DELLA RESPONSABILITA’ EVITATA

Partiamo dai fatti. Una donna viene uccisa dal convivente. Il colpevole viene preso e processato. La madre della donna si costituisce parte civile per ottenere il risarcimento dei danni. L’uomo viene condannato alla detenzione, ma anche al pagamento del risarcimento. Lo Stato si accorge che l’uomo risulta nullatenente e, dato che la legge prescrive che tutte le parti processuali (tutti coloro che sono coinvolti) “sono solidalmente obbligati al pagamento delle imposte tutte le parti in causa”, alla madre della donna uccisa arriva una cartella esattoriale di 7.500 euro. La conclusione feroce e beffarda di questo processo diventa “cibo per i media”. Le testate on line sparano la notizia e i social media la capillarizzano, gonfiando l’indignazione. Il giorno dopo, le stesse testate pubblicano la notizia che qualcuno all’Agenzia delle Entrare ha annullato l’avviso di pagamento. Questi i nudi fatti. Proviamo a ipotizzare la storia.
Una madre è colpita profondamente dal dolore per l’uccisione della propria figlia e tenta di giungere alla catarsi inseguendo la punizione del colpevole. Per “essere presente” nel rito di punizione entra nel processo. Lo Stato, attraverso le sue istituzioni, riesce a dare la solita risposta dissociata: da un lato punisce il colpevole condannandolo al carcere, dall’altro segue pedissequamente la legge e va a chiedere dei soldi alla madre della vittima. Le persone di questo dramma/rito diventano, nelle procedure dello Stato (quelle fatte in nome della collettività, di tutti noi), semplicemente delle parole. Se la legge dice che tutti devono contribuire alle spese, tutti dovranno farlo, a prescindere dalla giustezza. Per questa ragione il Tribunale ha comunicato l’esito all’Agenzia delle Entrate e questa, attraverso l’impiegato/funzionario di competenza, ha avviato il procedimento. Probabilmente nessuna delle persone che hanno perpetrato questo “delitto morale” hanno minimamente badato a cosa facevano. Nessuno si sarà posto il problema di cosa contribuivano a fare. La madre addolorata è stata de-personificata.
Ed è a questo punto che i media, i giornali, svolgono la loro funzione pubblica. Si impossessano della storia, la pubblicano, la connotano di riprovazione morale e la seguono. Così veniamo a sapere che qualcuno all’Agenzia delle Entrate si è accorto del caso. Magari non ne sapeva nulla e chiama i suoi sottoposti. Ma anche i superiori. Immaginiamo la sostanza di cosa si sono detti: “Gente, abbiamo fatto un’altra figura di merda. Passiamo sempre per gli avvoltoi che si nutrono della sofferenza della povera gente. Bisogna rimediare per recuperare un’immagine di giustezza del nostro operato”. Ecco che l’avviso di pagamento viene annullato. I giornali sono soddisfatti e “la gente” percepisce di essere servita a qualcosa, di aver potuto incidere il corso degli eventi.
Cosa è successo? Il problema nasce proprio da quella dinamica di depersonalizzazione a cui accennavo prima. Quando si lavora con la sofferenza delle persone, che sia un giudice, un chirurgo o uno volontario, la nostra personalità tende a proteggerci dalla possibile empatia che ci porterebbe a soffrire a nostra volta: e se si soffre troppo, non si è più in grado di portare aiuto. Quindi ci si “distanzia” emotivamente da chi soffre. L’estremizzazione di questo processo è proprio la depersonalizzazione. E’ come quando i componenti di un plotone di esecuzione, di fronte all’inflizione della morte che stanno per dare, pensano “sto solo eseguendo gli ordini”. Proprio questo pensiero è quello che ha l’impiegato quando non si assume la responsabilità di ciò che fa. C’è sempre qualcuno di superiore (il capufficio, il direttore generale, la legge) su cui scaricare la responsabilità. Inoltre, dato che chi esegue queste “condanne” è sempre inserito in una gerarchia, si aggiunge il timore di ritorsioni e punizioni se non si eseguono gli ordini. Nessuno, quindi, si prende la responsabilità di fermare un’azione palesemente sbagliata.
E’ così che alla signora Rosa Polce, madre della povera Carmen, arriva la cartella esattoriale.

Per approfondire: Zamperini, A.; “Psicologia sociale della responsabilità”; 1998, Torino; UTET

la notizia dall’Ansa

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