Archivi categoria: psicologia da viaggio

ANCORA IMPRESSIONI DA LONDRA

Sono stato a Londra per la terza volta e la mia percezione della città si sta facendo più approfondita. Condividerò con voi quelle impressioni che ho potuto fermare con una fotografia.

 

Sarà la conseguenza dei bombardamenti degli aerei nazisti nell’ultima guerra mondiale, che hanno distrutto pezzi importanti della città, ma il panorama degli edifici mi ha confermato quell’impressione di una gran confusione. Accanto a idee che arredano un palazzo che, altrimenti,  resterebbe anonimo,troviamo delle vie ottocentesche che vedono il grattacielo puntare dei tetti.Ma può accade anche di trovare delle magioni che sembrano uscite direttamente da un film di Henry Potter.

Per ritrovarsi nella Londra dei londinesi basta uscire dalla Zona 1 ed arrivare ai margini della Zona 2. Ecco le case a schiera che furono prese in giro anche in uno dei fumetti di Asterix.

Ma nella City si può arrivare anche a vedere delle case “circondate” come questa. Quando l’ho vista mi sono domandato quali emozioni provassero gli abitanti di quella casa: orgoglio o soffocamento?

A proposito della City, il cuore pulsante delle attività economiche britannici, sotto il palazzo della Bloomberg si trovano i resti archeologici di un tempio dedicato al dio Mitra. Poca roba rispetto a quello a cui ci ha abituati l’Italia, ma ben curati e, soprattutto, visitabili gratuitamente, in un allestimento ipertecnologico che restituisce suggestione del luogo di culto.

E passiamo a qualche curiosità sull’inglesitudine. La prima sottolinea il sottile umorismo nel chiamare due strade adiacenti “Ave Maria lane” e “Amen corner”. Poi, in Trafalgar square hanno modificato i semafori inserendo i simboli di tutti i sessi possibili al posto del classico omino, in una versione inutile del politically correct ma forse con intento umoristico.

Sono stato anche al cimitero di Highgate in cui si conservano le spoglie di Karl Marx. Mi aspettavo di trovare qualche “pellegrino” e ne ho trovato più di uno, anche giovani.

Per chiudere, due immagini che, a mio parere, raccontano bene una certa aria di Londra

 

Annunci

TURISTI VS. VIAGGIATORI

Nel numero del 15 dicembre 2017 de L’Internazionale ho notato un articolo molto interessante dal titolo “Il dilemma del turista” a firma di Stephan Sanders. Dal momento che mi diletto in articoli sulla psicologia del viaggio, mi è sembrato imprescindibile leggerlo. Inevitabilmente sono nate molte riflessioni che condividerò con voi.

Inizialmente mi sono chiesto cosa differenzia un viaggiatore da un turista? Sicuramente la motivazione, ovvero la ragione per cui le persone si spostano da casa propria, dalla propria città o paese. Penso che il viaggiatore abbia un qualcosa da fare in un altro luogo e che, quindi, affronti lo spostamento come prezzo inevitabile. Ciò non toglie che, lungo il percorso, egli non possa approfittare di quanto possa incontrare: da vedere, da ascoltare, da assaggiare e, ovviamente, da disprezzare. Il turista, invece, ha come prima motivazione la ricerca dello stupore, intesa come deliberato inseguimento di ciò che ci procura meraviglia, che ci sorprende, che ci risulta nuovo. Tutto ciò che, insomma, riesce a modificare la nostra attenzione procurandoci emozioni. È facile intuire che queste due motivazioni generino due comportamenti differenti, anche se negli ultimi decenni la differenza si è molto attenuata.

In realtà storicamente il Viaggio è lentamente diventato una sorta di  prototurismo. Se nell’Ottocento i ricchi e i nobili viaggiavano (faticosamente, visti i mezzi di trasporto dell’epoca) nel secondo dopoguerra, col crescere dei redditi delle famiglie in virtù del lungo periodo di pace, è cresciuto quel senso di diritto alla felicità che rappresentano le vacanze. E se i nostri genitori vedevano il trasferimento verso le case al mare o in montagna come il meritato viaggio annuale, i loro figli  – noi –  siamo cresciuti col mito del viaggio come affermazione di indipendenza e, dato che eravamo assolutamente squattrinati per poterlo fare come i ricchi borghesi, inventammo l’autostop.

Cosa ci spingeva ad affrontare i disagi e i rischi del viaggio in autostop o con la famosa carta Interrail? Sicuramente la voglia di conoscere luoghi e genti nuove (meraviglia), ma anche il desiderio di rompere la routine. Sfuggire alle azioni abituali, alle incombenze quotidiane e sperimentare quel senso di libertà che dà il viaggiare. Tutte queste sono motivazioni da viaggiatore.

Esiste, però, il comportamento omologante – figlio dell’invidia – di quelli che pensano: “se lui è stato bene nel viaggiare, lo voglio fare anche io. Lo posso fare anche io”. Questo tipo di motivazione ha un implicito corollario, ovvero che si deve mostrare agli altri la prova della propria capacità turistica. Ecco che la tecnologia viene in soccorso e, se un tempo bastavano le cartoline spedite dai luoghi visitati (i più tecnologici ci rifilavano le raccapriccianti serate di proiezione delle diapositive), oggi la connessione globale ci fa sentire obbligati al selfie-testimone che ci permette di dire “guardami, sono qui. Non provi un pizzico di invidia?”.

La propagazione di questo comportamento, quasi come una pandemia, ha generato il “turista di massa” che già nel 1958 Hans Magnus Enzenberger aveva teorizzato nel saggio Una teoria del turismo. Questo tipo di turismo è quello che devasta le città d’arte e che le trasforma in banali Luna Park. Questo tipo di turista è quello che guarda sfuggevolmente ciò che gli si para davanti. È quello che si accontenta di vedere i monumenti a bordo di un bus scoperto in movimento. È quello che, pur di poter andare nei posti (viaggiare è una parola grossa) mangia il panino portato da casa, lasciando tonnellate di rifiuti.

Esiste, però, un macroscopico effetto collaterale al turismo di massa, come nota anche Stephen Sanders nell’articolo: “Noi turisti portiamo soldi nei luoghi dove andiamo e, soprattutto, ce ne torniamo a casa in un asso di tempo ragionevole. Forse a livello individuale, ma a livello collettivo siamo diventati una forza di occupazione che nelle grandi città europee non si limita ai periodi di vacanza (…) Ci sono i cittadini che vedono quello che una volta era il “loro centro”, la loro piazza o agorà, ormai sotto il controllo di un gruppo di estranei di passaggio che non si affeziona e non stabilisce alcun legame, ma vive nella prospettiva del viaggio di ritorno“. Infatti, stanno cominciando i movimenti di protesta contro i turisti, italiani e stranieri perché, non solo sporcano e rumoreggiano, ma tornano. Se hanno apprezzato un luogo cercano di tornarci ancora, fino a prendere il posto degli abitanti locali. Per esempio, Londra è la quinta città “italiana”. Ma accade anche il contrario. I turisti facoltosi si innamorano di un quartiere come Trastevere o di un casale in Toscana o sul lago di Como ed ecco che, approfittando della crisi, i nuovi proprietari allungano l’elenco dei cittadini “due settimane all’anno”. Io penso che un viaggiatore non cerca di appropriarsi di un luogo transitandolo o comprandolo, ma vivendolo come un proprio arricchimento attraverso le vite e le opere altrui.

Forse è questa la differenza tra il viaggiatore e il turista.

VISITANDO BUCAREST

Nell’immaginario collettivo la Romania ha una scomoda connotazione perché subisce lo stesso trattamento che avevano, prima di loro, gli albanesi, soprattutto determinato dalla consistente prostituzione di ragazze rumene (uso la vecchia accezione con la “u”) sulle nostre strade. A questo contribuisce anche la vaga conoscenza che gli “zingari” siano frequentemente dei rumeni. Nel mio caso si aggiunge qualche reminiscenza storica che vede i rumeni al fianco di Germania e Italia durante la seconda guerra mondiale; ma anche che la Dacia fu terra di conquista e di confine dall’imperatore Traiano in poi.

Il mio viaggio a Bucarest  – o Bucuresti, come scrivono loro –  comincia con un arrivo all’aeroporto di Otopeni in tarda serata e, in previsione di questo arrivo letteralmente al buio, si è deciso di ricorrere ad una macchina con autista procurata dallo stesso albergo. Attraverso i finestrini ho visto lo scorrere di grandi viali ed ho cominciato ad ascoltare il suono della lingua attraverso la radio accesa. Non ho avuto una prima impressione definita e questa sensazione mi è tornata nei giorni successivi.

Il giorno dopo, alla luce di uno splendido sole, ho cominciato a camminare per i grandi viali di Bucarest. Quando dico “grandi viali”, dico proprio grandi. Sembravano quelli parigini, con tanto di Arco di Trionfo (celebrativo della vittoria nella prima guerra mondiale). Le pagine della guida mi hanno confermato che proprio la capitale francese ha spesso ispirato gli urbanisti rumeni al punto che all’inizio del secolo scorso veniva chiamata la Parigi dell’Est.

Le mie camminate hanno girato la zona centrale in lungo e largo e devo confessare un certo spaesamento. Bucarest manca di un vero centro storico, se non si vuole considerare la zona turistica standard dei ristoranti di via Lipscani. Le varie piazze, chiese e giardini sono molto distanti tra loro e la rete metropolitana, ideata per gli spostamenti operai da un lato all’altro della città e non per chi andava a lavorare/frequentare il centro, non aiuta a costruire un unico filo rosso.

I palazzi sembrano il risultato di una personalità multipla. Il vecchio rimane qua e là, seminascosto, vittima della furia urbanistica dello sventramento di Ceausescu. Questo ha fatto seminare i viali di enormi condomini che oggi appaiono mediamente “sgarrupati”. Come in molte grandi città, è sufficiente allontanarsi dalle zone centrali per notare i primi accenni di degrado in forma di immondizia abbandonata. Poi ci sono i palazzi in vetro ed acciaio che inseguono un dinamismo moderno e che, per certi versi, mi ricordano gli arditi accostamenti di Londra. Ho visto molti parchi cittadini ma pochi runner urbani.

Quando vado in altri luoghi, siano in Italia o all’estero, mi piace riuscire ad interpretare il ritmo della città. Uno degli aspetti che contribuisce a darmi questa sensazione sono i suoni. Il primo suono che si è imposto a Bucarest è lo strombazzare dei clacson delle auto. Gli automobilisti lo usano un po’ come noi italiani una ventina di anni fa: praticamente un intercalare nel traffico. La sensazione ritmica è di una città mossa ma non frenetica. Nella piazza sotto il palazzo del dittatore, attrezzata per il Natale, la sensazione era di una festa per chi ci vive, non per i turisti (pochi e facilmente identificabili).

Infine, elemento imprescindibile, sono le persone. Pur muovendomi in un ambiente che tentava evidentemente di inseguire una modernità all’americana ancor più che all’europea, mi è sembrata un’umanità sobria. Anche la gioventù  – generalmente più agitata anche nei modi di apparire –  è quella che ci si aspetta in una delle tante capitali dell’Unione Europea. Contrariamente ad uno dei nostri stereotipi, non ho riscontrato la presenza di “zingari”: non so se per effettiva assenza o per azioni di contrasto delle forze dell’ordine. E’ stata forte, invece, la constatazione della padronanza diffusa della lingua inglese con ottimo accento e, per noi italiani, è sempre una sorpresa notare di quanto sia diffusa la conoscenza della lingua dei viaggiatori in altri paesi.

Nel suo complesso, questa escursione a Bucarest mi ha dato l’impressione di una città in marcia verso un’omogeneizzazione con gli standard europei, anche architettonicamente, molto più tendente all’immagine di un futuro che hanno evidentemente introiettato. La presenza di tanti negozi delle catene più diffuse in Europa mi hanno fatto pensare ad una Romania terra di conquista di imprenditori più o meno tranquilli. Una gita in una memoria di come eravamo noi italiani qualche anno fa.

  

  

VISIT STOCCOLMA

Per chi, come me, ha vissuto gli Anni Settanta, quelli in cui una bella e bionda svedese (Solvi Stubing) impersonava lo stereotipo di ragazza svedese, ma anche gli anni in cui le svedesi erano al top dei desideri dei vitelloni della riviera romagnola, era inevitabile che nella mia mente ci fosse l’eco di questo stereotipo. Ma la Svezia è anche il paese, unitamente alle altre nazioni scandinave, che rappresentavano lo “stato sociale” per eccellenza, quello che vede un prelievo fiscale del 50% ma che ha tutti i servizi efficaci e per tutti. Un paese di doveri ferrei ma di diritti consolidati. Il paese dei premi Nobel e del premier Olaf Palme assassinato, il paese della Volvo e della Ericsson. La Svezia, dunque, era molte cose nella mia mente prima che vi arrivassi. Poi ci sono arrivato e vi racconto le mie impressioni.

Stoccolma è una città nata relativamente tardi, in tardo Medio Evo (1252), e nasce su una serie di isole e promontori in un mare interno. Il nucleo più antico è su un’isoletta (Gamla Stan) ma si è successivamente espansa sulle isole circostanti. Questa conformazione è stata ciò che ha reso più difficile la mia “comprensione” della forma della città. Siamo abituati a città che si sviluppano su un “centro” storico e sulla stratificazione successiva delle aree pi recenti secondo un andamento ad anelli. Stoccolma, invece, è una città-arcipelago, pluricentrica. La manifestazione più eclatante è la compresenza di un centro”commerciale-lavorativo” nella zona della stazione centrale dalle discutibili forme architettoniche. Una zona, impersonata dalla piazza Sergel Torg, che ho trovato francamente brutta nella sua idea stilistica, dalle linee dure tipiche di una certa architettura Anni Settanta e, a detta degli stessi abitanti di Stoccolma, non bella (la chiamano “la piastra”) e poco funzionale.

L’uso dello spazio urbano è una delle prime caratteristiche che mi sono apparse evidenti. Le strade sono larghe e sono larghi i marciapiedi, spesso alberate. Questo impiego dello spazio è quello che ha consentito con facilità la creazione delle piste ciclabili, oltre che la relativa assenza di forti dislivelli. Le biciclette sono largamente impiegate, anche se non si arriva all’uso massiccio di una città come Amsterdam. In comune, invece, con tutti i paesi del profondo nord è la ricerca estrema della luce naturale. Le ampie finestrature di tutti gli edifici lo testimoniano forte. In molte abitazioni le superfici vetrate coprono l’intera parete esterna, alla ricerca della luce.

La luce è anche uno degli aspetti che colpisce chi viene da latitudini più basse, come noi mediterranei. Colpisce che la notte non sia buia nei periodi estivi, ma solo con la luce attenuata. Invece, quando il cielo è plumbeo per le nubi, col tipico cielo invernale dei paesi nordici, si ammanta tutto di una monotonia cromatica. Ma quando il cielo è sgombro dalle nubi il sole dà vita ai luoghi e agli svedesi. Escono i colori e gli abitanti si lanciano all’esterno, che siano i generosi balconi delle loro case o gli spazi comuni. Spazi, questi ultimi, numerosi e soprattutto integri: non una panchina rotta o oltraggiata, non una canonica carta per terra, non un bus o una carrozza di un metrò imbrattato. Anche o tag dei writer sono pochi e visibili andando verso le periferie.

Un altro aspetto che ha risuonato in me è la passione per il mare. Andare in barca è una passione che diventa evidente proprio per la forma arcipelago della città. Se, andando su uno dei barconi in gita, si osservano le varie case, si scorgono in tutte le barche che sono ormeggiate, segno di una familiarità con l’elemento marino che li unisce ai popoli mediterranei.

Il panorama antropologico della capitale svedese è comune a tutte le grandi capitali occidentali, con un multiculturalismo evidente e con gli altrettanto evidenti tentativi di integrazione: soprattutto per quelli che vengono da zone africane o mediorientali: li vedi tra gli operai, tra gli autisti dei bus, nei ristoranti e caffè. Addirittura gli zingari sono più curati di quelli che incontriamo nelle nostre strade. Ritornando, poi, agli stereotipi presenti nella mia mente prima di questa visita a Stoccolma, mi aspettavo di trovare i famosi biondi svedesi in numero preponderante, ma non è stato così. Solo a partire dal pomeriggio del sabato li ho visti abbondanti ed ho concluso che non li avevo visti perché tutti impegnati nei loro lavori.

Particolarmente evidente, invece, a qualsiasi ora e in qualsiasi giorno, l’onnipresenza dei passeggini. Sono dappertutto e con una quasi paritaria divisione tra madri e padri. Assieme ai praticanti di jogging (anche questi a centinaia), i passeggini sono i veri padroni di marciapiedi e bus. Non si vedono bimbi in braccio ma solo qualche marsupio per quelli più piccoli.

Infine, assolutamente fondamentale nel senso di identità di un popolo, gli svedesi sono praticamente bilingui: tutti, ma veramente tutti, parlano l’inglese.

Infine, chiudo queste considerazioni su Stoccolma, con un cortocircuito che nella mia mente hanno fatto due elementi. Il primo è stato il discutibile stile delle tappezzerie e arredamenti di Ikea (simbolo moderno di svedesità) e il secondo è stata la mancanza di bellezza della città, tanto negli elementi architettonici quanto negli arredi urbani o degli interni. Al contrario di Londra che negli anni ha fatto largo usa della creatività degli stranieri, a Stoccolma sembra tutto ciò che è Made in Sweden non spicchi per bellezza, lo testimonia il loro monumentale Municipio.

LA STRANA MALTA

Appena sotto la Sicilia, Malta galleggia nel Mediterraneo e, assieme a Lampedusa e Pantelleria, è una sorta di guado naturale tra l’Africa e l’Italia. Come tale è stata vissuta da tutte le popolazioni che vi sono approdate nel corso dei secoli. Più modestamente, vi sono arrivato anche io con l’ambizione di godermi una piccola vacanza e con la curiosità di scoprire un nuovo luogo, nuova gente, nuovi costumi.

La prima impressione del paese che ti accoglie, quando si viaggia in aereo, viene data dal tragitto dall’aeroporto al proprio hotel (o alla casa). Nel mio caso un tassista maltese mi ha shakerato per bene con la sua guida a scatti. Sono riuscito, comunque a guardare lo scorrere delle case e subito è balzata alla mia attenzione la pietra di Malta: una pietra di un giallo-ocra uniforme. Gran parte delle costruzioni hanno questa pietra a vista e l’uniformità del colore mi ha fatto imprimere un’impressione di monotonia del paesaggio urbano. Ma la dinamica edilizia non si è fermata a questa impressione. Ne parlerò più avanti.

Sono sceso nella zona del turismo massiccio, ovvero Sliema. Un lungomare con decine e decine di persone che corrono sui marciapiedi. La sera, con l’affollamento dello struscio, questi runners impongono un’impegnativa attività di reciproco evitamento. Francamente, tutta quella gente che corre mi ha dato un senso di fastidio perché non mi consentiva di rilassarmi durante la passeggiata. Mi sono chiesto se questi forzati della corsa coatta siano in grado di godersi la vita. Ognuno trova le proprie soddisfazioni, però diffido di coloro che non hanno percezione degli altri intorno a sé.

_MG_0013Tornando all’enfasi edilizia dei maltesi, è caratteristica la presenza costante, su qualunque vista panoramica dei vari luoghi, la presenza delle gru. A tratti pare di rivedere lo skyline de L’Aquila della ricostruzione post-terremoto. _MG_0015A differenza delle costruzioni in pietra gialla, però, il cemento armato incalza al punto che in certi punti l’edificio in stile tradizionale diventa l’eccezione. Questa spinta edilizia aggressiva fa ricordare le spregiudicate operazioni immobiliari dei palazzinari italiani, che hanno mangiato territorio per decenni, senza particolari cure estetiche. Malta sembra preda della stessa frenesia. D’altra parte, la piccola repubblica è da poco entrata nell’Unione Europea e ha aderito anche alla moneta unica. La crescita economica viaggia a cifre sostenute ed una prova indiretta di questa circolazione di danaro l’ho intuita nella spropositata quantità di ristoranti italiani o sedicenti tali. Una presenza simile l’avevo notata a Praga ed anche allora il sospetto che dietro questa invasione di aziende italiane dedite alla ristorazione potesse annidarsi la probabilità di lavanderie di danaro della malavita organizzata è sempre stato forte.

La sensazione della Storia, però, è forte. Soprattutto nella sua dimensione militare. Essendo una specie di nave alla fonda tra le varie sponde del Mediterraneo, Malta è sempre stata oggetto dell’occupazione di altre genti, dai Fenici agli Inglesi. Girando per la capitale, Valletta, è forte la connotazione fortilizia lasciata dai Cavalieri di Malta che erano, sì dei religiosi dediti alle attività di salute e ospedalizzazione, ma sono stati anche guerrieri capaci di difendere e resistere ad attacchi. Anche se, alla fine, una rivolta dei maltesi terminò l’esperienza dei Cavalieri, molta Storia è rimasta legata a loro ed oggi questi elementi monumentali sono parte dell’offerta turistica dell’Isola. Come è anche diventata oggetto di promozione turistica la pagina recente di Storia legata alla resistenza (ancora una volta!) degli Inglesi nell’ultima guerra mondiale. Malta è stata una base strategica degli Alleati nel Malta-2Mediterraneo ed ha resistito per lungo tempo senza essere mai conquistata , ma oggetto dei bombardamenti martellanti delle forze aeree tedesche e italiane.

Gli italiani, appunto. La terra più vicina a Malta è la Sicilia. Essa fa parte geologicamente proprio della piattaforma siciliana. Entrambe hanno conosciuto dominazioni comuni, come normanni, angioini e arabi. Queste, sommate all’italiano e l’inglese, hanno generato una lingua che è la somma di tutte quante. Quando siamo all’estero ci può capitare di ascoltare i toni e i modi linguistici del popolo che ci ospita e, con un po’ di sensibilità, possiamo riconoscerne le pronunce. Il maltese mi ha dato l’impressione di un collage di espressione e linguaggi. Naturalmente, molte parole sono italiane. Proprio per questi aspetti storico-linguistici, Malta è il paradiso degli italiani che vogliono viaggiare senza sapere l’inglese: quasi tutti  capiscono l’italiano, e due/terzi lo parlano.

La presenza inglese nell’isola è stata lunga ed ha intriso tutta la cultura maltese. La guida a sinistra sulle strade ne è l’aspetto più immediato. Ma si riconosce questa impostazione culturale anche nell’organizzazione sociale e istituzionale che mi ha dato l’impressione di fare dei maltesi il risultato spurio della britannizzazione di un’indole mediterranea.

Ancora due notazioni da turista. La prima è che, rispetto ad altre due nazioni mediterranee e vocate al turismo, L’Italia e la Grecia, Malta sia più cara. Forse perché, come in tutte le isole, è costoso far arrivare le merci. WP_20160703_003L’altra riguarda il mare. E’ splendido e le coste soprattutto di rocce contribuiscono a tenerlo pulito. Sono stato nell’isola di Comino alla scoperta della famosa Laguna Blu. La sfortuna ha voluto che ci arrivassi di domenica, con un affollamento pari alla riviera romagnola che, sicuramente, faceva perdere molto del fascino di quel pezzo di Mediterraneo, anche se molto contribuisce al reddito dei maltesi.

SCHEMI MENTALI E RISTORANTI DI PRAGA

Alcune settimane fa ho fatto una vacanza a Praga. La capitale ceca era sempre stata nei racconti di amici e colleghi, tutti in suo favore. Finalmente ci sono andato.
Come tutti gli altri, anch’io ho potuto apprezzare l’aria della città, i suoi ritmi e i suoi suoni. Ho girato prevalentemente a piedi, potendo notare anche i particolari oltre ai grandi palazzi e monumenti. Ma tra le varie cose ho notato anche una stranezza, ovvero una quantità spropositata di ristoranti italiani. Dapprima ero compiaciuto di constatare come i nostri imprenditori si fossero spinti in modo convinto fin lì, ma ero perplesso sulla possibilità che i proprietari fossero emigranti. Non è la Repubblica Ceca una terra di emigrazione italiana; al limite qualche ragazzo dell’Erasmus poteva starci per qualche tempo. Allora ho cominciato a fare delle ipotesi.
La prima ipotesi è stata che la cucina italiana è molto apprezzata dai praghesi e dai turisti, quindi poteva essere un buon affare aprirne qualcuna. La seconda ipotesi è stata che gli imprenditori italiani preferiscono investire in quella città perché hanno meno pastoie burocratiche e fiscali. La terza ipotesi era che i ristoranti, in una nazione che vede con favore gli investimenti stranieri sul proprio territorio, potevano avere uno scopo diverso dal fare profitti con gli incassi. Inutile dire che – da italiano – sono stato propenso alla terza ipotesi. In una realtà come la nostra, i massicci e dispendiosi investimenti sono appannaggio di gruppi che hanno una liquidità in eccesso. Domanda retorica: chi può avere tale surplus di liquidità da poter investire in ristoranti a Praga? Lascio alla vostra immaginazione da italiani la possibilità di tirare la conclusione.
Ma di fronte a questo ragionamento mi sono accorto che il mio pensiero aveva agito seguendo degli schemi mentali, delle mappe, che mi hanno portato a “leggere” un fenomeno anomalo – gli innumerevoli ristoranti italiani di Praga – secondo gli elementi acquisiti nella mia esperienza. Nella mia esperienza, appunto, c’è la consapevolezza che alcuni gruppi malavitosi hanno bisogno di investire i soldi per poterli riciclare; c’è la consapevolezza (derivata dalle informazioni che ci rimandano i media informativi) che alcuni settori sono preferiti per queste attività e, tra esse, c’è proprio la ristorazione.; c’è anche la consapevolezza che la repubblica Ceca potrebbe avere interesse a “non vedere” l’anomalia; c’è, infine, il ragionevole dubbio che i praghesi non siano folgorati dalla cucina italiana al punto di invadere a frotte i ristoranti italiani.
Tutto ciò per notare come la varietà delle mappe a cui si può ricorrere offre una maggiore possibilità di formulare delle ipotesi diverse per spiegare un fenomeno.
Però, a Praga, io non sono andato in un ristorante italiano.

 

 

L’EQUILIBRIO DI STROMBOLI

Qualche giorno fa si è conclusa una mia piccola permanenza vacanziera a Stromboli. Isola straordinaria per bellezza e rinomata tra viaggiatori e turisti. Lo spettacolo del vulcano quando è in eruzione attira schiere di turisti e di amanti della natura. Il paese riesce ad accogliere migliaia di persone nei mesi di maggiore movimento turistico e gli abitanti, sommandosi ai circa 530 residenti. La pesca è diventata un’attività secondaria – anche perché a Stromboli non c’è un porto vero e proprio – ed è prevalentemente finalizzata al rifornimento dei ristoranti dell’isola. Il turismo, dunque, è la prima fonte di ricchezza.
Particolarità del paese di Stromboli è che le stradine non sono abbastanza larghe per consentire il passaggio delle auto. Non solo. La piccola centrale elettrica dell’isola fornisce energia alle case ed agli esercizi commerciali, ma non si è mai provveduto all’illuminazione pubblica: così, di notte, le strade sono buie, soprattutto quando chiudono anche bar e ristoranti e si spengono le loro insegne. Infine – per completare la descrizione – Stromboli è una frazione del comune di Lipari, paese che sta su un’altra isola ad alcune miglia di distanza e, quindi, viene gestito da lontano.
Proprio su questo ultimo aspetto nasce la mia riflessione di psicologia del viaggio. Già perché nel mio soggiorno ho notato come alcuni aspetti della vita strombolana risultassero “aggressivi” nei confronti del visitatore, turista o viaggiatore che fosse. Vero che non ci sono auto e mezzi pesanti (se non confinati ad un’unica strada costiera lunga un paio di chilometri), ma è intenso il movimento di motorini, scooter e veicoli a tre ruote col motore a scoppio. Questi generano un “traffico” continuo e rumoroso: ma soprattutto lasciano al loro passaggio il puzzo dei gas di scarico. Fortunatamente si cominciano a vedere piccole auto (quelle da campo da golf) e scooter elettrici.
Un altro aspetto che ho trovato “fuori posto” è stata la quantità di bottiglie abbandonate che rimandavano un’immagine di “sporco” e di “incuria”. Appariva strano che un paese che vive di turismo lasciasse sporcare le proprie strade in questo modo. Poi, facendo bene attenzione, ho notato che per le strade di Stromboli non ci sono cestini in cui gettare i rifiuti. Un’eclatante contraddizione! Si attirano decine di migliaia di turisti ogni stagione, si vendono tonnellate di merci destinate al ristoro e non si arredano le strade con dei cestini? Perché questa contraddizione?
Forse perché in tutti i luoghi popolati dagli esseri umani, luoghi in cui noi ci aggreghiamo in villaggi, paesi o città, esiste una sorta di equilibrio dinamico tra la necessità di godersi la vita secondo i propri istinti e la necessità di modificarli per le pratiche di vita e sopravvivenza, ovvero tra principio del piacere e principio di realtà. Per il paese di Stromboli, il principio del piacere equivale a potersi muovere liberamente e velocemente per il paese col minimo della fatica (ecco motocicli e traffico), ma si manifesta anche nel fastidio di doversi preoccupare dell’immondizia prodotta dai turisti. D’altro canto, il principio di realtà impone il problema del decoro che influisce sull’idea che si fanno i visitatori del paese, del “loro piacere” di essere a Stromboli, del modo in cui parleranno del luogo, costruendo la desiderabilità attraverso il passaparola.
Nel caso di Stromboli e degli strombolani, si ha l’impressione che l’equilibrio tra principio del piacere e principio di realtà penda ancora leggermente verso il primo.

Isola di Stromboli