro lauto pagamento, potranno contattarvi anche su Whatsapp per proporvi i loro prodotti. Che si tratti di un’offerta imperdibile dal supermercato vicino casa o di una banca pronta a farvi diventare ricchi se aprite un conto online da loro, solo il tempo potrà dircelo. La funzione di condivisione è già attiva in automatico, sempre nell’ottica di renderci le cose più semplici possibili. E non abbiamo neanche tante scuse, perché nell’aggiornamento della policy della app tutto questo c’era scritto“. Siamo merce di scambio e di guadagno. Semplicemente. E veniamo a me.

 

Non mi sono mai piaciute le modifiche unilaterali dei contratti (le banche lo fanno sistematicamente e con notevole spocchia) perché contengono l’implicito disprezzo per la correttezza di una relazione: è come se dicesse “faccio come mi pare e la parola data vale solo per te”. Un atteggiamento che infastidirebbe chiunque. Ma se a farvelo è l’app che tutti usano e che è entrata a far parte della vita quotidiana popolo-di-whatsappdi tutti, allora diventa un atto donchichottesco resistervi. Io ci ho provato. Ho resistito una settimana, poi sono andato a bere al pozzo del villaggio, quello che usano tutti i sudditi che sono stati rapiti dalla follia. Ora sono tornato “normale” e di nuovo nel gregge, libero di dialogare di nuovo col popolo del villaggio. Con un pizzico di dignità in meno.

QUANTA PSICOLOGIA IN POKEMON GO?

Il videogioco Pokémon Go sta impazzando. Accade sempre più di frequente che un videogioco possa godere di un successo virale. Si sa, gli esseri umani, quando sono liberi di fare ciò che vogliono tendono a imitarsi a vicenda. Ma questo fenomeno, oltre gli aspetti imitativi di tipo adolescenziale, mette in moto ben altro.

I videogiochi nascono innanzitutto per divertire e  – solo dopo –  per fare soldi. Questa seconda possibilità, però, si è dimostrata determinante perché i profitti che hanno cominciato ad accumulare le case di produzione hanno permesso di aumentare progressivamente gli investimenti e, di conseguenza, la capacità di “induzione tecnologica”. I videogiochi hanno accompagnato e incentivato lo sviluppo di macchine sempre più potenti, con processori sempre più performanti e costi sempre più bassi.

I videogiochi sono diventati il livello d’ingresso della cultura digitale dal momento che i bambini ormai entrano in contatto con la logica digitale proprio attraverso di essi. Col passare del tempo la massa di persone digitalizzate, siano esse nativi o emigranti, è diventata tale che tutte le innovazioni e tutti i comportamenti che si generano hanno consistenti ricadute nelle società. Un esempio per tutte sono le pratiche di gamification , ovvero quelle iniziative che cercano di ottenere una modificazione del comportamento attraverso le dinamiche insite nei videogiochi, come le gratificazioni e l’esploratività cognitiva.

Il videogioco Pokémon Go non è sbucato dal nulla. Già nel 2007 prendeva avvio Critical City, un videogioco a realtà aumentata che nasceva con intenti sociali. E’ evidente che Pokémon Go è stato lanciato con l’intento di fare profitti, testimoniato anche dagli investitori che hanno permesso l’operazione.

Il gioco si basa su quello che viene chiamata “realtà aumentata“, una sorta di terra di mezzo tra off line e on line. Attraverso lo sfruttamento delle mappe di Google, il software piazza in corrispondenza di alcuni luoghi virtuali (sulla mappa) alcuni pupazzetti che potranno essere avvicinati, fotografati e catturati tramite i movimenti nello spazio cittadino rilevati dalla geolocalizzazione dell’apparecchio mobile.

Questo tipo di attività mette in moto alcune attitudini del nostro cervello che abitualmente usiamo in altri casi. Per esempio, quando guidiamo un’automobile, noi “diventiamo” grandi quanto l’auto e, grazie a questa capacità di adattamento, evitiamo di urtare persone e oggetti mentre ci muoviamo. Come anche, quando decidiamo un percorso per andare da casa al luogo di vacanza, costruiamo nella nostra testa la “mappa mentale” del tragitto, tenendo conto della nostra fretta (obiettivi), dell’ora e del traffico (vincoli), delle caratteristiche del mezzo con cui ci muoviamo (percezione di sé) e così via. Pokémon Go agisce allo stesso modo e ci costringe a lavorare sulla mappa mentale che appositamente costruiamo nel nostro cervello.

Tutto questo lavorìo tra reale e virtuale ha l’effetto collaterale di abituarci lentamente a sovrapporre e integrare nelle nostre pianificazioni sia il livello reale, sia quello virtuale. Progressivamente ci troveremo pronti a gestire sistemi più complessi che potranno aumentare le nostre capacità di orientarci in questa “protomatrix” che si prospetta nel futuro ormai neanche tanto remoto.

ERRORE IN COMUNICAZIONE SU PIAZZA

Lo scorso 12 marzo, invitato da uno degli organizzatori, vado a dare un’occhiata ad una delle piazze della manifestazione WakeUp Roma. Una mobilitazione di volontari che, con le loro pettorine e armati di attrezzi, puliscono le piazze in questione. Una manifestazione organizzata in collaborazione con l’AMA, l’azienda comunale deputata al decoro ed allo smaltimento dei rifiuti. Io capito, dunque, a piazza di Porta Maggiore.

Già da lontano scorgo i volontari all’opera. Appena passata la porta mi rendo conto che di fronte al gazebo degli organizzatori c’è della gente che protesta. Più esattamente sembrano disoccupati che denunciano l’assurdità della pulizia fatta dai volontari perché – secondo i volantini che distribuivano – quello sarebbe dovuto essere un lavoro affidato a gente come loro, attuali disoccupati: una responsabilità che, a loro parere, andava imputata ai politici al governo della città. Fin qui tutto comprensibile. Poi, però, è cominciato ad accadere qualcosa di anomalo.

Gli striscioni e la posizione dei protestanti era contrapposta al gazebo dei volontari. La prossemica non è un’opinione e la loro posizione indicava chiaramente che erano “contro” gli organizzatori della manifestazione. Non solo. Anche con i megafoni, hanno urlato contro i volontari accusandoli di un comportamento “reazionario” (cosa confermata, poi, nel sito web dei manifestanti. Scrivono: “Una forma corrotta di associazionismo, che spiana la strada, attraverso metodi presuntamente cooperativi, all’ideologia liberista privatizzante ogni settore della vita pubblica gestito dallo Stato (…) Ma Retake non è la risposta allo schifo quotidiano che viviamo: contribuisce, al contrario, alla sua deriva degenerata, ed è per questo che noi oggi siamo andati a dirglielo in faccia contestando la pagliacciata organizzata a Porta Maggiore“). Ma non è finita qui. I manifestanti hanno pensato di imbrattare con la pittura a spruzzo le panchine appena pulite dai volontari (c’era una donna anziana che aveva lavorato alla pulizia della panchina che era sbigottita). Un comportamento che apparentemente non si spiega ma pone una sfida di comprensione.

Il primo punto da analizzare è il presunto oggetto della protesta: l’azione dei volontari evidenzia che a Roma ci sarebbe necessità di più lavoratori stipendiati e deputati alla cura della città. L’azione di Retake [NdR. Il movimento di volontari per il recupero della città, organizzatore dell’evento] è in contraddizione con l’oggetto della protesta? Evidentemente no. Uno dei principi fondanti del movimento Retake non è quello di sostituirsi alle istituzioni, bensì di spingere le persone a comportamenti più civici, ovvero a non sporcare/imbrattare/trascurare la proprio città. Solo in seconda battuta c’è la pulizia straordinaria dei luoghi, secondo il precetto che per avere un comportamento è bene dare l’esempio. E’ palese che i manifestanti di Porta Maggiore non ne siano stati a conoscenza, per ignoranza o superficialità.

Il secondo punto è che le due azioni (pulizia volontaria e proteste) hanno, nella loro intenzione comunicativa, un unico destinatario: la cittadinanza. Entrambi i gruppi, con motivazioni differenti, chiedono l’appoggio dei cittadini. I primi per ottenere lavoro, i secondi per ottenere un comportamento civico positivo. Appare anche in questo caso evidente che le due istanze sono su due piani differenti, pur condividendo il destinatario, e non si escludono a vicenda. Anzi.

Veniamo, infatti, al terzo punto. La contrapposizione, la scelta dell’antagonista, fatta dai dimostranti non può essere frutto del caso. Perché prendersela con i volontari che, ovviamente, non possono dargli lavoro? Semplicisticamente si potrebbe concludere – come fatto dai manifestanti – che i volontari siano diventati strumenti inconsapevoli di organizzazioni superiori, come affermato sempre nel loro sito web: “il fenomeno Retake, il falso associazionismo sponsorizzato dalle multinazionali come Wind, Groupama, Eataly, LVenture Group, e coadiuvato dall’università privata Luiss. Una forma corrotta di associazionismo, che spiana la strada, attraverso metodi presuntamente cooperativi, all’ideologia liberista privatizzante ogni settore della vita pubblica gestito dallo Stato. E’ però una battaglia politica e culturale complessa, perché apparentemente le motivazioni e gli intenti dei “retakers” appaiono di buon senso, forse ingenui ma genuini“. Ma forse c’è dell’altro. Ci arriveremo. Intanto viene facile pensare che, se uno stratega della comunicazione avesse voluto aiutare i manifestanti, gli avrebbe suggerito di schierarsi fisicamente affianco ai volontari, a simboleggiare la continuità tra chi vorrebbe una città più bella e chi è disposto a lavorare per farlo. Probabilmente, lo stratega avrebbe invitato i disoccupati, con tanto di elmetto, ad aiutare i retakers: meglio se facendosi immortalare dagli smartphone e rilanciando sui social network con un #dallastessaparte. Praticamente come fanno quei ciclisti che stanno a ruota del corridore più forte per chilometri e poi, agli ultimi cento metri, si alzano sui pedali e arrivano primi al traguardo.

Quali significati sono “arrivati” alla cittadinanza che avesse avuto modo di assistere alla scena? E quali possono essere arrivati a chi ne ha colto il riverbero emanato dai media informativi e dai social? Sul blog “Roma fa schifo”, da sempre su posizioni molto critiche sulla classe politica che gestisce la capitale, si notava che “Oggi, a proposito di degrado, altri rappresentanti di questa diffusa feccia fatta di poche persone, ma di tante iniziative prepotenti, ha manifestato contro il grande evento Wake Up Roma organizzato dalla Luiss e da Retake a Piazza di Porta Maggiore. “Il vero degrado è la disoccupazione” urlavano cercando di interrompere i tanti volontari impegnati in piazza. Non capiscono, perché sono in cattiva fede e anche perché proprio intellettualmente non ci arrivano, che proprio il degrado è causa e presupposto della disoccupazione stessa“. Uno spettatore che non facesse parte di nessuno dei due schieramenti avrebbe facilmente notato la differenza dei comportamenti dei due gruppi. Il primo faceva qualcosa connotato positivamente (si direbbe prosociale), mentre il secondo era oppositivo e aggressivo.

Il comportamento oppositivo, quando viene portato all’estremo, viene perpetuato anche se palesemente porta danno a chi lo compie. Chi si contrappone per contrapporsi ha bisogno di svalutare l’altro; forse può essere addirittura un disperato tentativo di dare più valore a se stesso, un valore che non riconosce o che teme di perdere se l’altro non è diverso necessariamente da sé. E’ proprio una sostanziale costruzione di identità fatta sull’opposizione. Possibile che chi manifestava fosse inconsapevolmente autolesionista da assumere un atteggiamento che lo mettesse in cattiva luce? C’è un “ma”. Se si danneggia da sé, significa o che non si è consapevoli del danno che si procura o che si ha un tornaconto psicologico maggiore del danno. Probabilmente essi sono convinti di “vincere” questa sfida. Una sfida di cui si può aver bisogno se si ha paura di non percepire di esistere. Più è evidente a “agli altri” il comportamento oppositivo, tanto maggiore sarà il puntello alla propria sofferente identità. Non so se gli oppositori di Piazza di Porta Maggiore siano riusciti a trasmettere il loro messaggio, ma pare più un errore in comunicazione.

Per correttezza ammetto che simpatizzo per i Retake, pur non facendone parte.

DA CANDID CAMERA AI FINTI ESPERIMENTI SOCIALI

E’ di moda negli ultimi mesi usare il video per mostrare il comportamento delle persone. Non è un utilizzo nuovo, naturalmente. Antesignano è stato il programma televisivo statunitense, ripreso in Italia negli anni Settanta da Nanni Loy (titolo: Specchio segreto). Candid camera indica genericamente una forma di registrazione video effettuata con una macchina da presa nascosta. Il meccanismo è alla base di alcuni programmi televisivi costituiti da sketch in cui passanti o personaggi famosi sono messi di fronte a situazioni paradossali allo scopo di registrarne le loro reazioni. In questo caso, dunque, è palese l’intento di intrattenimento: si provocano le persone ignare per spiarne i comportamenti attraverso la ripresa. A conferma della dimensione ludica c’è il fatto che, alla fine, alle persone viene rivelato che sono state riprese e che era un gioco.
Spiare le persone con una telecamera diventa, quindi, un’occasione imperdibile per chi vuole mostrare il comportamento della gente. Ecco che nascono gli “esperimenti sociali candid”, ovvero delle situazioni messe in piedi con l’intento di riprendere i comportamenti delle persone.
Ha avuto una certa risonanza quello realizzato a New York in cui si cerca di mostrare le molestie sessuali verbali che una ragazza deve subire quando cammina per strada. Il titolo del video è “Dieci ore di cammino a New York” ed è una serie di percorso fatti da una ragazza e preceduta da una persona che ha una microcamera indosso. Vengono registrati 108 apprezzamenti in 10 ore di passeggiata: in media poco più di 10 ogni ora, ovvero uno ogni 6 minuti. Il video in questione è stato realizzato da un’associazione che si propone di mostrare la pressione psicologica a cui si trova sottoposta una donna a New York quando cammina per strada. L’imbeccata per i media è appetitosa ed, infatti, molte testate online rilanciano il video del “esperimento”. C’è un problema, però, che nessuno evidenzia perché rovinerebbe l’effetto “notiziabilità”: quanta scientificità c’è nei video di questo tipo? Proviamo ad analizzarlo.
L’ipotesi di ricerca (implicita) è: le ragazze a New York sono sottoposte a molte molestie sessuali verbali. E’ possibile evincere questa ipotesi anche dalla descrizione data dall’associazione Hollaback!, rintracciabile su Facebook, che è promotrice della campagna e del video in questione. Viene specificato, infatti, che “Hollaback! è un movimento internazionale che ha l’obiettivo di mettere fine alle molestie in strada”. Altrettanto esplicito è il concetto di “normalità” che viene auspicato dalla stessa associazione: “Crediamo che tutti noi abbiamo il diritto di sentirci al sicuro e a proprio agio negli spazi pubblici senza essere il bersaglio di discorsi e comportamenti sessisti, omofobici e transfobici o offensivi”. Appare evidente che lo scopo dell’esperimento video è di dimostrare queste tesi.
Se guardate il video potrete notare che i tagli in montaggio sono numerosi e – come sanno tutti quelli che praticano la nobile arte del montaggio – la dimensione che viene manipolata principalmente col montaggio è proprio il tempo. Non a caso Alfred Hitchcock soleva dire che “il cinema è la vita a cui sono stati tolti i momenti noiosi”. Questo cosa implica ai fini della tesi sostenuta dagli sperimentatori? Implica che la “pressione psicologica” sulla ragazza che cammina non è misurabile. E’ innegabile che vengano fatti degli approcci, ma in quanto tempo? Se le dieci ore di passeggiate sono state registrate in dieci giorni, la suddetta pressione sarà molto diluita; al contrario se è fatta nella stessa giornata, allora sarà molto alta. Per passare ai commenti fatti dagli uomini alla ragazza che cammina, è facile notare come la dimensione “sessista o offensiva” implicita nella tesi degli autori viene anch’essa molto diluita. Non si può certo dire che frasi come “Come stai oggi?”, “Sorridi. Non è giusto”, “Hey, come va, ragazza?” (per citare tra le prime che vengono montate) siano frasi sessiste o offensive. Sicuramente sono frasi dette per approcciare e, altrettanto certamente, alla lunga possono essere faticose da ignorare.
Tirando le somme, il video-esperimento è più empirico che scientifico. Rappresenta dei comportamenti ma non è possibile trarne delle generalizzazioni. Dà delle indicazioni ma non è una fedele rappresentazione della realtà: un modello, più che la vita. E come recita una delle laconiche Leggi di Murphy: “confondere un modello con la realtà sarebbe come andare al ristorante e mangiare il menù”.

L'esperimento di un giornalista, per 10 ore con la kippah a Parigi - Europa - ANSA.it 2015-02-18 10-22-11

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PROSSEMICA TELEVISIVA – Le “distanze” nell’esperienza televisiva

dal sito (chiuso) psicologiadellaudiovisivo.it ripropongo questo articolo del 2005

Lo spazio è fatto di luoghi, distanze, percorsi. Ma il nostro stare nello spazio diventa anche un modo di comunicare. Edward T. Hall è stato il primo, all’inizio degli anni sessanta, a definire lo studio dell’organizzazione dello spazio come sistema di comunicazione, chiamandolo “prossemica”. I comportamenti delle persone nello spazio sono indice dei loro mondi interiori e delle loro reazioni. Ciò è vero soprattutto per quanto riguarda il “contatto” e la distanza corretta per relazionarsi agli altri. Se entriamo in un cinema e scopriamo che ci sono due sole persone sedute al centro della platea, è molto probabile che ci ne andremo nelle poltroncine più lontane rispetto a loro ma che ci consentano comunque una buona visione dello schermo. Ma le distanze e il contatto non sono determinati solo da i corpi, ma anche dagli occhi, dagli sguardi. Immaginiamo la classica scena delle due persone in ascensore che, costrette ad avvicinare i corpi oltre i limiti della “bolla” della distanza intima [Hall, 1964], cominciano a volgere lo sguardo dappertutto tranne che sull’altra persona. La scelta delle distanze, delle posizioni e dei movimenti delle persone nello spazio è determinato dai modelli culturali delle persone che vi si trovano. La vicinanza si allunga molto nelle culture anglosassoni, per esempio, e si accorcia in quelle mediterranee.

Nella nostra vita, quindi, siamo inconsapevolmente impegnati nella comprensione dei messaggi inviati altrettanto inconsapevolmente dagli altri e ciò accade sempre, ogni volta che scorgiamo altre persone. E’ inevitabile che questa dinamica si realizzi anche per le rappresentazioni delle persone: lo sanno bene gli artisti che nei loro dipinti hanno fatto i conti con le leggi della prospettiva. E lo sanno bene i registi che danno un’estrema importanza alle posizioni degli attori all’interno delle inquadrature.

La prossemica è applicabile anche alla televisione, innanzitutto osservando la gestione dello spazio all’interno dei programmi. Infatti, “ la dimensione spaziale, codificata, ha lo scopo di creare una determinata atmosfera che ha qualche influenza sia sui partecipanti che sui telespettatori. Questi ultimi, osservando la disposizione dei partecipanti, si fanno una prima idea del programma (…) anche nella scenografia c’è un non-detto, ci sono delle “regole” e delle dinamiche psicologiche che hanno il loro impatto ” [Oliverio Ferraris, 1997]. Ma possiamo anche inferire molte informazioni anche dai movimenti delle persone quando non vengono previsti e programmati.

C’è, però, un aspetto della prossemica filmica che non viene considerato molto, ovvero delle emozioni legate alla dimensione delle persone sullo schermo rispetto allo spettatore. Come nota Serena Dinelli “ la Tv , piccola di dimensioni, ha uno schermo particolarmente adatto a popolarsi di figure umane, di volti, di gesti (…) Ma il volto e la gestualità umani sono fin dalla prima infanzia oggetto privilegiato del nostro interesse emotivo. Sono i luoghi cruciali della comunicazione-partecipazione affettiva” [Dinelli, 1999].

Un’altra delle caratteristiche peculiari del linguaggio cinematografico è stata l’introduzione del montaggio. Il succedersi dei vari piani ci avvicina e ci allontana dai corpi nello schermo. Un momento siamo lontani da una persona al punto da vederla interamente, un attimo dopo vediamo addirittura le rughe intorno agli occhi. Lunghi anni di visione di film ci hanno abituati a questo fenomeno ed ormai è facile inferire il senso della narrazione. Una zoomata che stringe sul volto di una persona è una sottolineatura, destinata a farci focalizzare l’attenzione su una parte dell’inquadratura [Tritapepe, 1989]: la variazione dei piani dell’inquadrature è l’equivalente di un movimento brusco. Diversamente, se si vuole lasciare allo spettatore la sensazione di un reale avvicinamento, si effettua un movimento della camera detto “carrellata” che, muovendo materialmente la macchina da presa, impiega anche il tempo necessario.

Ma la consuetudine non esclude degli effetti indotti sull’emotività delle persone attraverso le inquadrature. Un improvviso stacco sul particolare degli occhi impauriti di un bambino, oppure le immagini in dettaglio degli occhi di ospiti che vivono una forte emozione o che piangono, è usato proprio per indurre delle emozioni: queste saranno diverse a seconda della storia e della personalità di ognuno. L’uso spinto del montaggio ha determinato la nascita di precisi stili che hanno innanzitutto lo scopo di far sobbalzare le persone catturandone l’attenzione: un caso evidente sono gli spot pubblicitari.

Un’importante variazione alla prossemica filmica è stata determinata dalla televisione. L’uso della ripresa in diretta ha introdotto una sporcatura dei processi volontari della scrittura filmica (della sceneggiatura). Se in un film tutto ciò che vediamo è una scelta deliberata per poterci narrare una storia, nella tv in diretta non sempre è così. Inoltre, la diretta televisiva ha accelerato il ritmo del montaggio (fatto in contemporanea all’evento attraverso il mixer) aumentando il caos rispetto alla linearità della narrazione cinematografica e, quindi, alzando il livello di ansia in chi assiste alla trasmissione.

Lo studio della prossemica televisiva diventa significativo quando si prova a rilevare gli effetti involontari della comunicazione e la coerenza della comunicazione. Un programma televisivo con un certo tipo di contenuti e di intenzioni narrative, ad esempio, può essere stravolto da una regia incoerente e da una scenografia contraddittoria. La prossemica televisiva, dunque, può aiutare a ridurre e neutralizzare gli effetti parassiti della realizzazione televisiva.

Bibliografia

• Dinelli, Serena; “La macchina degli affetti”; Milano, 1999; Franco Angeli
• Hall, Edward T.; “La dimensione nascosta”; Milano, 1964;
• Oliverio Ferraris, Anna; “Grammatica televisiva”; Milano, 1997; Raffaello Cortina Editore
• Tritapepe, R.; “Linguaggio e tecnica cinematografica”; Roma, 1989; San Paolo Edizioni