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LA COMPRENSIONE DELLE INFORMAZIONI NELL’ERA DEL WEB

Qualche giorno fa mi è arrivato da un amico un link ad un articolo con la richiesta di esprimere la mia opinione. Lui sa che mi occupo di psicologia dell’informazione e del giornalismo e il link è un’intrigante provocazione. Naturalmente cedo e vado leggere. È un’argomentazione articolata e volentieri rispondo alla provocazione dell’amico facendo qualche considerazione che condivido con voi.

L’articolo in questione si intitola “Perché abbiamo sconfitto l’Ignoranza grazie ad Internet ma rischiamo di morire di Ignoranza grazie ad Internet“. Un tema, quindi, molto attuale e implicitamente pessimista. Per questa ragione procederò ad una sua analisi per concludere con qualche riflessione su tutta la questione.

La tesi dell’autore dell’articolo è che la moltiplicazione delle informazioni indotta dallo sviluppo di Internet ha reso sempre più difficile per le persone essere e comprendere realmente le informazioni a causa dell’eccesso di offerta rispetto al tempo a disposizione. Una regressione che appare paradossale.

Una prima precisazione è necessaria sul termine “ignoranza” e, conseguentemente, su chi è ignorante. Etimologicamente, ignorare significa non sapere. Nella sua estensione psicologica, potremmo dire che ignorare equivale anche a “non essere consapevoli”. In una cornice sociologica, l’ignoranza può essere quella condizione in cui i gruppi umani vivono i vincoli di una cultura limitata che determina, come conseguenza, una carenza negli schemi valutativi della realtà e nelle possibilità di adeguati comportamenti di risposta.

Ecco che l’affermazione dell’autore secondo cui “siamo più ignoranti pur non essendo più ignoranti” è inesatta. L’assioma più corretto sarebbe: “abbiamo più fonti di informazione e tale abbondanza può diventare anche una difficoltà, non solo una risorsa“. Di pende dalle condizioni di offerta delle informazioni, oltre che dalle condizioni della persona ricevente, tanto cognitive quanto sociali.

Un altro problema che si manifesta nell’articolo è la confusione semantica intorno al termine “informazione”. Esistono due accezioni che  – purtroppo –  vengono scambiate con leggerezza. La prima è quella dell’informazione nella sua forma elementare (dov’è la farmacia più vicina o che orario di apertura ha l’officina di fiducia). La seconda è quella dell’Informazione come prodotto del giornalismo (l’ultima legge sulle tasse comunali o l’efferato fatto di cronaca nera). I due mondi semantici sono solo parzialmente sovrapponibili. Confonderli è facile ma fuorviante. Questa differenza funzionale tra i due tipi di informazione determina la differenza tra due comportamenti, ovvero tra “ottenere” informazioni e “usare” le informazioni: il primo può essere passivo, il secondo è inevitabilmente attivo, quindi elaborativo. Teorizzare un’ignoranza informativa e un’ignoranza elaborativa implica, nel secondo caso, una mancanza di conoscenza/consapevolezza dei modi per comprendere le implicazioni dell’informazione. Dato che l’autore del saggio cita, ad esempio dell’ignoranza elaborativa, il caso delle notizie-bufala, useremo il termina “informazione” nella sua accezione giornalistica.

Far discendere la nascita di un’ignoranza elaborativa dalla correlazione tra l’eccesso di offerta e la riduzione del tempo a disposizione per discernerle, appare azzardato. Non abbiamo dati sull’assenza di questa condizione in tempi passati e possiamo dedurre solo un’accentuazione dovuta alla progressione mediatica dell’offerta informativa che è cominciata nel secolo scorso. Nel corso dello sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa nel Novecento, le persone hanno avuto modo di cimentarsi progressivamente con le dilatazioni della propria “infosfera”. Prima con i giornali, poi con radio e televisione, per finire col web, le fonti di informazione (in entrambe le accezioni) si sono moltiplicate e la nostra mente ha dovuto fronteggiare ma nuova condizione. Due sono state le strategie adottate: la prima cognitiva e la seconda culturale. Quella cognitiva consiste nelle scorciatoie ( e nelle debolezze) del pensiero euristico. Quella culturale è insita nella delega sociale ai giornalisti che genera il senso di affidabilità delle interpretazioni delle informazioni offerte da questi.

Successivamente, nell’articolo viene stigmatizzato il fenomeno secondo cui le persone considerano l’opinione dei “pari” equivalente a quella degli “esperti”. Immagino che con questo ultimo termine si intenda tanto quella di persone competenti i campi specifici (il geologo o l’avvocato), quanto quella dei professionisti della comunicazione (soprattutto giornalisti). Come è noto a chi studia gli effetti della comunicazione di massa, quando diminuisce la percezione di affidabilità negli organi di informazione, aumenta il ricorso (e l’autorevolezza) dell’opinione dei pari. Ciò vale per la creazione/diffusione delle informazioni, ma vale anche per l’interpretazione delle stesse. Come notava Annamaria Testa, “L’informazione sul mondo appare scompaginata, anche perché oggi pochi dei mass media che trasmettono informazione si preoccupano di impaginare le notizie (…) e parlando di impaginare intendo proprio il lavoro materiale del selezionare e del disporre ordinatamente (…) insomma, dell’attribuire a ciascun testo un rilievo, una posizione e un contesto“. Sostanzialmente, il declino dell’affidabilità è frutto anche della loro elusione della costruzione della cornice interpretative delle informazioni e delle notizie.

Per concludere, il concetto di “ignoranza elaborativa” segnala un fenomeno reale ma viene male espresso. L’esplosione dell’offerta informativa e l’erosione della percezione dell’affidabilità sono i due fenomeni che pongono il cittadino di fronte alla necessità di discernere autonomamente tra le informazioni offerte dal web, oltre che da quelle che continuano a fluire dagli “old media”. Il fenomeno della credulità alle bufale, che dovrebbe essere la prova provata di questo “stress da eccesso di offerta”, evidenzia l’amplificazione fatta dall’informazione digitale di una dinamica che esiste da sempre. La reazione auspicabile dei cittadini di fronte a questa situazione è quella della ricostruzione di una rete di “fonti affidabili” che, ovviamente, non può più essere costituita dai soli giornalisti.

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L’APPARENTE DEMOCRAZIA DEL WEBFORUM

Un forum o un blog con migliaia di commenti che si accalcano a ripetizione equivale all’assenza di commenti, dando l’illusione di interazione che corrisponde alla logica di presentare una massa di lettori solo teoricamente attiva ma dove l’opinione di ognuno serve solo ad accrescere il numero di contatti. Se il numero di commenti è troppo alto diviene spersonalizzante (…) accade in blog di personaggi pubblici come Beppe Grillo. Il numero dei commenti è così alto da renderli illeggibili. Il dibattito non ha alcun filo logico e la quantità attesta solo il successo di un sito e una generica ammirazione per l’autore (Gennaro Carotenuto; “Il giornalismo partecipativo”; Nuovi mondi, 2009)

La Rete è il grande evento di questo inizio di millennio. Dove c’è, la si vorrebbe più forte; dove non c’è, la si vorrebbe e basta. Si è sviluppata in modo esplosivo e – come prevedibile – ha generato anche degli stereotipi e delle false convinzioni. Uno di questi è che sia il luogo per eccellenza dell’esercizio democratico. Il problema è che internet, come tutti i manufatti umani, assume valenze positive in virtù delle intenzioni di chi la usa.
Una delle difficoltà, per esempio, è quella di espressione per chi non ha comportamenti “adeguati, ovvero conformi ai dominanti”. L’esempio del blog di Grillo è calzante ed ho avuto modo di farne un esperienza diretta.
Il commento ad un post avrebbe il compito di approfondire gli argomenti posti dall’autore, offrendo una serie di riflessioni che esprimano i vari punti di vista. Tanto più sono vari i punti di vista espressi nella discussione sotto un post, tanto maggiore sarà la possibilità di aiutare la comprensione del problema ai lettori. Però… c’è un ”però”. L’accettazione della critica e del dissenso non è alla portata di coloro che hanno una personalità “debole” che non regge l’idea di poter avere torto, l’idea che qualcuno “scopra” l’errore.
Tempo fa provai a mettere un commento nel blog di Beppe Grillo di messa in dubbio di un’affermazione del blogger genovese (non arrivai neanche ad un’opposizione dichiarata) ed il mio commento fu oggetto di invettive, dileggio e di un coro unanime censura sui dubbi da me espressi. La sensazione che ebbi nel constatare che non vi fu una sola voce che difendesse la mia posizione dubbiosa, in quanto legittima espressione della libertà di espressione, fu molto sconfortante: soprattutto perché avvenne nella prassi del silenzio-assenso del blogger. Risultato: capii che quel blog non era un “luogo” che accoglieva idee ma solo consensi al Capo come atti di fede. Naturalmente, non ho postato più commenti. Nel tempo, ho scoperto altre persone che avevano fatto la mia stessa esperienza e con gli stessi esiti.
La libertà di espressione è un segno di forza, che sia di una nazione, di un piccolo gruppo di persone o di una singola persona. La conquista e il mantenimento di questa opportunità consente l’emersione di tante idee che possono costituire il giacimento da cui trarre le soluzioni nelle situazioni di crisi. Il brainstorming funziona così.
Ma, come afferma Carotenuto, è anche la forma stessa del blog che rende inarrivabile l’idea. Inserire una proposta nella fiumana di commenti ad un post di blog molto seguito è come dire qualcosa ad alta voce in una piazza gremita. Lo abbiamo scritto, ma rimane lì. Come pure l’informazione presente nel Web, data l’enorme offerta, si perde in mille rivoli, concordi e contrastanti, pertinenti e fuorvianti. Chi cerca informazioni si trova di fronte il dilemma di sempre: è l’autorevolezza di chi ci offre un’informazione, la fiducia che abbiamo in esso, che determina il nostro grado di conoscenza e, quindi, di potenzialità democratica.
Non è tutto oro quello che luccica, dunque.

dipespersione del commento
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