SOFISTICATI COMUNICATORI O TELEVISIONARI CINICI? IL CASO DE “LE IENE”

dal sito (chiuso) psicologiadellaudiovisivo.it ripropongo questo articolo del 2008

Gli autori televisivi sono sempre alla ricerca dei territori di confine in cui sperimentare le ibridazioni di genere. Un caso eclatante sono i tg satirici come Striscia la notizia, ma anche programmi come Le Iene. Questi sono un tipico esempio di ibridazione deliberatamente a doppio fondo: se da un lato gli autori o i giornalisti si accreditano come “difensori dei cittadini”, dall’altra realizzano prodotti eticamente spregiudicati che denotano uno scarso rispetto del pubblico. Ma veniamo al caso esemplare de Le Iene.
Nella puntata del 14 marzo 2008 il programma di culto “Le Iene” ha proposto uno dei tanti servizi che hanno costruito la sua identità e la sua fortuna. Il servizio in questione aveva come argomento il caso di alcuni ristoratori italiani a Berlino che sono stati oggetto di un ’ azione malavitosa. Nella fattispecie, un paio di personaggi provenienti dalla Campania hanno cominciato a chiedere il “pizzo” .

I ristoratori non si sono fatti impressionare e, dopo essersi contattati vicendevolmente, hanno deciso di denunciare il tutto alla polizia tedesca. Questa ha avviato delle indagini e, dopo anche qualche atto intimidatorio dei malviventi, li hanno arrestati in flagranza di reato. In una visione giornalistica la notizia è significativa ma non eclatante: persone fuggite da un contesto di diffusa illegalità vanno ad impiantare la propria attività commerciale in un paese dove la legalità è strutturata tanto nei singoli quanto nella società. Nulla di più comprensibile. La particolarità donata dagli autori de “Le Iene” a questo servizio è la dimensione morale. Il servizio viene preceduto da un flashback in cui viene ricordato agli spettatori un precedente servizio in cui un commerciante napoletano denunciò i propri estortori (si immagina proprio attraverso la trasmissione) e da allora vive sotto scorta.
Questi, nella sua ruvida apparizione, invita gli altri napoletani a non piegarsi al pizzo perché, unendosi nella denuncia e non essendo più soli, la camorra non potrà colpire tutti e (guardando con rabbia dritto in camera) dice testualmente: “li rimandiamo tutti a casa!” . Analizziamo i messaggi inviati. Il primo è che pagare il pizzo è sbagliato e che diventa un eroe chi si rifiuta di pagare. Il secondo è che la trasmissione “Le Iene” sposa questa impostazione morale. Poi viene fatto il parallelo con i ristoratori italiani a Berlino, sottolineando come viene confermata la tesi che “ribellarsi, paga” .

Apparentemente tutta l’operazione è di alti contenuti sociali ed etici. Il problema nasce dalla struttura sintattica stessa della trasmissione. Più esattamente dalla sintassi emotiva. Gli autori del programma lavorano sulle risonanze emotive. Il primo passo è di aggredire lo spettatore andando a stimolare il senso di colpa derivante da una presunta inazione: la presentazione dell’uomo sotto scorta tende a far sentire colpevoli di stare comodamente nella poltrona mentre un uomo rischia la vita. La tensione generata allo start della sequenza viene mantenuta per tutta la durata del servizio di Berlino: è come se gli autori continuassero a dire in modo incalzante allo spettatore “Vedi? Vedi?! Vedi!!” . A questo punto nasce l’effetto perverso del programma di Italia Uno. Proprio alla fine del servizio viene riproposta la medesima scena del commerciante napoletano sotto scorta che ripete la stessa frase a muso duro alla telecamera (quindi in faccia agli spettatori): “li rimandiamo a casa!” . Immediatamente, senza alcuna soluzione di continuità, senza neanche una sigletta o un commento, parte una telepromozione dai toni ameni. Lo sconcerto in chi guarda ha la consistenza metaforica di un ceffone. È come se gli autori, dopo averti oppresso emotivamente, ti gridassero di colpo: “Pirla, ci hai creduto!” .

Che tipo di effetti collaterali può avere questi tipo di gestione disinvolta degli autori di “Le Iene” ? Sicuramente il pubblico avverte che chi fa televisione gioca con le emozioni di chi guarda. Nel caso in particolare, esso può rendersi conto che quelli de “Le Iene” , prima cercano di accreditarsi come agenti autorevoli per una leadership morale ed etica, poi maltrattano il senso di fiducia che avevano generato. La fiducia è un atto di donazione del Sé ed il tradimento di essa è un atto violento che infligge dolore. L’inevitabile reazione dello spettatore è di chiusura. Viene alzato il livello di soglia oltre cui è di sposto di nuovo a farsi coinvolgere, per cui la sua sensibilità ne viene intaccata. Parallelamente, viene emotivamente connotata come “ambigua” quella televisione che cerca di accattivarsi lo spettatore, ovvero quella che cerca di apparire “credibile a tutti i costi” (per poi tradire la tua fiducia per sciocchi motivi di marketing). Il risultato finale è che chi ha visto quel servizio all’interno del programma televisivo de “Le Iene” ha buone probabilità di diventare più cinico e di appesantire i propri comportamenti prosociali. Esattamente l’opposto delle “apparenti intenzioni” degli autori del programma.
Ad avvalorare questo uso deliberato della dimensione emotiva c’è il cambio di registro compiuto dalle testate giornalistiche televisive negli ultimi venti anni. La missione del giornalista televisivo è lentamente scivolata dalla sfera razionale a quella emozionale.

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