Archivi categoria: psicologia dell’informazione

LE NOTIZIE INVECCHIANO?

Qualche giorno fa mi è apparso sulla bacheca di Facebook il post di Alberto Puliafito, direttore di blogo.it, che affrontava il problema delle notizie che invecchiano. Lui scrive: “Come si fa a capire se un pezzo è inutile? Be’, proviamo a rispondere a queste tre domande: può sopravvivere nel tempo? E per quanto tempo? Serve a qualcuno veramente e per più di pochi minuti? Ad esempio: che senso ha scrivere un articolo che parli delle “probabili formazioni” di due squadre di calcio che stanno per affrontarsi per poi abbandonarlo e scriverne uno sulle “formazioni ufficiali”? E ancora, che senso ha scrivere 300 o 600 articoli su un caso di cronaca nera? E come si può risolvere la questione?“. Così sollecitati, alcuni hanno postato le loro considerazioni. Tutti concordi che è brutto lanciare 300 articoli di aggiornamento e che sarebbe più organico aggiornare e arricchire il primo articolo (come si fa all’estero): però, poi, tutti ammettono che questa prassi è frutto della dipendenza delle testate online dal clickbaiting, ovvero dalla necessità di fare il maggior numero di click per poter incassare il più possibile dagli inserzionisti pubblicitari.

Ma torniamo alla domanda del titolo: le notizie invecchiano? Ragioniamoci.

La notizia riporta un fatto, un evento. Questo evento diventa “passato” un attimo dopo che si è concluso. Un incidente ferroviario si conclude al momento dell’arresto del treno. Gli succede un altro evento, ovvero i soccorsi. Poi, finito quest’ultimo (o mentre è ancora in corso) ne nasce un altro che possiamo chiamare “la ricerca del colpevole”. Due eventi che hanno una scansione temporale differente: mentre la fase dei soccorsi ha una durata breve (alcune ore), la ricerca delle responsabilità offre un percorso che può dispiegarsi per giorni, mesi o anni. Nasce un ulteriore filone di notizie legate al disastro ferroviario che possiamo definire “come evitare che accada ancora”. Maggiori sono le implicazioni dell’evento, più numerose saranno le storie da poter raccontare perché  – qui è il vulnus del problema sollevato da Puliafito –  il giornalismo è pervaso dalla pratica dello storytelling. Se i giornali, cartacei o digitali, volessero proporre solo le notizie, morirebbero, dal momento che il sistema di finanziamento ( e di sopravvivenza) dipende da comportamenti che si realizzano attraverso like, condivisioni, click. Inevitabile che diventi indispensabile “allungare il brodo”, per cui le notizie diventano storie e le storie che diventano più avvincenti si tramutano in danaro.

Ecco svelato il perché le notizie non invecchiano: invecchiano le storie.

LA COMPRENSIONE DELLE INFORMAZIONI NELL’ERA DEL WEB

Qualche giorno fa mi è arrivato da un amico un link ad un articolo con la richiesta di esprimere la mia opinione. Lui sa che mi occupo di psicologia dell’informazione e del giornalismo e il link è un’intrigante provocazione. Naturalmente cedo e vado leggere. È un’argomentazione articolata e volentieri rispondo alla provocazione dell’amico facendo qualche considerazione che condivido con voi.

L’articolo in questione si intitola “Perché abbiamo sconfitto l’Ignoranza grazie ad Internet ma rischiamo di morire di Ignoranza grazie ad Internet“. Un tema, quindi, molto attuale e implicitamente pessimista. Per questa ragione procederò ad una sua analisi per concludere con qualche riflessione su tutta la questione.

La tesi dell’autore dell’articolo è che la moltiplicazione delle informazioni indotta dallo sviluppo di Internet ha reso sempre più difficile per le persone essere e comprendere realmente le informazioni a causa dell’eccesso di offerta rispetto al tempo a disposizione. Una regressione che appare paradossale.

Una prima precisazione è necessaria sul termine “ignoranza” e, conseguentemente, su chi è ignorante. Etimologicamente, ignorare significa non sapere. Nella sua estensione psicologica, potremmo dire che ignorare equivale anche a “non essere consapevoli”. In una cornice sociologica, l’ignoranza può essere quella condizione in cui i gruppi umani vivono i vincoli di una cultura limitata che determina, come conseguenza, una carenza negli schemi valutativi della realtà e nelle possibilità di adeguati comportamenti di risposta.

Ecco che l’affermazione dell’autore secondo cui “siamo più ignoranti pur non essendo più ignoranti” è inesatta. L’assioma più corretto sarebbe: “abbiamo più fonti di informazione e tale abbondanza può diventare anche una difficoltà, non solo una risorsa“. Di pende dalle condizioni di offerta delle informazioni, oltre che dalle condizioni della persona ricevente, tanto cognitive quanto sociali.

Un altro problema che si manifesta nell’articolo è la confusione semantica intorno al termine “informazione”. Esistono due accezioni che  – purtroppo –  vengono scambiate con leggerezza. La prima è quella dell’informazione nella sua forma elementare (dov’è la farmacia più vicina o che orario di apertura ha l’officina di fiducia). La seconda è quella dell’Informazione come prodotto del giornalismo (l’ultima legge sulle tasse comunali o l’efferato fatto di cronaca nera). I due mondi semantici sono solo parzialmente sovrapponibili. Confonderli è facile ma fuorviante. Questa differenza funzionale tra i due tipi di informazione determina la differenza tra due comportamenti, ovvero tra “ottenere” informazioni e “usare” le informazioni: il primo può essere passivo, il secondo è inevitabilmente attivo, quindi elaborativo. Teorizzare un’ignoranza informativa e un’ignoranza elaborativa implica, nel secondo caso, una mancanza di conoscenza/consapevolezza dei modi per comprendere le implicazioni dell’informazione. Dato che l’autore del saggio cita, ad esempio dell’ignoranza elaborativa, il caso delle notizie-bufala, useremo il termina “informazione” nella sua accezione giornalistica.

Far discendere la nascita di un’ignoranza elaborativa dalla correlazione tra l’eccesso di offerta e la riduzione del tempo a disposizione per discernerle, appare azzardato. Non abbiamo dati sull’assenza di questa condizione in tempi passati e possiamo dedurre solo un’accentuazione dovuta alla progressione mediatica dell’offerta informativa che è cominciata nel secolo scorso. Nel corso dello sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa nel Novecento, le persone hanno avuto modo di cimentarsi progressivamente con le dilatazioni della propria “infosfera”. Prima con i giornali, poi con radio e televisione, per finire col web, le fonti di informazione (in entrambe le accezioni) si sono moltiplicate e la nostra mente ha dovuto fronteggiare ma nuova condizione. Due sono state le strategie adottate: la prima cognitiva e la seconda culturale. Quella cognitiva consiste nelle scorciatoie ( e nelle debolezze) del pensiero euristico. Quella culturale è insita nella delega sociale ai giornalisti che genera il senso di affidabilità delle interpretazioni delle informazioni offerte da questi.

Successivamente, nell’articolo viene stigmatizzato il fenomeno secondo cui le persone considerano l’opinione dei “pari” equivalente a quella degli “esperti”. Immagino che con questo ultimo termine si intenda tanto quella di persone competenti i campi specifici (il geologo o l’avvocato), quanto quella dei professionisti della comunicazione (soprattutto giornalisti). Come è noto a chi studia gli effetti della comunicazione di massa, quando diminuisce la percezione di affidabilità negli organi di informazione, aumenta il ricorso (e l’autorevolezza) dell’opinione dei pari. Ciò vale per la creazione/diffusione delle informazioni, ma vale anche per l’interpretazione delle stesse. Come notava Annamaria Testa, “L’informazione sul mondo appare scompaginata, anche perché oggi pochi dei mass media che trasmettono informazione si preoccupano di impaginare le notizie (…) e parlando di impaginare intendo proprio il lavoro materiale del selezionare e del disporre ordinatamente (…) insomma, dell’attribuire a ciascun testo un rilievo, una posizione e un contesto“. Sostanzialmente, il declino dell’affidabilità è frutto anche della loro elusione della costruzione della cornice interpretative delle informazioni e delle notizie.

Per concludere, il concetto di “ignoranza elaborativa” segnala un fenomeno reale ma viene male espresso. L’esplosione dell’offerta informativa e l’erosione della percezione dell’affidabilità sono i due fenomeni che pongono il cittadino di fronte alla necessità di discernere autonomamente tra le informazioni offerte dal web, oltre che da quelle che continuano a fluire dagli “old media”. Il fenomeno della credulità alle bufale, che dovrebbe essere la prova provata di questo “stress da eccesso di offerta”, evidenzia l’amplificazione fatta dall’informazione digitale di una dinamica che esiste da sempre. La reazione auspicabile dei cittadini di fronte a questa situazione è quella della ricostruzione di una rete di “fonti affidabili” che, ovviamente, non può più essere costituita dai soli giornalisti.

L’INGANNO DEI NUMERI

Una delle prassi più usate nel giornalismo italiano è quella di far parlare i numeri. Sparare cifre di ricerche e indagini fa molto chic e, soprattutto, permette di scaricare su entità terze le affermazioni implicite che sempre sono contenute in un articolo. Il pezzo dell’Ansa che porto ad esempio cita un’indagine statistica dell’Eures (European Employment Services) sulla violenza sulle donne. Dunque, tradotto nella abituale sloganistica giornalistica sul femminicidio (cit. uccisione della donna proprio in quanto donna. Fonte: treccani.it) ecco il titolo che viene sparato: “Violenza sulle donne: una vittima ogni due giorni”. Quindi, dal titolo si evincerebbe una triste conferma. Il lettore distratto si ferma lì. Se è donna penserà “quanti uomini bastardi!” e se è un uomo penserà “Ma che deficienti!”.
Lo stereotipo, dunque, è confermato. Chi, invece, continua a leggere l’articolo si accorge di un’anomalìa. Riportiamo un po’ di dati, ma facciamo attenzione. Quando si ricorre ai numeri per descrivere un fenomeno, ogni numero è legato agli altri, per cui chi argomenta sui numeri ha diritto a sbagliare.
Nel 2013 sono state uccise 179 donne e, rispetto alle 157 del 2012, c’è stato un aumento del 14%. Prima conclusione indotta: “gli uomini sono più bastardi dello scorso anno”. Ora arriva la delega di responsabilità. Cito testualmente: “A rilevarlo è l’Eures nel secondo rapporto sul femminicidio in Italia, che elenca le statistiche degli omicidi volontari in cui le vittime sono donne”. Si comprende, senza alcun dubbio, che si sta parlando di omicidi volontari di donne in quanto donne. Proseguiamo.
Gli omicidi di donne in ambito familiare aumentano del 16,2%, passando da 105 a 122. Qui cominciano le dolenti note perché “rientrano nel computo anche le donne uccise dalla criminalità, 28 lo scorso anno: in particolare si tratta di omicidi a seguito di rapina, delle quali sono vittime soprattutto donne anziane”. Alt! Siamo andati fuori definizione. Appare evidente che sono state accorpate al dato generale anche le donne che sono state uccise accidentalmente (es. nella rapina la morte è accidentale, non intenzionale). Inutile proseguire. Chi ha un minimo di nozioni di statistica ha già capito che i dati presentati dall’articolista non sono affidabili.
Non basta. L’articolista riporta virgolettata una dichiarazione contenuta nel rapporto Eures: “consolidando – sottolinea il dossier – un processo di femminilizzazione nella vittimologia dell’omicidio particolarmente accelerato negli ultimi 25 anni, considerando che le donne rappresentavano nel 1990 appena l’11,1% delle vittime totali”. Il dato in sé non è commentabile perché sarebbe significativo se le condizioni delle donne, dal 1990 ad oggi, fossero rimaste immutate. In realtà le donne sono uscite enormemente dalle mura familiari, lavorando e girando per strada molto di più: quindi possiamo ragionevolmente supporre che anche, scippi, incidenti, infortuni possano essere aumentati. Sono dati, quindi, non comparabili. Ma il tono della frase tradisce la tesi di fondo dell’articolo, ben specificata nel titolo.
Questo tipo di giornalismo non aiuta a capire e consolida gli stereotipi, incentivando la crescita di opposti schieramenti che poco aiutano alla comprensione delle vite degli altri.

http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2014/11/19/femminicidi-ogni-due-giorni-viene-uccisa-una-donna_cc33c7e8-81c2-46fa-b1d6-f577eedfb727.html

Violenza sulle donne- una vittima ogni due giorni - Cronaca - ANSA.it 2014-11-19 15-12-54b

DELLA RESPONSABILITA’ EVITATA

Partiamo dai fatti. Una donna viene uccisa dal convivente. Il colpevole viene preso e processato. La madre della donna si costituisce parte civile per ottenere il risarcimento dei danni. L’uomo viene condannato alla detenzione, ma anche al pagamento del risarcimento. Lo Stato si accorge che l’uomo risulta nullatenente e, dato che la legge prescrive che tutte le parti processuali (tutti coloro che sono coinvolti) “sono solidalmente obbligati al pagamento delle imposte tutte le parti in causa”, alla madre della donna uccisa arriva una cartella esattoriale di 7.500 euro. La conclusione feroce e beffarda di questo processo diventa “cibo per i media”. Le testate on line sparano la notizia e i social media la capillarizzano, gonfiando l’indignazione. Il giorno dopo, le stesse testate pubblicano la notizia che qualcuno all’Agenzia delle Entrare ha annullato l’avviso di pagamento. Questi i nudi fatti. Proviamo a ipotizzare la storia.
Una madre è colpita profondamente dal dolore per l’uccisione della propria figlia e tenta di giungere alla catarsi inseguendo la punizione del colpevole. Per “essere presente” nel rito di punizione entra nel processo. Lo Stato, attraverso le sue istituzioni, riesce a dare la solita risposta dissociata: da un lato punisce il colpevole condannandolo al carcere, dall’altro segue pedissequamente la legge e va a chiedere dei soldi alla madre della vittima. Le persone di questo dramma/rito diventano, nelle procedure dello Stato (quelle fatte in nome della collettività, di tutti noi), semplicemente delle parole. Se la legge dice che tutti devono contribuire alle spese, tutti dovranno farlo, a prescindere dalla giustezza. Per questa ragione il Tribunale ha comunicato l’esito all’Agenzia delle Entrate e questa, attraverso l’impiegato/funzionario di competenza, ha avviato il procedimento. Probabilmente nessuna delle persone che hanno perpetrato questo “delitto morale” hanno minimamente badato a cosa facevano. Nessuno si sarà posto il problema di cosa contribuivano a fare. La madre addolorata è stata de-personificata.
Ed è a questo punto che i media, i giornali, svolgono la loro funzione pubblica. Si impossessano della storia, la pubblicano, la connotano di riprovazione morale e la seguono. Così veniamo a sapere che qualcuno all’Agenzia delle Entrate si è accorto del caso. Magari non ne sapeva nulla e chiama i suoi sottoposti. Ma anche i superiori. Immaginiamo la sostanza di cosa si sono detti: “Gente, abbiamo fatto un’altra figura di merda. Passiamo sempre per gli avvoltoi che si nutrono della sofferenza della povera gente. Bisogna rimediare per recuperare un’immagine di giustezza del nostro operato”. Ecco che l’avviso di pagamento viene annullato. I giornali sono soddisfatti e “la gente” percepisce di essere servita a qualcosa, di aver potuto incidere il corso degli eventi.
Cosa è successo? Il problema nasce proprio da quella dinamica di depersonalizzazione a cui accennavo prima. Quando si lavora con la sofferenza delle persone, che sia un giudice, un chirurgo o uno volontario, la nostra personalità tende a proteggerci dalla possibile empatia che ci porterebbe a soffrire a nostra volta: e se si soffre troppo, non si è più in grado di portare aiuto. Quindi ci si “distanzia” emotivamente da chi soffre. L’estremizzazione di questo processo è proprio la depersonalizzazione. E’ come quando i componenti di un plotone di esecuzione, di fronte all’inflizione della morte che stanno per dare, pensano “sto solo eseguendo gli ordini”. Proprio questo pensiero è quello che ha l’impiegato quando non si assume la responsabilità di ciò che fa. C’è sempre qualcuno di superiore (il capufficio, il direttore generale, la legge) su cui scaricare la responsabilità. Inoltre, dato che chi esegue queste “condanne” è sempre inserito in una gerarchia, si aggiunge il timore di ritorsioni e punizioni se non si eseguono gli ordini. Nessuno, quindi, si prende la responsabilità di fermare un’azione palesemente sbagliata.
E’ così che alla signora Rosa Polce, madre della povera Carmen, arriva la cartella esattoriale.

Per approfondire: Zamperini, A.; “Psicologia sociale della responsabilità”; 1998, Torino; UTET

la notizia dall’Ansa

PSICOLOGIA DEL GIORNALISMO TELEVISIVO

dal sito (chiuso) psicologiadellaudiovisivo.it ripropongo questo articolo del 2008

Abbiamo poche nozioni per poter valutare le scelte a cui siamo chiamati, ma ci rendiamo conto che queste possono più o meno influenzare da vicino la nostra vita. Avvertiamo, quindi, la necessità di decidere bene. Per poter affrontare questa necessità senza avere la sensazione di essere incauti abbiamo bisogno di informazioni su cui basare le nostre decisioni. Se devo acquistare un’automobile, dovrò prevedere quanti chilometri intendo farci, che tipo di motore sarà più adatto; in base alla composizione della mia famiglia dovrò decidere quanto grande dovrà essere; in virtù della mia condizione economica dovrò decidere quanto voglio spendere e se tenerla per tutta la sua durata o cambiarla prima. Tanto meno ci affidiamo al caso, tanto più abbiamo bisogno di informazioni. Tutto può essere fonte di informazioni: un nostro vicino, la nostra esperienza, il concessionario da cui acquistiamo. Possiamo ricorrere anche alle conoscenze di sconosciuti di cui, però, ne riconosciamo l’autorevolezza, perché per decidere al meglio abbiamo bisogno di informazioni esatte. A maggior ragione abbiamo bisogno di informazioni non manipolate: il concessionario tenderà a darci solo le informazioni che possano indurci all’acquisto, mentre un nostro amico che ha la stessa auto può darci anche quelle relative ai difetti che ha riscontrato nel tempo.

Data la vastità degli ambienti in cui reperire le informazioni, siamo consapevoli di non essere in grado di andare materialmente a parlare con tutte le persone che possono avere informazioni utili. Il giornalista è la persona a cui viene delegato questo compito. Ad esso vengono dati strumenti e risorse (lavoro/stipendio e diritti) con il compito di reperire per noi le informazioni: ma, fondamentale, con l’implicito patto di riferircele correttamente, ovvero esatte e non distorte, manipolate o con delle omissioni.
È intuibile che, parimenti al nostro amico che ci indica i difetti dell’auto, il giornalista deve offrirci anche le informazioni che possono indurci a non favorire questo o quel soggetto. Si genera quindi, per il giornalista, il potere di danneggiare. Ad esso vorremmo chiedere l’assoluta imparzialità ma, nel tempo, abbiamo accettato il fatto che esso non può essere asetticamente imparziale perché, a sua volta, ha la sua personalità che dirige le considerazioni che fa delle informazioni di cui viene a conoscenza e determina l’ordine con cui decide di darle. Sul giornalista convergono le pressioni di tutti coloro che non hanno interesse a far conoscere tutta la verità: se in passato, però, le pressioni potevano arrivare dal ristretto ambito dell’area di diffusione del mezzo di informazione, la radio prima, le televisioni e la globalizzazione digitale poi, hanno moltiplicato le strade su cui possono innestarsi le pressioni. Ryszard Kapuściński, grande reporter polacco, ha detto che “il giornalista è sottoposto a molte e diverse pressioni perché scriva ciò che il suo padrone vuole che egli scriva (…) La stampa internazionale è manipolata” [Kapuściński, 2000].

Il giornalismo è stato per decine di anni un fenomeno in cui ha regnato la parola. Tanto la stampa quanto la radio si reggono sull’unico pilastro della informazione orale. Dalla metà del secolo scorso, il cinema prima e, soprattutto, la televisione hanno spostato l’asse su una modalità che ha aggiunto la visione delle notizie. L’effetto sulla società è stato formidabile. Se il giornalismo filmato nasce come elemento spettacolare da affiancare ad un’informazione che restava verbale, ben presto ne viene intuita la forza capace di plasmare le nostre rappresentazioni sociali. Queste sono, come afferma Moscovici, “un sistema cognitivo costituito da valori, nozioni e pratiche: una struttura di implicazioni che connette inestricabilmente la dimensione cognitiva a quella dei valori e delle pratiche” [Moscovici, 1989]. Il giornalismo ha, dunque, assunto una modalità bipolare che ha duplicato le possibilità di offerta di informazioni ma, al tempo stesso, ne ha aumentato i vincoli. Soprattutto rispetto alla coerenza tra le informazioni verbali e quelle visive. Sono ben tre i veicoli comunicativi che il giornalista televisivo si trova a dover gestire, quello visivo, quello sonoro e quello verbale: e ciò è tanto più vero perché nel nostro cervello, per ciascuno di essi, si attiva una parte diversa della corteccia cerebrale [Lurija, 1984].
Progressivamente la parte verbale è diventata subordinata al binomio suoni/visioni. A testimoniarlo vi sono le stesse parole dei giornalisti che, quando vengono proposte le immagini di un fatto reale, si fanno da parte con la rituale formula: “Ed ora vi proponiamo le immagini senza alcun commento”. Se da un lato diventa evidente la forza spettacolare nel poter mostrare un evento mentre è accaduto (e non riportarlo successivamente), dall’altro diventa altrettanto evidente il vantaggio di poter portare “alcune” informazioni a conoscenza di masse di persone con una modalità che non è più esclusivamente razionale/corticale (la parola scritta del giornale), né razionale/evocativa (la parola parlata della radio). Il linguaggio audiovisivo (immagini, parole e musica) è strutturalmente un veicolo emozionale. Infatti, un frequentatore di lungo corso della tv italiana, Maurizio Costanzo, ha detto: «tutta l’informazione televisiva è più espressiva che comunicativa (…) Quindi, la realtà mediata dalla televisione è filtrata dallo spettatore, il quale – per via delle caratteristiche del mezzo – è spontaneamente portato a concentrarsi sui contenuti più espressivi, sulle immagini, sui colori (via periferica). La notizia passa in secondo piano»” [Agresta, Paglia, 1998].
A conferma della dimensione emozionale del giornalismo televisivo esiste la controprova della “stampella musicale”. È diventata prassi inserire, tra lo stantìo testo e le immagini del servizio, una bella musichetta che aiuti la nascita dell’emozione che si vuole far suscitare. Quando si mira direttamente alle emozioni del telespettatore è segno che si è rotolati direttamente nella fiction e le informazioni realmente contenute nel servizio sono inevitabilmente inquinate. Ciò è tanto più vero per i rotocalchi (come quello di Iacona del Tg3 o degli pseudogiornalisti delle Iene di Italia 1) che per i telegiornali. Basta mettere una bella musica e si mira direttamente alla pancia ed all’angoscia (o al ridicolo) del telespettatore.
Uno strumento di questa potenza è diventato, inevitabilmente, preda dei gruppi di potere che hanno scopi diversi da quelli del giornalismo “puro”. Questi hanno praticamente monopolizzato mezzi e prassi dell’informazione audiovisiva.
Un altro “effetto di ritorno” della diluizione del giornalismo televisivo è la quasi costante assenza di pertinenza tra le immagini del servizio e le notizie del testo. E se per i grandi eventi è comprensibile (mica c’è sempre una telecamera in ogni evento), per i servizi generici risultano sconfortanti quelle di repertorio. La scarsa cura dell’immagine di repertorio denota la sciatteria di chi realizza il “pezzo” o di chi lo ha commissionato che, probabilmente, non ha dato i tempi adeguati per le ricerche d’archivio.

Molto si è studiato degli effetti che l’azione dei giornalisti ha sui singoli e sulle masse, molto meno si è ragionato intorno agli effetti che il giornalismo ha sui giornalisti. Come abbiamo visto, il giornalista espleta un ruolo affidatogli dalla società. Ogni società, oltre al mandato generale, mette delle regole implicite consone ad ogni area particolare: un giornalista in Cina lavorerà diversamente da un suo collega in Canada. Il giornalista italiano assumerà dei comportamenti e delle censure in osmosi con la società che lo contiene. In questi anni si è fatta sempre più evidente la corrente di pensiero che vede la categoria professionale dei giornalisti assurgere al ruolo di casta [Lopez, 2007; Grillo, 2007]. Questo approdo è, probabilmente, frutto di una strategia di autodifesa della categoria che si è trovata di fronte all’impossibilità di adempiere al mandato sociale della professione. Da un lato esiste la spinta della massa delle persone fuori dei circuiti di potere che chiede le “informazioni” (tutte le informazioni); dall’altro c’è il sistema di potere di tipo arcaico dei gruppi di interesse (dagli imprenditori alla Chiesa cattolica, dalla mafia ai vari livelli della politica). A questo punto non si tratta più di reperire e riportare semplicemente delle informazioni, ma di fare un lungo percorso attraverso varie istanze compromissorie. Per non rimanere schiacciati, i giornalisti si chiudono entro le “mura professionali” e rimangono aggrappati a due pilastri consolatori: il senso di comunanza derivata dall’identità e l’autoreferenzialità. Il primo aggrega nella difficoltà e permette di far attutire (se non sparire) gli elementi di autocritica: questi, infatti, possono alimentare il senso di colpa rimosso per non essere in grado di espletare la propria funzione. Il secondo è alimentato dal narcisismo (che è una normale difesa della personalità). Il ragionamento assolutorio è di questo tipo: “noi facciamo pochi errori perché sappiamo più cose degli altri, per cui le critiche non ci toccano perché noi sappiamo e loro no; e se facciamo degli errori sono dovuti a cause non dipendenti dalla nostra volontà”. Nei casi estremi il ragionamento assolutorio è talmente implicito che neanche i protagosti stessi ne sono consapevoli. Il punto su cui si compattano le mosse di identificazione sono incarnate dall’Ordine Professionale, che accorpa e difende la categoria, ma anche da un’etica professionale che, però, è autogenerata e non mediata con l’esigenze della società.

In questa condizione generale del giornalismo italiano, si innesta un altro fattore derivante dallo specifico televisivo, ovvero la forte esposizione della persona. Giornalisti della stampa come Giorgio Bocca, come Ettore Mo, hanno svolto tutta la loro carriera avvolgendosi nelle loro parole: tutto il loro lavoro veniva giudicato dai lettori solo in base a quanto scrivevano. I giornalisti televisivi hanno la difficoltà ulteriore di dover raccontare usando le immagini. Questa maggiore difficoltà può essere compensata dall’effetto amplificato che ha il loro lavoro. Quasi contemporaneamente, però, i giornalisti televisivi hanno cominciato a farsi vedere nell’inquadratura. Lentamente, quindi, nasce la “dittatura dello stand-up”. Lo stand-up è quella ripresa in cui viene mostrato il giornalista sul luogo della notizia. Nasce come una sorta di certificazione della veridicità della fonte ma diventa, progressivamente, specchio della corazza narcisistica sviluppata dai giornalisti. A conferma possiamo evidenziare il lavoro di alcuni giornalisti televisivi che molto di rado appaiono in video e, quando accade, magari sono di spalle o “di quinta”. Ben diversa è il “narcisismo da conduzione” che deriva dalla forte esposizione dei giornalisti che leggono le notizie del telegiornale. In essi si genera una forte pressione giudicante esercitata dall’opinione delle persone sconosciute che guardano senza che le si possa guardare a proprio volta. Questa forma di narcisismo accomuna i giornalisti televisivi con tutti i personaggi che la televisione rumina, dalle veline ai comici, dai professionisti del talk show ai conduttori dei programmi. Ma, ancor più del misterioso “parere della gente”, il narcisismo da conduzione è alimentato dalle persone che circondano il giornalista: la mamma, la portinaia, il parrucchiere, il gommista. Attraverso il feedback delle loro opinioni il giornalista si sente di acquisire autorevolezza e di godere della benevolenza della “gente”. In tutto ciò l’etica professionale e l’efficacia della comunicazione diventano assolutamente secondarie. Naturalmente, tutto quanto rimarcato fino ad ora, accade attraverso la modulazione delle personalità di ciascuno. Come anche accade in maniera differente tra maschi e femmine.

Il giornalismo televisivo risulta, quindi, essere un formidabile strumento per influenzare l’agenda setting [Losito, 1995] delle persone. La sua efficacia si avvale della potenza emozionale delle immagini. Un giornalismo televisivo fatto male è quello che mira alle emozioni della gente, un giornalismo televisivo fatto bene è quello che mira a rendere informate le persone. Oltre il dualismo emozionale, il giornalismo televisivo può essere esteticamente e linguisticamente realizzato in modo fa favorire o confondere la comprensione. Infine, il giornalismo ha effetti subdoli sulla personalità dei giornalisti non sufficientemente maturi: gli effetti possono incidere su varie strutture caratteriali con effetti più o meno distorcenti sulla percezione di sé e sul principio di realtà. Inoltre, a cascata, queste vanno ad influenzare il prodotto del loro lavoro e del servizio-delega di cui usufruiamo come utenti.

Bibliografia

– Agresta S., Paglia G.; “L’arte di guardare la Tv … e rimanere sani”; Milano, 1998; Edizioni Paoline
– Grillo, B.; beppegrillo.it
– Kapuściński R.; “Il cinico non è adatto a questo mestiere”; Roma, 2000; Edizioni e/o
– Lopez, B.; “La casta dei giornali. Così l’editoria è stata sovvenzionalta e assimilata alla casta dei politici”; 2007; Nuovi Equilibri
– Losito, G.; “Il potere dei media”; Roma, 1995; La Nuova Italia Scientifica
– Luria, A.R.; “Come lavora il cervello”; Bologna, 1984 ; Ed. Riuniti
– Moscovici, S.; “Le rappresentazioni sociali”; Bologna, 1989; Il Mulino

L’AUTOREVOLE BUFALA

Qualche mese fa, in primavera, salta fuori l’ennesima notizia della ricerca americana che giunge ad affermare che i selfie – le foto che si fanno a se stessi dagli smartphone – sono classificabili come un disturbo della personalità. Da aprile ad oggi la “notizia” è ribalzata dai media a Twitter e viceversa. Chi ha letto la notizia è possibile che sia stato raggiunto da un dubbio: quel gioco che mi sembrava goliardico e chiassoso che era fare dei selfie ripetuti è un segno di un disturbo della personalità?
Poi c’è stato chi, con pazienza, è andato a verificare la notizia e pare che sia l’ennesima bufala: non esiste alcuna ricerca dell’APA (American Psychiatric Association) che affermi quanto riportato negli articoli.
Quali sono, dunque, gli effetti collaterali della bufala giornalistica? Molte persone possono avere una percezione distorta della propria realtà e della normalità della propria vita. Inoltre, quando la bufala viene svelata, viene ulteriormente sminuita l’autorevolezza del media e del giornalismo in generale: tutto il giornalismo. Le persone non si fidano più di chi offre notizie e ciò vale anche per le notizie vere, esatte.
In un esercizio di dietrologia si potrebbe pensare che la diffusione di bufale giornalistiche, con conseguente discredito del mondo dell’informazione, possa essere il risultato dei gruppi di potere che, non potendo più controllare tutto nell’epoca di internet, puntano al totale discredito per indurre le persone a fare di tutta l’erba un fascio: “i giornalisti dicono un sacco di fesserie”.
Più semplicemente, la bufale giornalistiche diminuiscono il livello di sicurezza nel pubblico, nella società.

Ti fai il Selfie- Hai un disturbo mentale - titolo ilmattino

Lo studio USA che ha scoperto la -selfite- è una bufala - Squer.it

SOFISTICATI COMUNICATORI O TELEVISIONARI CINICI? IL CASO DE “LE IENE”

dal sito (chiuso) psicologiadellaudiovisivo.it ripropongo questo articolo del 2008

Gli autori televisivi sono sempre alla ricerca dei territori di confine in cui sperimentare le ibridazioni di genere. Un caso eclatante sono i tg satirici come Striscia la notizia, ma anche programmi come Le Iene. Questi sono un tipico esempio di ibridazione deliberatamente a doppio fondo: se da un lato gli autori o i giornalisti si accreditano come “difensori dei cittadini”, dall’altra realizzano prodotti eticamente spregiudicati che denotano uno scarso rispetto del pubblico. Ma veniamo al caso esemplare de Le Iene.
Nella puntata del 14 marzo 2008 il programma di culto “Le Iene” ha proposto uno dei tanti servizi che hanno costruito la sua identità e la sua fortuna. Il servizio in questione aveva come argomento il caso di alcuni ristoratori italiani a Berlino che sono stati oggetto di un ’ azione malavitosa. Nella fattispecie, un paio di personaggi provenienti dalla Campania hanno cominciato a chiedere il “pizzo” .

I ristoratori non si sono fatti impressionare e, dopo essersi contattati vicendevolmente, hanno deciso di denunciare il tutto alla polizia tedesca. Questa ha avviato delle indagini e, dopo anche qualche atto intimidatorio dei malviventi, li hanno arrestati in flagranza di reato. In una visione giornalistica la notizia è significativa ma non eclatante: persone fuggite da un contesto di diffusa illegalità vanno ad impiantare la propria attività commerciale in un paese dove la legalità è strutturata tanto nei singoli quanto nella società. Nulla di più comprensibile. La particolarità donata dagli autori de “Le Iene” a questo servizio è la dimensione morale. Il servizio viene preceduto da un flashback in cui viene ricordato agli spettatori un precedente servizio in cui un commerciante napoletano denunciò i propri estortori (si immagina proprio attraverso la trasmissione) e da allora vive sotto scorta.
Questi, nella sua ruvida apparizione, invita gli altri napoletani a non piegarsi al pizzo perché, unendosi nella denuncia e non essendo più soli, la camorra non potrà colpire tutti e (guardando con rabbia dritto in camera) dice testualmente: “li rimandiamo tutti a casa!” . Analizziamo i messaggi inviati. Il primo è che pagare il pizzo è sbagliato e che diventa un eroe chi si rifiuta di pagare. Il secondo è che la trasmissione “Le Iene” sposa questa impostazione morale. Poi viene fatto il parallelo con i ristoratori italiani a Berlino, sottolineando come viene confermata la tesi che “ribellarsi, paga” .

Apparentemente tutta l’operazione è di alti contenuti sociali ed etici. Il problema nasce dalla struttura sintattica stessa della trasmissione. Più esattamente dalla sintassi emotiva. Gli autori del programma lavorano sulle risonanze emotive. Il primo passo è di aggredire lo spettatore andando a stimolare il senso di colpa derivante da una presunta inazione: la presentazione dell’uomo sotto scorta tende a far sentire colpevoli di stare comodamente nella poltrona mentre un uomo rischia la vita. La tensione generata allo start della sequenza viene mantenuta per tutta la durata del servizio di Berlino: è come se gli autori continuassero a dire in modo incalzante allo spettatore “Vedi? Vedi?! Vedi!!” . A questo punto nasce l’effetto perverso del programma di Italia Uno. Proprio alla fine del servizio viene riproposta la medesima scena del commerciante napoletano sotto scorta che ripete la stessa frase a muso duro alla telecamera (quindi in faccia agli spettatori): “li rimandiamo a casa!” . Immediatamente, senza alcuna soluzione di continuità, senza neanche una sigletta o un commento, parte una telepromozione dai toni ameni. Lo sconcerto in chi guarda ha la consistenza metaforica di un ceffone. È come se gli autori, dopo averti oppresso emotivamente, ti gridassero di colpo: “Pirla, ci hai creduto!” .

Che tipo di effetti collaterali può avere questi tipo di gestione disinvolta degli autori di “Le Iene” ? Sicuramente il pubblico avverte che chi fa televisione gioca con le emozioni di chi guarda. Nel caso in particolare, esso può rendersi conto che quelli de “Le Iene” , prima cercano di accreditarsi come agenti autorevoli per una leadership morale ed etica, poi maltrattano il senso di fiducia che avevano generato. La fiducia è un atto di donazione del Sé ed il tradimento di essa è un atto violento che infligge dolore. L’inevitabile reazione dello spettatore è di chiusura. Viene alzato il livello di soglia oltre cui è di sposto di nuovo a farsi coinvolgere, per cui la sua sensibilità ne viene intaccata. Parallelamente, viene emotivamente connotata come “ambigua” quella televisione che cerca di accattivarsi lo spettatore, ovvero quella che cerca di apparire “credibile a tutti i costi” (per poi tradire la tua fiducia per sciocchi motivi di marketing). Il risultato finale è che chi ha visto quel servizio all’interno del programma televisivo de “Le Iene” ha buone probabilità di diventare più cinico e di appesantire i propri comportamenti prosociali. Esattamente l’opposto delle “apparenti intenzioni” degli autori del programma.
Ad avvalorare questo uso deliberato della dimensione emotiva c’è il cambio di registro compiuto dalle testate giornalistiche televisive negli ultimi venti anni. La missione del giornalista televisivo è lentamente scivolata dalla sfera razionale a quella emozionale.