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LA STRANA MALTA

Appena sotto la Sicilia, Malta galleggia nel Mediterraneo e, assieme a Lampedusa e Pantelleria, è una sorta di guado naturale tra l’Africa e l’Italia. Come tale è stata vissuta da tutte le popolazioni che vi sono approdate nel corso dei secoli. Più modestamente, vi sono arrivato anche io con l’ambizione di godermi una piccola vacanza e con la curiosità di scoprire un nuovo luogo, nuova gente, nuovi costumi.

La prima impressione del paese che ti accoglie, quando si viaggia in aereo, viene data dal tragitto dall’aeroporto al proprio hotel (o alla casa). Nel mio caso un tassista maltese mi ha shakerato per bene con la sua guida a scatti. Sono riuscito, comunque a guardare lo scorrere delle case e subito è balzata alla mia attenzione la pietra di Malta: una pietra di un giallo-ocra uniforme. Gran parte delle costruzioni hanno questa pietra a vista e l’uniformità del colore mi ha fatto imprimere un’impressione di monotonia del paesaggio urbano. Ma la dinamica edilizia non si è fermata a questa impressione. Ne parlerò più avanti.

Sono sceso nella zona del turismo massiccio, ovvero Sliema. Un lungomare con decine e decine di persone che corrono sui marciapiedi. La sera, con l’affollamento dello struscio, questi runners impongono un’impegnativa attività di reciproco evitamento. Francamente, tutta quella gente che corre mi ha dato un senso di fastidio perché non mi consentiva di rilassarmi durante la passeggiata. Mi sono chiesto se questi forzati della corsa coatta siano in grado di godersi la vita. Ognuno trova le proprie soddisfazioni, però diffido di coloro che non hanno percezione degli altri intorno a sé.

_MG_0013Tornando all’enfasi edilizia dei maltesi, è caratteristica la presenza costante, su qualunque vista panoramica dei vari luoghi, la presenza delle gru. A tratti pare di rivedere lo skyline de L’Aquila della ricostruzione post-terremoto. _MG_0015A differenza delle costruzioni in pietra gialla, però, il cemento armato incalza al punto che in certi punti l’edificio in stile tradizionale diventa l’eccezione. Questa spinta edilizia aggressiva fa ricordare le spregiudicate operazioni immobiliari dei palazzinari italiani, che hanno mangiato territorio per decenni, senza particolari cure estetiche. Malta sembra preda della stessa frenesia. D’altra parte, la piccola repubblica è da poco entrata nell’Unione Europea e ha aderito anche alla moneta unica. La crescita economica viaggia a cifre sostenute ed una prova indiretta di questa circolazione di danaro l’ho intuita nella spropositata quantità di ristoranti italiani o sedicenti tali. Una presenza simile l’avevo notata a Praga ed anche allora il sospetto che dietro questa invasione di aziende italiane dedite alla ristorazione potesse annidarsi la probabilità di lavanderie di danaro della malavita organizzata è sempre stato forte.

La sensazione della Storia, però, è forte. Soprattutto nella sua dimensione militare. Essendo una specie di nave alla fonda tra le varie sponde del Mediterraneo, Malta è sempre stata oggetto dell’occupazione di altre genti, dai Fenici agli Inglesi. Girando per la capitale, Valletta, è forte la connotazione fortilizia lasciata dai Cavalieri di Malta che erano, sì dei religiosi dediti alle attività di salute e ospedalizzazione, ma sono stati anche guerrieri capaci di difendere e resistere ad attacchi. Anche se, alla fine, una rivolta dei maltesi terminò l’esperienza dei Cavalieri, molta Storia è rimasta legata a loro ed oggi questi elementi monumentali sono parte dell’offerta turistica dell’Isola. Come è anche diventata oggetto di promozione turistica la pagina recente di Storia legata alla resistenza (ancora una volta!) degli Inglesi nell’ultima guerra mondiale. Malta è stata una base strategica degli Alleati nel Malta-2Mediterraneo ed ha resistito per lungo tempo senza essere mai conquistata , ma oggetto dei bombardamenti martellanti delle forze aeree tedesche e italiane.

Gli italiani, appunto. La terra più vicina a Malta è la Sicilia. Essa fa parte geologicamente proprio della piattaforma siciliana. Entrambe hanno conosciuto dominazioni comuni, come normanni, angioini e arabi. Queste, sommate all’italiano e l’inglese, hanno generato una lingua che è la somma di tutte quante. Quando siamo all’estero ci può capitare di ascoltare i toni e i modi linguistici del popolo che ci ospita e, con un po’ di sensibilità, possiamo riconoscerne le pronunce. Il maltese mi ha dato l’impressione di un collage di espressione e linguaggi. Naturalmente, molte parole sono italiane. Proprio per questi aspetti storico-linguistici, Malta è il paradiso degli italiani che vogliono viaggiare senza sapere l’inglese: quasi tutti  capiscono l’italiano, e due/terzi lo parlano.

La presenza inglese nell’isola è stata lunga ed ha intriso tutta la cultura maltese. La guida a sinistra sulle strade ne è l’aspetto più immediato. Ma si riconosce questa impostazione culturale anche nell’organizzazione sociale e istituzionale che mi ha dato l’impressione di fare dei maltesi il risultato spurio della britannizzazione di un’indole mediterranea.

Ancora due notazioni da turista. La prima è che, rispetto ad altre due nazioni mediterranee e vocate al turismo, L’Italia e la Grecia, Malta sia più cara. Forse perché, come in tutte le isole, è costoso far arrivare le merci. WP_20160703_003L’altra riguarda il mare. E’ splendido e le coste soprattutto di rocce contribuiscono a tenerlo pulito. Sono stato nell’isola di Comino alla scoperta della famosa Laguna Blu. La sfortuna ha voluto che ci arrivassi di domenica, con un affollamento pari alla riviera romagnola che, sicuramente, faceva perdere molto del fascino di quel pezzo di Mediterraneo, anche se molto contribuisce al reddito dei maltesi.

SCHEMI MENTALI E RISTORANTI DI PRAGA

Alcune settimane fa ho fatto una vacanza a Praga. La capitale ceca era sempre stata nei racconti di amici e colleghi, tutti in suo favore. Finalmente ci sono andato.
Come tutti gli altri, anch’io ho potuto apprezzare l’aria della città, i suoi ritmi e i suoi suoni. Ho girato prevalentemente a piedi, potendo notare anche i particolari oltre ai grandi palazzi e monumenti. Ma tra le varie cose ho notato anche una stranezza, ovvero una quantità spropositata di ristoranti italiani. Dapprima ero compiaciuto di constatare come i nostri imprenditori si fossero spinti in modo convinto fin lì, ma ero perplesso sulla possibilità che i proprietari fossero emigranti. Non è la Repubblica Ceca una terra di emigrazione italiana; al limite qualche ragazzo dell’Erasmus poteva starci per qualche tempo. Allora ho cominciato a fare delle ipotesi.
La prima ipotesi è stata che la cucina italiana è molto apprezzata dai praghesi e dai turisti, quindi poteva essere un buon affare aprirne qualcuna. La seconda ipotesi è stata che gli imprenditori italiani preferiscono investire in quella città perché hanno meno pastoie burocratiche e fiscali. La terza ipotesi era che i ristoranti, in una nazione che vede con favore gli investimenti stranieri sul proprio territorio, potevano avere uno scopo diverso dal fare profitti con gli incassi. Inutile dire che – da italiano – sono stato propenso alla terza ipotesi. In una realtà come la nostra, i massicci e dispendiosi investimenti sono appannaggio di gruppi che hanno una liquidità in eccesso. Domanda retorica: chi può avere tale surplus di liquidità da poter investire in ristoranti a Praga? Lascio alla vostra immaginazione da italiani la possibilità di tirare la conclusione.
Ma di fronte a questo ragionamento mi sono accorto che il mio pensiero aveva agito seguendo degli schemi mentali, delle mappe, che mi hanno portato a “leggere” un fenomeno anomalo – gli innumerevoli ristoranti italiani di Praga – secondo gli elementi acquisiti nella mia esperienza. Nella mia esperienza, appunto, c’è la consapevolezza che alcuni gruppi malavitosi hanno bisogno di investire i soldi per poterli riciclare; c’è la consapevolezza (derivata dalle informazioni che ci rimandano i media informativi) che alcuni settori sono preferiti per queste attività e, tra esse, c’è proprio la ristorazione.; c’è anche la consapevolezza che la repubblica Ceca potrebbe avere interesse a “non vedere” l’anomalia; c’è, infine, il ragionevole dubbio che i praghesi non siano folgorati dalla cucina italiana al punto di invadere a frotte i ristoranti italiani.
Tutto ciò per notare come la varietà delle mappe a cui si può ricorrere offre una maggiore possibilità di formulare delle ipotesi diverse per spiegare un fenomeno.
Però, a Praga, io non sono andato in un ristorante italiano.

 

 

L’EQUILIBRIO DI STROMBOLI

Qualche giorno fa si è conclusa una mia piccola permanenza vacanziera a Stromboli. Isola straordinaria per bellezza e rinomata tra viaggiatori e turisti. Lo spettacolo del vulcano quando è in eruzione attira schiere di turisti e di amanti della natura. Il paese riesce ad accogliere migliaia di persone nei mesi di maggiore movimento turistico e gli abitanti, sommandosi ai circa 530 residenti. La pesca è diventata un’attività secondaria – anche perché a Stromboli non c’è un porto vero e proprio – ed è prevalentemente finalizzata al rifornimento dei ristoranti dell’isola. Il turismo, dunque, è la prima fonte di ricchezza.
Particolarità del paese di Stromboli è che le stradine non sono abbastanza larghe per consentire il passaggio delle auto. Non solo. La piccola centrale elettrica dell’isola fornisce energia alle case ed agli esercizi commerciali, ma non si è mai provveduto all’illuminazione pubblica: così, di notte, le strade sono buie, soprattutto quando chiudono anche bar e ristoranti e si spengono le loro insegne. Infine – per completare la descrizione – Stromboli è una frazione del comune di Lipari, paese che sta su un’altra isola ad alcune miglia di distanza e, quindi, viene gestito da lontano.
Proprio su questo ultimo aspetto nasce la mia riflessione di psicologia del viaggio. Già perché nel mio soggiorno ho notato come alcuni aspetti della vita strombolana risultassero “aggressivi” nei confronti del visitatore, turista o viaggiatore che fosse. Vero che non ci sono auto e mezzi pesanti (se non confinati ad un’unica strada costiera lunga un paio di chilometri), ma è intenso il movimento di motorini, scooter e veicoli a tre ruote col motore a scoppio. Questi generano un “traffico” continuo e rumoroso: ma soprattutto lasciano al loro passaggio il puzzo dei gas di scarico. Fortunatamente si cominciano a vedere piccole auto (quelle da campo da golf) e scooter elettrici.
Un altro aspetto che ho trovato “fuori posto” è stata la quantità di bottiglie abbandonate che rimandavano un’immagine di “sporco” e di “incuria”. Appariva strano che un paese che vive di turismo lasciasse sporcare le proprie strade in questo modo. Poi, facendo bene attenzione, ho notato che per le strade di Stromboli non ci sono cestini in cui gettare i rifiuti. Un’eclatante contraddizione! Si attirano decine di migliaia di turisti ogni stagione, si vendono tonnellate di merci destinate al ristoro e non si arredano le strade con dei cestini? Perché questa contraddizione?
Forse perché in tutti i luoghi popolati dagli esseri umani, luoghi in cui noi ci aggreghiamo in villaggi, paesi o città, esiste una sorta di equilibrio dinamico tra la necessità di godersi la vita secondo i propri istinti e la necessità di modificarli per le pratiche di vita e sopravvivenza, ovvero tra principio del piacere e principio di realtà. Per il paese di Stromboli, il principio del piacere equivale a potersi muovere liberamente e velocemente per il paese col minimo della fatica (ecco motocicli e traffico), ma si manifesta anche nel fastidio di doversi preoccupare dell’immondizia prodotta dai turisti. D’altro canto, il principio di realtà impone il problema del decoro che influisce sull’idea che si fanno i visitatori del paese, del “loro piacere” di essere a Stromboli, del modo in cui parleranno del luogo, costruendo la desiderabilità attraverso il passaparola.
Nel caso di Stromboli e degli strombolani, si ha l’impressione che l’equilibrio tra principio del piacere e principio di realtà penda ancora leggermente verso il primo.

Isola di Stromboli

ARCHEOLOGIA DA STORYTELLING

Mi sono trovato a fare il turista nel sito archeologico di Selinunte, in Sicilia. Una bella giornata di sole e gli scavi davanti a me. Ho cominciato a girare e mi accorgevo che ero stato incauto a venire senza aver portato una guida. Il sito è enorme e dispersivo. I resti sono in gran parte frammentati e le folte erbacce danno un senso di trascuratezza. La percezione della Storia era forte ma, al contempo, anche di smarrimento. Cosa mi mancava?
Mancava una storia, mancava una narrazione. I pochi cartelloni – per lo più sbiaditi e illeggibili – non riuscivano a farmi immaginare la vita che si svolgeva a Selinunte. Mi mancavano i fatti che avevano portato Selinunte a crescere, prosperare, combattere ed essere distrutta e abbandonata.
Ho pensato al sovraintendente che curava il luogo. Il biglietto per entrare è congruo, quindi i visitatori si aspettano un servizio legato al sito stesso. Immaginavo, quindi, che fosse abbastanza semplice fare dello storytelling: bastava un piccolo depliant con la storia, una cartina e dei cartelloni che illustrassero i percorsi.
In una società occidentale, intrisa di narrazioni (cinema, tv, libri, internet…), ciò che non è narrato diventa deludente, come fosse incompiuto. I nostri “gestori di storia” dovrebbero andare tutti a scuola di storytelling. Solo così l’immenso patrimonio storico diventerà la prima industria del paese.

Acropoli di Selinunte- primi resti - Flickr - Photo Sharing! 2014-10-13 11-22-12

LA SENSAZIONE DELLA STORIA

Della grande massa di turisti che vengono a visitare il nostro paese, la maggior parte viene a vedere le vestigia del passato. Difficilmente si viene a vedere il ponte di Calatrava a Venezia o il quartiere dell’EUR a Roma. Le persone vengono a vedere le vestigia del passato. Una parte di esse attraggono per la loro bellezza, al punto che viene addirittura identificata una sindrome detta di Stendhal: persi davanti alla bellezza.

Ma c’è un tipo di vestigia che non è bello, per niente. Anzi, tutte rotte, a pezzi, che a stento si capisce cosa fossero. Eppure noi turisti, noi viaggiatori ci aggiriamo rapiti tra esse. Sono le rovine delle antiche città, delle antiche testimonianze del nostro passato di umani.

Qualche giorno fa ero in un paese abbandonato negli ultimi anni del Settecento (neanche tanto tempo fa) eppure il fascino che esercitavano sulle nostre menti era innegabile. Giravo per le rovine di Monterano, alle porte di Roma, e sentivo sempre quella sensazione che ci prende quando giriamo tra le vie della romana Pompei o tra i templi e i teatri della Magna Grecia. Quelle rovine risuonavano nella mia immaginazione. La consapevolezza che tra quelle stradine, in quelle chiese, in quelle botteghe o officine avevano lavoravo delle persone è proprio il tipo di sensazione a cui alludevo. Ti fermi un attimo e ti sembra di rivedere le persone. E’ quella la sensazione che ci fa realizzare cosa è la Storia. Essere presente negli stessi luoghi, calpestare lo stesso suolo e “sentire” le vite passate di lì.

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IL PRINCIPIO DI ECONOMIA E LA CORSIA CENTRALE

 

Nel tentativo di comprendere il comportamento degli esseri umani, vari studiosi hanno postulato delle regole generali. Una delle più importanti è il Principio del Piacere ipotizzato da Sigmund Freud, ovvero un principio economico che ha per scopo la gratificazione immediata o, al tempo stesso, l’evitamento del dolore. Anche un’altra “legge” del comportamento umano, derivante direttamente dal mondo biologico, può essere importante per comprendere i nostri comportamenti: il postulato del linguista funzionalista André Martinet, afferma che l’essere umano è spinto ad ottenere il miglior risultato funzionale con il minimo sforzo possibile. Un principio, questo, che può essere applicato a tutti i fenomeni della vita in cui si nota che la Natura ottiene sempre il miglior risultato possibile col minimo delle risorse. Ma cosa lega tutto ciò alla corsia centrale di un’autostrada?
Vediamo spesso nelle autostrade a tre corsie che, nonostante le norme del codice della strada stabiliscano che bisogna occupare le corsia libera più a destra, molte auto marciano nella corsia centrale anche in assenza di auto a destra. Perché? Facciamo tre ipotesi. La prima è che le persone alla guida di queste auto non si sentano sicure e preferiscano avere ampi margini tanto a destra quanto a sinistra. La seconda è che queste persone amino sentirsi “al centro” e, quindi, anche in autostrada tendano ad occupare il centro. In entrambi i casi, però, il comportamento appare troppo diffuso per essere spiegato da queste ipotesi.
La terza ipotesi, basata appunto sui due principi enunciati, spiega il fenomeno considerando che tendiamo ad avere il piacere di fare il minimo sforzo possibile. Chi frequenta le autostrade sa che nella corsia di destra marciano i veicoli lenti (che obbligano in continuazione ai sorpassi) e si innestano i veicoli (anche questi lenti perché in accelerazione) che provengono dagli svincoli. Ecco che viaggiare nella corsia centrale diventa il modo più “economico” di viaggiare, almeno in termini di attenzione e di impegno.

Viaggiatore ad Amsterdam

Questo primo post da “viaggiatore antropologico” cercherà di aprire la strada ad una serie di scritti sulle mie impressioni nei vari luoghi che andrò a visitare. Lo psicologo che viaggia, probabilmente, gode di una visuale aggiuntiva: le persone, le loro azioni e le loro caratteristiche, diventano uno dei colori del luogo visitato.

Amsterdam, dunque.

La premessa a questi appunti è che il viaggiatore contemporaneo ha l’arduo compito di provare a vivere i posti che attraversa dovendosi misurare con gli stereotipi che ci portiamo. Amsterdam del fumo libero, dei tulipani, della libertà e della ricchezza, tanto per capirci. Poi si arriva lì e ci si può accorgere che molte cose non stanno così. Ecco perché molte notazioni saranno anche delle piccole verifiche sugli stereotipi che si agitano nel nostro bagaglio.

L’impressione più grande è stato vedere il rapporto di bramosìa che hanno col sole. Le case hanno ampie finestre, quasi a voler catturare ogni piccolo riverbero di luce. Ma, soprattutto, appena il sole si affaccia, gli abitanti di Amsterdam vanno a conquistare il loro fazzoletto di calore luminoso.

Legato all’amore per la luce del sole mi è parso di cogliere la loro indole. Mi è sembrata gente “pacata”. In cinque giorni passati a girovagare per strade e canali, non mi è mai capitato di sentire qualcuno che si arrabbiasse ad alta voce. Né gli indigeni, né gli immigrati, tantomeno i pochi esseri marginali che abbiamo incrociato. Ciò è diventato particolarmente evidente nel constatare che non ci sono madri che alzano la voce con i figli, per richiamarli all’ordine o perché hanno perso la pazienza.

Da contraltare alla flemma si può osservare la frenesia da bicicletta. Credo che gli olandesi vengono messi su una bicicletta appena nati e, appena possono, la portano da soli (probabilmente accade la stessa cosa con la lingua inglese). Li ho visti sfrecciare dappertutto con le loro biciclette e, bizzarrìa inspiegabile, la maggioranza delle biciclette sembravano senza freni. Ma, in fondo, è ovvio che corrano sui pedali: se la bicicletta è il vero mezzo di spostamento per la collettività, hanno tutti premura di andare da qui a lì. Dunque corrono.

L’uso delle biciclette mi fa venire in mente un altro aspetto che notavo, ovvero che non ho visto olandesi grassi. Qualche persona più abbondante la si trova tra gli immigrati, ma non tra gli olandesi doc. Forse un po’ il clima freddo che aiuta il metabolismo, un po’ il ciclismo imperante, ed ecco che le calorie partono.

Per tornare ancora agli immigrati, mi è capitato di notare che, al contrario di Londra dove si vedono spesso, non ho visto molti bambini figli di coppie miste. Eppure gli olandesi si fanno vanto della loro multiculturalità. Non ho una spiegazione e la mia osservazione è empirica, però mi viene da pensare che gli steccati tra persone di luoghi e culture diverse possono ancora esserci, anche se forse meno visibili all’occhio del viaggiatore. Questa impressione è coerente anche con un’altra impressione. Nei contatti che ho avuto con varie persone che svolgevano lavoro “semplici” ho trovato quasi sempre immigrati, di prima o di successiva generazione. Sarà una coincidenza, però…

Per chi si porta appresso lo stereotipo da depliant di Amsterdam come la “Venezia del nord”, mi destava un sorriso vedere tutta la marineria domestica che ho visto: battelli per le visite sui canali, motoscafi usati come macchine d’epoca tirate fuori dai garage nelle grandi occasioni, barchette minuscole a remi e le innumerevoli case galleggianti. Un rapporto intimo con l’acqua che appare la naturale manifestazione della storia olandese di sfida al mare.

Un’ultima considerazione, assolutamente personale. Ho guardato donne e uomini olandesi ed ho avuto la sensazione che le prime non fossero quasi mai sensuali. Ho visto donne scultoree, belle, curate, ma mai sensuali. Parimenti, ho visto uomini atletici, interessanti, anche se avanti con gli anni, ma quasi assolutamente privi di fascino.

Infine un’ultima considerazione sulla sostanziale libertà che si può sperimentare. In una guida di un museo ho forse trovato la spiegazione di questo aspetto della loro cultura. Leggevo: “Amsterdam attraeva molti migranti, tra i quali anche i rifugiati politici e religiosi. Molto era permesso purché l’economia prosperasse”. Un pragmatismo all’olandese.

Impressioni, dunque.