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L’INGANNO DEI NUMERI

Una delle prassi più usate nel giornalismo italiano è quella di far parlare i numeri. Sparare cifre di ricerche e indagini fa molto chic e, soprattutto, permette di scaricare su entità terze le affermazioni implicite che sempre sono contenute in un articolo. Il pezzo dell’Ansa che porto ad esempio cita un’indagine statistica dell’Eures (European Employment Services) sulla violenza sulle donne. Dunque, tradotto nella abituale sloganistica giornalistica sul femminicidio (cit. uccisione della donna proprio in quanto donna. Fonte: treccani.it) ecco il titolo che viene sparato: “Violenza sulle donne: una vittima ogni due giorni”. Quindi, dal titolo si evincerebbe una triste conferma. Il lettore distratto si ferma lì. Se è donna penserà “quanti uomini bastardi!” e se è un uomo penserà “Ma che deficienti!”.
Lo stereotipo, dunque, è confermato. Chi, invece, continua a leggere l’articolo si accorge di un’anomalìa. Riportiamo un po’ di dati, ma facciamo attenzione. Quando si ricorre ai numeri per descrivere un fenomeno, ogni numero è legato agli altri, per cui chi argomenta sui numeri ha diritto a sbagliare.
Nel 2013 sono state uccise 179 donne e, rispetto alle 157 del 2012, c’è stato un aumento del 14%. Prima conclusione indotta: “gli uomini sono più bastardi dello scorso anno”. Ora arriva la delega di responsabilità. Cito testualmente: “A rilevarlo è l’Eures nel secondo rapporto sul femminicidio in Italia, che elenca le statistiche degli omicidi volontari in cui le vittime sono donne”. Si comprende, senza alcun dubbio, che si sta parlando di omicidi volontari di donne in quanto donne. Proseguiamo.
Gli omicidi di donne in ambito familiare aumentano del 16,2%, passando da 105 a 122. Qui cominciano le dolenti note perché “rientrano nel computo anche le donne uccise dalla criminalità, 28 lo scorso anno: in particolare si tratta di omicidi a seguito di rapina, delle quali sono vittime soprattutto donne anziane”. Alt! Siamo andati fuori definizione. Appare evidente che sono state accorpate al dato generale anche le donne che sono state uccise accidentalmente (es. nella rapina la morte è accidentale, non intenzionale). Inutile proseguire. Chi ha un minimo di nozioni di statistica ha già capito che i dati presentati dall’articolista non sono affidabili.
Non basta. L’articolista riporta virgolettata una dichiarazione contenuta nel rapporto Eures: “consolidando – sottolinea il dossier – un processo di femminilizzazione nella vittimologia dell’omicidio particolarmente accelerato negli ultimi 25 anni, considerando che le donne rappresentavano nel 1990 appena l’11,1% delle vittime totali”. Il dato in sé non è commentabile perché sarebbe significativo se le condizioni delle donne, dal 1990 ad oggi, fossero rimaste immutate. In realtà le donne sono uscite enormemente dalle mura familiari, lavorando e girando per strada molto di più: quindi possiamo ragionevolmente supporre che anche, scippi, incidenti, infortuni possano essere aumentati. Sono dati, quindi, non comparabili. Ma il tono della frase tradisce la tesi di fondo dell’articolo, ben specificata nel titolo.
Questo tipo di giornalismo non aiuta a capire e consolida gli stereotipi, incentivando la crescita di opposti schieramenti che poco aiutano alla comprensione delle vite degli altri.

http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2014/11/19/femminicidi-ogni-due-giorni-viene-uccisa-una-donna_cc33c7e8-81c2-46fa-b1d6-f577eedfb727.html

Violenza sulle donne- una vittima ogni due giorni - Cronaca - ANSA.it 2014-11-19 15-12-54b

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UNO STUDIO SULLA PUBBLICITA’ TELEVISIVA – Dai tagli nel montaggio all’ansia

dal sito (chiuso) psicologiadellaudiovisivo.it ripropongo questo articolo del 2007 a firma Stefano Paolillo e Lucilla Bartocci

L’intervista a Rosa Moi è stata preceduta da due avvenimenti. I primo è stato il racconto informale da parte della stessa della vita con i “ragazzi” della cooperativa; il secondo è stato il nostro desiderio di andare più a fondo sugli effetti collaterali della pubblicità televisiva. Gli effetti che Rosa Moi raccontava dei suoi pazienti ci generava la sensazione che gli spot fossero diventati esageratamente frenetici, soprattutto per alcuni tipi di personalità. Abbiamo così ideato lo studio che proponiamo.

L’assunto iniziale è stato che la successione dei tagli nel montaggio degli spot fosse diventato troppo rapido. Il “troppo” andava meglio definito, per cui abbiamo dovuto trovare un termine di confronto. Lo abbiamo cercato negli altri manufatti audiovisivi che, contenporaneamente, vengono proposti insieme agli spot. I programmi, quindi, ma anche i telegiornali o i film . La nostra intenzione “dare un’occhiata”: una sorta di ampia e curiosa esplorazione.

Il primo problema che abbiamo affrontato è stato quello di definire il campione su cui compiere l’osservazione. L’intero universo degli spot pubblicitario sarebbe diventato un lavoro mastodontico. Ci siamo accontentati di seguire l’onda del “massimo flusso” delle persone e abbiamo scelto di vedere ciò che vede il pubblico delle reti generaliste. Anche così il numero di spot rimaneva consistente quindi, per poter avere un panorama abbastanza vario, abbiamo scelto di rilevare gli spot in un periodo ampio (tre mesi) in cui registrare con metodo random. Infine, il nostro campione si è composto di 263 spot, di vario taglio e di varie tipologie di prodotto.

Qualche parola va spesa per illustrare i criteri che ci hanno guidati alla realizzazione delle categorie per “generi di prodotto” in cui raggruppare gli spot . La prima considerazione è che, usando il metodo random per la rilevazione, non avremmo avuto l’intero panorama dei prodotti pubblicizzati: le categorie sarebbero, dunque, state realizzate sugli spot effettivamente registrati. Abbiamo definito, poi, delle categorie di prodotto con criteri di ragguppamento che ci mettessero dalla parte di chi vede gli spot, ovvero le persone che dovrebbero usare i prodotti pubblicizzati. Per cui nella categoria “alimentazione” sono finiti sia i cibi sia le bevande; nella categoria “tecnologia per lo spostamento” sono stati aggregati tanto le valigie quanto le automobili. Ne sono nate delle metacategorie che, di fatto, ne raggruppavano altre: prodotti chimici, prodotti tecnologici, servizi, più altre semplici come alimentari, commercio e strutture di vendita, editoria di informazione e di intrattenimento. In quest’ultima sono confluiti sia giornali e libri, sia i prodotti televisivi. Per i dati in dettagli si può consultare l’appendice a fondo pagina.

Al momento di trarre le conclusioni della nostra osservazione è apparso evidente che la nostra impressione iniziale era ampiamente confermata. La frequenza con cui si susseguono i tagli negli spot esaminati è decisamente superiore agli altri programmi . Abbiamo pensato di ipotizzare alcuni possibili effetti di questa frenesia.

La considerazione teorica che ci ha guidati è che “ la televisione, soprattutto quando le sequenze sono rapide, provoca successioni di Reazioni di Orientamento senza lasciare il tempo per la chiusura, ossia per delle risposte motorie, verbali o cognitive che consentano di integrare le informazioni su base cosciente, di farne una decodifica ” [Oliverio Ferraris, 2004].

Dunque, un’effetto c’è. La letteratura psicologica sugli effetti della Risposta di Orientamento è sterminata. Noi abbiamo rintracciato alcuni elementi che sostenevano l’assunto che questi ritmi degli spot potessero avere degli effetti non immediatamente visibili.

Il primo è sul fenomeno della non-attenzione . Nella visione della televisione si instaura uno stato particolare di Non Attenzione. La persona, attraverso un continuo spostamento dello sguardo che riduce al minimo i tempi di fissazione, ha un effetto di non attenzione che è assimilabile al comportamento di fuga . Tale comportamento è una delle possibili risposte che seguono l’ansia e l’allarme. Si esprime in questo modo un elevato livello di Reazione di Orientamento (allarme) con un bassissimo livello di attenzione. Una “occhiata” è uno sguardo rapido che si caratterizza per una fissazione temporanea dell’oggetto seguita da un rapido e brusco spostamento dello sguardo dall’oggetto osservato. In queste condizioni il soggetto si sente in allarme, il sistema nervoso viene eccitato e pronto alla fuga senza che egli ne sappia il motivo, poiché non c’è un’attenzione efficace [Ruggieri, 1987]

Intorno alla fruizione televisiva, quindi, esistono delle condizioni che possono indurre ansia nelle persone, anche se non c’è violenza. Che tipo di effetto può avere e come può influire nella vita delle persone? Ci soccorre ancora la letteratura in tal senso che ci suggerisce che la persistenza di uno stato d’ansia può scaturire in una condizione di disagio o, addirittura, di malessere. La Reazione di Orientamento , se mantenuta attiva per un tempo prolungato, infatti, ricrea una situazione di immobilizzazione tipica dello stadio che precede l’attacco/fuga in caso di minaccia. “ Tutti i muscoli finiscono col trovarsi in uno stato di contrazione isometrica (…) essa provoca un elevato consumo di ossigeno a livello cellulare del tessuto muscolare e soggettivamente una percezione di “tensione” (che diventa anche tensione psichica)” [Ruggieri, 1988]. Ma se non riusciamo ad elaborare questa esperienza, perché lo spot non ci lascia il tempo di “chiudere” la nostra esperienza, allora è molto probabile che questa sensazione di malessere non venga neanche a coscienza : attribuiremo il nostro indistinto malessere ad un a cattiva digestione o al fidanzato che non chiama.

Gli effetti appena esposti sono deliberatamente cercati dai pubblicitari o sono un effetto parassita? Per provare qualche traccia abbiamo letto i risultati ottenuti dalle frequenze di taglio dei nostri spot con le considerazioni appena esposte. La considerazione iniziale, lapalissiana, è che il primo risultato che uno spot pubblicitario deve ottenere è quello di essere visto, per cui mira a catturare l’attenzione . Il montaggio filmico è uno degli elementi principali di questa intenzione e la frequenza con cui si succedono le varie inquadrature può essere uno dei metodi. Questa frenesia filmica potrebbe anche essere indotta dalla necessità di riuscire a compiere una narrazione completa in pochi secondi ma, usando una metafora, la sintesi dei versi poetici non viene dalla quantità di parole messe in un singolo verso ma dalla capacità evocativa del minor numero di parole. Possiamo ipotizzare che la tecnica del montaggio serrato punti proprio a tenere alta la risposta d’ansia: una specie di strada breve verso l’attenzione dello spettatore. Se questa tecnica viene usata deliberatamente allora ne avremmo dovuto trovare traccia nelle tipologie di spot e, quindi, il ritmo dei tagli dovrebbe variare in virtù del pubblico di riferimento (target). In effetti abbiamo trovato che esiste una tendenza ad accelerare o rallentare il ritmo a secondo del tipo di spot. La media degli spot dei prodotti alimentari e dei prodotti tecnologici per lo spostamento è superiore alla media del campione. Ma il ritmo sale vertiginosamente per i prodotti tecnologici per la ricreazione: nel nostro campione questi prodotti erano tutti destinati ai bambini. Possiamo pensare, quindi, che quando si prova a indurre all’acquisto dei bambini (magari spingendoli al nag factor , alla richiesta insistente e lamentosa) i pubblicitari puntino proprio sulla minore capacità dei bambini di elaborare l’esperienza della visione di uno spot così frenetico. Ardita conclusione, ma neanche troppo se pensiamo che “ per riuscire a vendere, gli esperti in marketing si avvalgono di tecniche raffinate. Essi non cercano di convincere con argomenti o ragionamenti, ma di aprire una falla nello spirito del detinatario per insinuarvi un’opinione o provocare un comportamento senza che costui si renda conto del tipo di intervento che si sta facendo su di lui ” [Oliverio Ferraris, 2004].

Tutti i dati raccolti e tutte le considerazioni fatte ci inducono a continuare ad esplorare le forme degli audiovisivi, nel tentativo di coglierne aspetti non evidenti o indici di trasformazioni. Ne daremo ancora notizia in queste pagine.

Bibliografia
– Oliverio Ferraris, A.; “TV per un figlio”; Bari 2004; Editori Laterza
– Ruggieri, V.; “Semeiotica dei processi psicofisiologici e psicosomatici”; Roma, 1987; Il Pensiero Scientifico
– Ruggieri, V.; “Mente corpo malattia”; Roma, 1988; Il Pensiero Scientifico

DATI RIASSUNTIVI

Il campione è composto da 263 spot, registrati dall’agosto all’ottobre 2005

Definizione del “taglio”
Il montaggio filmico è fatto di vari elementi. Tra questi il taglio (cut) è quello che obbliga lo spettatore ad una operazione di ricerca di nesso tra l’immagine precedente e quella successiva . Nella grammatica cinematografica questi elementi servono per “selezionare, mettere in evidenza gli elementi significanti, quelli che lo spettatore deve individuare”
[Rondolino – Tomasi, “Manuale del film”, 1995, UTET]

UN’INDAGINE SUL CONSUMO DI AUDIOVISIVI DEI PREADOLESCENTI

dal sito (chiuso) psicologiadellaudiovisivo.it ripropongo questo articolo del 2007 a firma Stefano Paolillo e Lucilla Bartocci

Premessa

Premessa dovuta a tutta l’indagine è la definizione di “audiovisivo” che sottende a tutta la ricerca. Secondo noi è audiovisivo tutto ciò che, attraverso i canali audio e video, propone informazioni e costrutti. Per cui l’indagine ha provato, in modo stringato, a indagare tanto la cinematografia, nelle sue varie declinazioni di fruizione, quanto la televisione, quanto i videogioco, l’ultima forma di audiovisivo di massa.

Perché nasce l’indagine

Le ricerche e le indagini sul consumo di televisione hanno dato più volte, nel corso degli ultimi anni, varie indicazioni sul rapporto di giovani e bambini con l’elettrodomestico preferito. Progressivamente, però, si è intuito che il consumo stava modificandosi, ampliandosi verso altre tecnologie. Naturalmente, i primi a scorgere (o ad incentivare) questi consumi sono stati i pubblicitari.

E’ nata la curiosità di chiedere ai ragazzi stessi cosa preferissero consumare, allargando l’area di indagine a film e videogiochi. I film tendono ormai a sostituire quasi del tutto la narrazione orale della prima metà del secolo scorso e, a loro volta, si sono differenziati per molteplici aspetti: per genere, per storia, per modo di fruizione. Dall’horror al comico, dalle storie semplici a quelle complesse, dalla sala cinematografica al dvd di casa, mille sono diventati i modi di vedere e sentire una storia. L’onnipresente televisione, che tanto ha preoccupato negli ultimi venti anni educatori e genitori, non è più l’unica minaccia percepita. Incalza internet, con tutto il panorama di videoclip che si possono vedere e scaricare. Ma prima ancora abbiamo avuto la grande esplosione dei videogiochi che tra ‘picchiaduro’ e ‘sparatutto’, tra politicamente scorretti e pacchianamente propagandistici, ha scatenato gli allarmi che sono stati immediatamente riverberati dai media.

La nostra indagine ha provato a fare luce sulla percezione che hanno i nostri ragazzi, i preadolescenti, di questi mondi dell’audiovisivo. Il campo è inevitabilmente vasto e non abbiamo potuto interrogarli su tutti gli aspetti. Abbiamo, però, aperto e integrato le domande di un questionario sui tre mondi principali del consumo audiovisivo: cinema, televisione e videogiochi. In tutti e tre queste campi, l’industria ha puntato molto sui ragazzi come veicolo di consumo e le innumerevoli campagne pubblicitarie stanno a testimoniarlo.

Perché il questionario

In un’indagine come la nostra, sarebbe stato ideale realizzare centinaia di interviste, perché questa tecnica di indagine è quella che consente di fotografare con il massimo dettaglio un comportamento e la relativa percezione di sé. Sarebbe stato necessario un dispiego di mezzi notevole se si fosse voluto conservare un certo “effetto istantanea”. Il questionario, pur con gli evidenti limiti di precisione, consente di raccogliere le dichiarazioni dei ragazzi in un ristretto lasso di tempo. Inoltre, abbiamo rinunciato alla massima libertà nelle risposte, adottando nella quasi totalità risposte “chiuse”, così da ottenere degli esiti confrontabili. Un’eccessiva libertà avrebbe affidato al ricercatore il compito di “tradurre” molte risposte, esponendoci comunque al rischio di diventare un filtro involontario alle loro risposte.

La nostra indagine ha le caratteristiche della “indagine campionaria” [Ercolani-Areni-Mannetti, 1990], ovvero di quelle indagini che mirano alla generalizzabilità dei risultati. La formazione del nostro campione è stata fatta provando a neutralizzare la “limitazione” e la “instabilità” del campione stesso. La randomizzazione nella scelta dei soggetti ha favorito la “validità di contenuto”. Il questionario rientra nell’ambito dei “resoconti soggettivi”, cioè basati sulla testimonianza del soggetto-attore tesa ad osservare e registrare il comportamento. La modalità di raccolta dei dati che abbiamo adottato è stata volta ad affievolire l’effetto “cavia” (il soggetto, sentendosi sotto osservazione, può inconsapevolmente assumere un ruolo, può cambiare comportamento).

Il campione

Sono stati raccolti 849 questionari distribuiti nelle scuole medie inferiori sparse in regioni italiane di tutte e tre le macroaree (Nord-Centro-Sud): esattamente della Lombardia, del Veneto, dell’Emilia-Romagna, dell’Abbruzzo, del Lazio, della Calabria, della Sicilia. L’età dei partecipanti varia tra 12 e 15 anni, maschi e femmine.

I costrutti osservati

Il nostro scopo è stato di avere delle indicazioni sulla percezione del consumo di audiovisivi da parte dei preadolescenti, per cui abbiamo fatto domande sul cinema e sui film, sulla televisione e sui videogiochi. Le domande, però, sono state organizzate anche in modo da dare forma ad altre dimensioni, ovvero il consumo quantitativo, le modalità di consumo, l’esperienza soggettiva e di gusto, le modalità relazionali e di controllo.

Data la ristrettezza della fascia d’età in cui si è andati a indagare, non è stata presa in considerazione le età dei soggetti. É stata presa in considerazione, invece, la differenza di genere, ovvero le differenze nelle risposte tra maschi e femmine.

Infine, non siamo partiti da un’ipotesi da verificare.

Il questionario è stato redatto in forma anonima e veniva chiesto ai ragazzi di specificare solo il sesso e l’anno di nascita.

Va segnalato che, al momento di illustrare le procedure di raccolta dei dati, siamo incappati in un’anomalia del sistema scolastico italiano. Abbiamo deciso di intervistare i ragazzi delle scuole medie perché avremmo potuto avere tanti soggetti con caratteristiche omogenee nello stesso luogo e nello stesso momento. Quando, però, abbiamo inoltrato per via ufficiale alle scuole medie la nostra richiesta di poter somministrare i questionari, non abbiamo mai ottenuto alcuna risposta: tanto positiva, quanto negativa. Abbiamo dovuto prendere atto che eravamo in Italia e che nel nostro paese si procede in modo meno “lineare”. Siamo approdati, così, nelle scuole in cui potevamo avere un “contatto” che facesse da tramite e da referenza alla nostra richiesta. Nonostante tutto siamo riusciti a distribuire geograficamente il campione per sorreggere la validità statistica dello stesso.

La compilazione è stata fatta sempre in classe e alla presenza dei docenti. La presenza dei ricercatori non è stata costante perché dipendente dalle richieste dei dirigenti scolastici: alcuni dirigenti non hanno voluto la presenza dei ricercatori ed hanno preferito gestire la distribuzione e la raccolta dei questionari in modo autonomo.

Nonostante la forma chiusa delle risposte, molti ragazzi hanno interpretato il questionario. E’ stata data loro la possibilità di risposte multiple, come anche quella di non rispondere. Nelle domande in cui si chiedeva di esprimere il film o il programma tv preferito, nel caso in cui fossero stati scritti più di un titolo, abbiamo preso in considerazione solo il primo in ordine di elencazione.

La risposta che ha generato più evasione è stata quella sulla quantità di ore passate ai videogiochi. Ciò può essere dipeso dal fatto che molte femmine hanno scelto di non rispondere perché non giocano con i videogiochi. Ciò vale anche per l’item 13.

Altra risposta con un’evasione significativa è stata la provocatoria domanda 15, ovvero sul comportamento dei genitori rispetto ai videogiochi. E’ probabile che siano intervenuti dei fattori di censura, interni o esterni, che possono essersi sommati ai fattori già ipotizzati per l’item 11.

ANALISI DEI RISULTATI

Quanto fruiscono degli audiovisivi?

– La massima fascia di consumo di film al cinema (item 1) si attesta su “Non più di 5 all’anno”, mentre è decisamente superiore il consumo di film attraverso il televisore (item 2) con “oltre 20”.

– Il consumo medio di Tv si attesta oltre un’ora (item 6): quasi 4/5 vede più di un’ora di Tv al giorno e 2/5 per più di due ore.

– Il consumo di videogiochi, nelle dichiarazioni dei ragazzi. È di meno in un’ora al giorno per i 3/5 e solo 1/10 per oltre due ore (item 11).

Il consumo di audiovisivi, dunque, è elevato, sia per quanto riguarda la narrazione classica (la storia, il film) sia per quella neotelevisiva (di flusso). Inferiori alle attese le narrazioni videoludiche. Si ipotizza che i modelli acquisiti nel consumo domestico di audiovisivi siano ancora preponderanti. Esiguo è il consumo di audiovisivi in sala cinematografica: probabilmente perché in età preadolescenziale i figli non sono lasciati andare da soli al cinema e i genitori sono poco propensi ad accompagnarli.

Come fruiscono degli audiovisivi?

– Unanime è il consumo domestico delle narrazioni classiche, in tutte le modalità tecnologiche.

– Il telegiornale non è il veicolo esclusivo per avere informazioni dall’esterno. Oltre la metà del campione afferma che il Tg non è l’unico modo di informarsi (item 9).

– Un altro pregiudizio rigettato dai ragazzi è che i videogiochi tendano a farli isolare. Infatti, i 3/4 del campione (item 14) afferma di preferire il videogioco giocato assieme agli amici.

– Nella scelta del vettore di consumo dei videogiochi vede ancora la marcata dicotomia tra consolle (esclusivamente ludica) e il pc (multifunzione). Significativo il numero di ragazzi che preferisce giocare con il cellulare (item 12).

Il consumo di audiovisivi avviene quasi esclusivamente nelle case. La “infosfera” non è dominata dalla Tv e più della metà degli intervistati è attento ad altre fonti di informazione che non sia il Tg. La preferenza espressa nel poter giocare in compagnia i videogiochi può indicare che i videogiochi non necessariamente spingono i ragazzi all’asocialità. Forse, invece, i ragazzi stanno da soli a giocare perché nessuno li mette in condizione di frequentare gli amici, soprattutto perché, al contrario del passato, le case degli altri non sono più aperte alle frequentazioni tra amici.

Come modulano le relazioni gli audiovisivi e quanto generano azioni di controllo?

– La percezione dei ragazzi di una qualche forma di controllo nel proprio consumo televisivo da parte dei genitori (item 8) è consistente, circa i 2/3. Addirittura 1/4 dei ragazzi riconoscono un comportamento attivo attraverso comprensione e dialogo rispetto a ciò che vedono.

– Il dato precedente, però, è contraddetto con quello in cui quasi 2/3 degli intervistati denuncia una sostanziale assenza di controllo nella scelta dei prodotti offerti dalla Tv (item 5): o perché affermano di essere soli davanti al televisore, o perché hanno un loro televisore.

– L’assenza dei genitori è ancora più marcata quando quasi i 2/3 dei ragazzi percepiscono l’assenza o la lontananza dei genitori rispetto al consumo di videogiochi (item 15). Genitori che non badano a quali videogiochi giocano, a cui non interessa ciò che giocano purché stiano tranquilli, o che non capiscono neanche quello che giocano

Tanto più i genitori si allontanano da un proprio consumo, tanto meno controllano i figli. La percezione di essere soli nella propria fruizione è minore, apparentemente, con la Tv, su cui una minoranza dei genitori prova ad intervenire: ma questo tentativo viene inficiato dalla preziosa funzione di baby-sitter della Tv. Così i ragazzi vengono lasciati soli davanti alla Tv o, addirittura, dotati di un proprio televisore. Appena ci si allontana dai consumi degli adulti, come avviene con i videogiochi, ecco che le forme di controllo crollano.

Quali sono le esperienze soggettive e di gusto nel consumo di audiovisivi?

– I film preferiti sono quelli che parlano dei ragazzi stessi (“Tre metri sopra il cielo” e “High School Musical”), quelli fantastici (“Pirati dei Carabi”,“Harry Potter o “Il Signore degli Anelli”), quelli comici (la serie dei vari “Natale a…” o “Scary Movie”). Per usare le categorie classiche della critica cinematografica: i drammatici, i fantasy e le commedie (item 4).

– I programmi Tv preferiti sono i cartoni animati (“Dragon Ball” o “I Simpson”), le serie Tv italiane e straniere (“I Cesaroni”, “Paso Adelante”, “Dr. House”). Una posizione rilevante ha un programma di genere ambiguo (definibile infotainment moralistico) come “Striscia la notizia”. Il consumo per generi televisivi vede la predominanza dei serial Tv, seguiti dai cartoni animati: sono entrambi nel novero delle narrazioni classiche. Solo dopo seguono due forme di narrazioni televisive come i quiz e i talk show (item 7).

– Spicca il dato che vede, tra i programmi preferiti, i prodotti di Italia 1 e Canale 5 (Mediaset) che, insieme, totalizzano l’87% del totale delle preferenze (Italia 1, da sola, ha il 50% del gradimento): nella classifica dei primi 12 prodotti televisivi non c’è un solo programma della RAI. Questi primi 12, da soli, assommano il 63% delle preferenze (item 7).

– Il videogioco è confermato come un prodotto di punta del gradimento preadolescenziale con l’83% che dichiara di gradirli. I tipi di videogioco sono equamente distribuiti tra i vari psicogeneri identificati nelle risposte (item 13)

I consumi di prodotti filmici o televisivi rispecchia lo stadio di sviluppo dei preadolescenti che oscilla tra affiliazione/identificazione e voglia di fantastico. Le influenze più forti, operate attraverso i modelli di comportamento contenuti nei prodotti, sono quelle della cultura giapponese (con i cartoni animati), quelli propri della cultura statunitense dominata dalla competizione (tra serial Tv e cartoni). Ma su tutto prevale la dimensione commerciale che spinge i ragazzi verso una posizione di “consumatori” (un programma Mediaset è, per definizione, un contenitore di pubblicità).

Quali sono le differenze tra femmine e maschi rispetto agli audiovisivi?

– Le femmine sono più portate a vedere i genitori come vigili e partecipanti rispetto al consumo di Tv: i maschi meno.

– Le femmine ricorrono maggiormente a fonti di informazione alternative al Tg.

– Le femmine preferiscono film come “Tre metri sopra il cielo” o “High School Musical”, mentre i maschi optano per i vari “Fast and furious”. In prevalenza dei maschi la preferenza per film come “Scary Movie”, la serie dei vari “Natale a…”, la serie dei Pirati dei Carabi”, “la serie degli “Harry Potter” o de “Il Signore degli Anelli”.

– Similmente ai film, le femmine prediligono prodotti Tv come “Amici”, “Paso Adelante” “e i maschi “Dragon Ball” o “I Simpson”. Terreno comune “Striscia la notizia”, “I Cesaroni”, “Dr. House” e “Paperissima”.

– Se i maschi hanno un gradimento assoluto per i videogiochi, le femmine hanno comunque un 70% di gradimento, anche se passano meno tempo a giocare con i videogiochi.

– I maschi preferiscono la consolle, le femmine il pc e il cellulare.

– Le femmine preferiscono i videogiochi in cui prevale la riflessione e la costruzione: i maschi quelli in cui si spara o si arriva primo.

– Sono le femmine a preferire di giocare da sole.