Archivi categoria: Psicologia in generale

L’ESPERIENZA DELLA “KLIMT EXPERIENCE”

Qualche giorno fa sono andato ad immergermi nella “Klimt experience”, ovvero la mostra multimediale sulle opere di Gustav Klimt. Non conoscevo bene la storia dell’artista e poco conoscevo delle sue opere, soprattutto quelle rilanciate sui media. Sapevo quello che mi aspettava perché avevo già visto l’analoga mostra su Van Gogh.

Questo tipo di mostre possono essere viste comeuna sorta di portale che introduce poi i ragazzi verso i musei nella scoperta delle opere originali. Uno strumento di conoscenza al pari di un catalogo o di una trasmissione televisiva. Non bisogna insomma considerare la performance un’alternativa alle opere originali ma solo una loro amplificazione per quel tipo di pubblico ormai abituato a informarsi soprattutto attraverso immagini“. Peccato che la stragrande maggioranza del pubblico volontario (non quelli che ci sono portati di proposito, come possono esserlo le scolaresche) sia adulto, generalmente sopra i 30 anni e la cosa non meraviglia.

Le mostre come il Klimt Experience sono efficaci quando siamo predisposti all’abbandono, ovvero quando arriviamo già con l’intenzione di farci prendere dal racconto sensoriale costruito dal progettista [Nota a margine: il progettista risulta essere un certo “Stefano Fake”]. Il mix di musica e immagini, con queste ultime proiettate su pareti di grandi dimensioni, ha l’intenzione proprio di farci perdere la normale percezione di noi stessi. L’occhio non riesce a vedere tutto contemporaneamente e si è circondati sia dalle immagini in movimento, sia dalla musica. Le immagini sono delle opere di Klimt, mentre la musica è un po’ un guazzabuglio di generi di musica classica che mirano più alle risonanze emozionali che alla fedeltà storiografica. Infatti, oltre a Mahler e Wagner, contemporanei di Klimt e viventi dello stesso panorama culturale, vengono assemblate anche le note di Mozart che è vissuto un bel po’ prima.

Altro aspetto che devo notare è che, al contrario della mostra su Van Gogh, che permetteva di lasciarsi andare a terra su enormi cuscinoni, questa vedeva tutti irregimentati in sedute da polli in batteria. Il corpo non è libero di lasciarsi andare e l’affollamento della sala non aiuta l’immersività.

Per finire, è stata esilarante la scena che si è proposta nella Sala degli Specchi che nelle intenzioni del progettista doveva essere un ulteriore spazio di immersività e si è ridotto a sala-selfie, con i visitatori che scattavano le immancabili foto ricordo. Sempre a proposito di foto ricordo, è sempre stupefacente notare come ormai non siamo disposti a vivere un’esperienza semplicemente vivendola. Mentre la musica impazzava e le immagini delle opere di Klimt scorrevano, praticamente tutti stavano con i loro smartphone a riprendere e scattare foto. Sostanzialmente erano incapaci di “lasciar andare” l’esperienza per conservarla come semplice ricordo ma diventava irrinunciabile catturarne la traccia per poterla condividere ad altri e poter implicitamente affermare “io faccio, io esisto e lo mostro”.

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LE MELODIE CINETICHE

Il movimento fa parte della nostra vita. E’ essenziale. Ma è anche bello. La nostra competenza nell’apprezzare il movimento ha da sempre generato il piacere di riprodurre i movimenti belli ed anche di migliorarli per renderli ancora più belli, più armonici.

Il neuropsicologo russo Alexander Lurija, nel secolo scorso, definì melodie cinetiche proprio i movimenti più complessi e fluidi che percepiamo come belli. Non a caso, Howard Gardner, docente di Scienze dell’Educazione e Psicologia all’università di Harvard, ha teorizzato l’esistenza di vari tipi di intelligenza, tra cui l’intelligenza corporeo-cinestetica, che genera il piacere di muoversi e di guardare il movimento.

Strettamente legato al movimento c’è la nostra percezione della scansione del tempo. Daniel Levitin, docente di Psicologia e Neuroscienze Comportamentali all’università di McGill (Canada)  sottolinea come “Il tempo è un fattore molto importante nell’espressione delle emozioni (…) La base neurale di questa accuratezza è probabilmente il cervelletto che, a quanto pare, contiene un “metronomo” per la nostra vita quotidiana e per sincronizzarsi sulla musica che stiamo sentendo. Ciò significa che in qualche modo il cervelletto è in grado di ricordare i “settaggi” che usa per sincronizzarsi sulla musica mentre la sentiamo e può ricordarli quando vogliamo cantare a memoria un brano“.

Il cervelletto, quindi, ci dà il tempo nei nostri movimenti e siamo talmente abituati a valutarli che li apprezziamo anche se sono senza la musica, in quell’esperienza che chiamiamo ballo. Perché, come afferma sempre Levitin, “Studi condotti da Marcelo Wanderley della McGill e da Bradley Vines hanno mostrato che gli ascoltatori non musicisti sono estremamente sensibili ai gesti fisici compiuti dai musicisti. Guardando un’esibizione musicale con il volume a zero e osservando ad esempio il braccio, la spalla e i movimenti del busto del musicista, i comuni ascoltatori riescono a cogliere una buona parte delle intenzioni espressive di chi suona“.

Il nostro cervello è ormai talmente abituato a tradurre vicendevolmente il movimento e la musica che, come confessa il pianista Giovanni Allevi, è possibile sentire e comporre la musica simulando nella mente il movimento per produrlo. Infatti, egli dice in un’intervista: “Suono tutto nella mia testa, immagino l’album intero senza mai toccare un tasto. Passo le giornate intere a farlo“.

Così ci troviamo a godere dei movimenti che facciamo quando li percepiamo come armonici nella loro complessità. E ci piace, poi, vederli.

 

Bibliografia

Lurija, A.; “Come lavora il cervello”; Il Mulino

Levitin, D.: “Fatti di musica”; Codice edizioni

Gardner, H.; “Formae mentis”; Feltrinelli

Allevi, G.: http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerThread.php?threadId=ALLEVI+Giovanni

SCENARI PER PSICOLOGI FATTI FUORI DALLA TECNOLOGIA COGNITIVA

In un recente articolo di Giuseppe Riva (docente di Psicologia della Comunicazione all’Università Cattolica di Milano) apparso su Psicologia Contemporanea n. 267, si prospettano le future evoluzioni della tecnologia applicata alla psicologia. Il quadro che ne esce è inquietante. Se, come afferma Riva, “la prima sfida dello psicologo del futuro è quella di comprendere i cambiamento in atto, per valutare e sostenere gli individui all’interno di nuovi contesti“, viene da domandarsi quanti psicologi riusciranno effettivamente a farsi pagare. Come la tecnologia informatica sta spazzando via molti lavori  – il primo che viene in mente è l’edicolante –  è molto probabile che anche gli psicologi faranno la fine dei giornalisti, sempre più spesso sostituiti dai robot.

Gli esempi fatti da Riva sono illuminanti. La IBM ha messo a punto Watson che è un primo tentativo di creare u’intelligenza artificiale in grado di rispondere a domande non strutturate, datato 2005. Da questo progetto è stato, poi, sviluppato Personality Insight che sarebbe in grado di stilare un profilo della personalità a partire da testi scritti con sole cinquecento parole. Il problema per gli psicologi è che questo test costa dieci centesimi rispetto ai cinquanta euro che vengono chiesto per la somministrazione di un Big Five. Non è tutto.

I “Servizi cognitivi di Microsoft“, senza necessitare di alcuna competenza psicologica, sono capaci di analizzare in tempo reale testi, immagini, video ed espressioni facciali. Ancora, Woebot è un app che simula le capacità di conversazione di una persona e, destinato a monitorare gli stati emotivi, è stato efficacemente testato sulla capacità di ridurre i livelli di ansia e di depressione. Ultimo esempio di tecnologia cognitiva già pronta è SimSensei che ha realizzato un vero e proprio psicoterapeuta virtuale, capace addirittura di analizzare la comunicazione non-verbale ed è già impiegato nei colloqui preliminari con i veterani di guerra esposti al rischio di stress post-traumatico.

È facile intuire che i margini di lavoro per le schiere di aspiranti psicologi generati dalle Facoltà di Psicologia si riducono notevolmente. Cosa potranno fare per vivere senza cercarsi un altro mestiere? Forse fare un altro mestiere, ma da psicologi. La conoscenza delle dinamiche del comportamento pone le condizioni per ottime performance nel caso in cui si uniscano ad un altro sapere. Nel mio piccolo ho unito le mie conoscenze psicologiche al mondo degli audiovisivi, come anche a quello dell’informazione. È possibile fare il regista, il videomaker, l’autore o il giornalista rimanendo psicologi. La costruzione della nostra identità come psicologi forse deve adeguarsi ai tempi. Questa evoluzione professionale, probabilmente, potrebbe essere una delle soluzioni alla sfida dei robot-psicologi.

LE BAMBOLE DESIDERATE

La scorsa estate mi sono imbattuto in un articolo su un argomento strano: le bambole con fattezze di donne a grandezza naturale. Più esattamente, bambole in silicone destinate a soddisfare i desideri sessuali e non solo. In sostanza, un artigiano spagnolo ottiene un cospicuo finanziamento da parte di un imprenditore cinese ed è convinto di avere un grande successo. Le foto che ritraggono il creatore delle donne-manichino fanno intuire la ricerca di una sensualità immobile. È evidente che queste bambole a dimensione naturale sono l’evidente evoluzione delle bambole gonfiabili che si vendevano nei sexy shop ed hanno il compito di soddisfare i desideri sessuali dei loro compratori. Addirittura, in questa versione dialogano.

La notizia viene accolta dal pubblico in un misto di divertimento e riprovazione per i maschietti che compreranno questi costosi manufatti, ma anche che di disapprovazione verso il loro creatore. Ma perché sono create queste bambole dalle prosperose forme? Proviamo a fare lo sforzo di andare oltre gli schemi mentali stereotipati che scattano su certi argomenti e cerchiamo di percorrere uno dei possibili scenari psicologici che ne determinano la dinamica.

Partiamo da un primo assioma: se nasce un comportamento è segno che c’è una necessità. Quale potrebbe essere la necessità di chi compra una bambola in silicone? Una risposta potrebbe essere che questa dovrebbe supplire ad una carenza di sesso del proprietario. Cosa potrebbe impedire all’uomo di avere una vita sessuale? Le ipotesi possibili potrebbero essere tante: 1) essere brutto; 2) essere povero; 3) sentirsi timido e inadatto; 4) essere spaventato dall’aggressività femminile; o forse un misto di queste ed altre ragioni. Quali sarebbero, dunque, le qualità che soddisfa una bambola sessuale del genere? Non ti giudica, non richiede un continuo impegno di soldi (a parte i costo iniziale), non ti rifiuta, è immobile (non passiva) e rimane dove la lasci. Aggiungerei che si lascia abbigliare secondo i gusti e le fantasia del proprietario. Potremmo definirla l’incarnazione di una donna ideale per un uomo? Naturalmente no. Sicuramente non è una donna. Tuttalpiù un sogno materializzato.

Queste considerazioni chiamano in causa il più ampio fenomeno della sessualità maschile e, conseguentemente, della sessualità femminile, della loro interrelazione, delle dinamiche che generano tutta la gamma di emozioni che esistono tra la soddisfazione e la frustrazione, tra il piacere e la rabbia.

Il problema delle bambole del sesso  – tornando all’origine di questo post –  non è facile da liquidare. L’iniziativa iberico-cinese è solo l’ultimo step di una serie di azioni che portano verso la realizzazione di un probabile sogno maschile, ovvero il sesso secondo necessità. Del sesso puro, senza comportamenti propiziatori, seduzioni, balletti corteggiatori, ricatti e riscatti, centellinazioni e negazioni. Perché dentro la sessualità (è sciocco negarlo) esiste anche il senso del potere, il potere di concedere sesso e di arrogarsi violentemente il sesso. Il potere è un afrodiasiaco potentissimo se, come si sostiene, la migliore zona erogena è il cervello.

Un essere con fattezze di donna che assecondi i desideri è presente nella mentalità maschile al punto che degli scrittori di fantascienza l’hanno immaginato nel futuro. Nel romanzo di Philip Dick del 1968, Blade Runner, uno dei quattro replicanti che vengono inseguiti dal cacciatore è Bliss “modello standard di piacere per i lavoratori delle colonie”. Ma anche nella saga dei robot scritta da Isaac Asimov i robot umanoidi altamente perfezionati e indistinguibili dagli esseri umani (se non nel comportamento) diventano compagni sessuali degli uomini e (udite! udite!) delle donne. Eh già, perché ci si può chiedere perché una donna non possa trovare in un umanoide robotico il compagno sessuale delle proprie idealizzazioni, paziente e adorante, che sostenga quanto occorra ogni singola donna a rincorrere la propria soddisfazione.

E le emozioni? Le emozioni non fanno parte di questo post. Però, se proprio siete intrigati da questo scenario, provate a leggere il romanzo di Asimov “I robot dell’alba”.

LA SEGNALETICA TEORICA SULLA STRADA

Pensavo di fare una trattazione scientifica di questo fenomeno, ma ogni volta che trovavo la causa di un comportamento mi ritrovavo collegato ad un altro fenomeno della mente. Per questo mi limiterò ad esporre le mie impressioni sul fenomeno che descriverò, con la promessa di approfondire in futuro con un saggio più articolato.

Tutto comincia dall’esperienza quotidiana fatta alla guida della mia auto. Nel fare attenzione alla segnaletica stradale, soprattutto quella verticale, mi sono accorto che spesso risultava incoerente o assurda. Questa sensazione nasceva principalmente dalla comparazione tra le prescrizioni dei segnali ed i comportamenti degli automobilisti (me compreso, naturalmente) che frequentemente divergono, soprattutto per i limiti di velocità.

Premetto che mi asterrò da valutazioni morali, proprio perché impegnarmi in una valutazione “morale” delle violazioni delle regole mi porterebbe molto lontano dalla pura descrizione del fenomeno. Mi limiterò a fare delle considerazioni in base alle prassi comportamentali.

La prima di queste considerazioni è che gli esseri umani regolano il proprio comportamento in base al contesto in cui vivono, ovvero in funzione del luogo, delle condizioni e del comportamento delle altre persone, oltre che in base alle proprie intenzioni e necessità. Se così non fosse, saremmo una massa di corpi contundenti in moto caotico nello spazio.

La seconda è che esiste la percezione della congruenza di una norma che è funzione della possibilità di rispettarla. Se il rispetto di un comportamento frutto di una regola “imposta” risulta troppo “difficile da raggiungere, diviene fattibile la violazione della regola: ciò soprattutto se la repressione della trasgressione non è puntuale.

Per illustrare quanto appena ipotizzato ho realizzato un piccolo esperimento. Sono andato in auto lungo una delle strade più trafficate  di Roma. È una strada a doppia carreggiata e a doppia corsia per senso di marcia quindi, in deroga al limite di 50 km/h vigente nelle città, si può arrivare fino a 70. Il problema nasce quando, lungo il percorso, vengono posti i segnali di limitazioni a velocità inferiori perché praticamente nessun guidatore le rispetta. Non solo. Diventa oggettivamente difficile rispettare il limite senza diventare un intralcio al flusso e diventare un fattore di rischio. Ecco il video dell’esperimento.

In pratica ho constatato che è effettivamente difficile non violare i limiti e, quando ci riuscivo, ero sistematicamente il veicolo più lento. Infine, alla comparsa di un limite di 30 km/h ho percepito l’assoluta impossibilità di rispettarlo se non effettuando una brusca frenata che, non avendo alcun ostacolo davanti, sarebbe stata inaspettata dai guidatori che mi seguivano e, quindi, pericolosa.

Riassumendo, se rispettavo la segnaletica sulla velocità percepivo di essere in moto disarmonico con quanto mi accadeva intorno. Forse per questo viene naturale adattarsi all’andamento delle altre auto, quindi violando la prescrizione. Inoltre, appariva palese l’incongruenza delle prescrizioni, soprattutto in considerazioni delle capacità cognitive medie dei guidatori, per cui viene il sospetto che le norme applicate in virtù del codice della strada siano sottilmente teoriche, nel sospetto che ai responsabili non interessi effettivamente la riduzione degli incidenti ma solo essersi scaricati una responsabilità (Noi il divieto lo abbiamo messo e sono gli automobilisti gli unici responsabili degli incidenti).

Come postilla a questo ragionamento dirò che la mia opinione può essere obiettata in più punti. In un prossimo futuro mi riservo di soddisfare con un saggio questa mia ipotesi.

COME VOLEVASI DIMOSTRARE

In uno degli articoli precedenti affermavo che uno dei pochi modi di affrontare il fenomeno dei writer infestanti i muri della città era l’antagonismo, come nell’agricoltura biologica si usano gli insetti per combattere gli insetti.
Segnalai che appena un muro fa bella mostra di sé con una parete nuda, viene segnato.

Nel caso nella foto il disegno era rivendicativo e manteneva una sua godibilità (al di là del messaggio sociale che conteneva). Notavo che, in quel caso, una parete era sottratta al ruvido “tag”. Ma qualcuno ha pensato bene che quel murales fosse indecoroso e l’ha cancellato, ridipingendo la parete.
Risultato. Oggi la parete è stata ridipinta ed è stata taggata con banale contrassegno da writer elementare.
Bel colpo! Avrei preferito il murales precedente.

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LO SPAZIO CONTESO AI WRITERS

Uno dei fenomeni urbani più evidenti è quello dei “writers“. Le loro scritte su muri, metropolitane, barriere antirumore e altri luoghi sono diventati endemiche nelle metropoli italiane. A seconda dei punti di vista vengono considerati atti di vandalismo (la maggioranza) o manifestazioni culturali e artistiche (la minoranza). Secondo la legge italiana l’atto del writer è punibile civilmente e penalmente e qualche volta (raramente) le autorità di polizia hanno provato a contrastare il fenomeno ma con scarsi risultati.
Il graffitismo, di cui le scritte sui muri (tags) sono una delle possibili espressioni, nasce a New York ma presto diventa un fenomeno mondiale. Prevalentemente consiste nel dipingere su una superficie una propria firma: il problema è che questi spazi non sono di proprietà del writer ma di altri. La scrittura sul proprio muro esterno di casa, sul proprio citofono, sulla serranda del proprio negozio, ha come effetto un vissuto da parte di chi lo subisce paragonabile ad un’aggressione o – almeno – di un’invasione fraudolenta, come avviene quando ci entrano i ladri in casa e mettono tutto a soqquadro.
Le motivazioni che spingono a questo comportamento sono varie e possono spiegare in parte il fenomeno. La necessità di affermare se stessi attraverso un segno visibile agli altri è una delle strategie che la personalità umana escogita per sostenere la propria stima di sé. Chi ha necessità di far vedere ad altri la propria esistenza- evidentemente – teme che altri non la vedano naturalmente. Ecco che si escogitano dei segnali che possano essere “visti e riconosciuti”. Generalmente si mostrano questi segnali con l’abbigliamento, con l’abbellimento di sé (per esempio truccandosi) o con gli oggetti (sfoggiando un’auto costosa). Nel caso dei writer la strategia si attua dipingendo su tutte le superfici accessibili il proprio tags (o una scritta qualsiasi nella modalità più elementare): Ma con un passo in più rispetto ai casi già proposti. I writers “impongono” il proprio tag. Invadono spazi non propri per affermare il proprio Sé; una modalità che rimanda alle dinamiche adolescenziali che “si ribellano” alla normalità, esagerando e sfidando il mondo degli adulti.
Andando oltre il problema della contrapposizione tra pro e contro il fenomeno, esiste per molti la necessità di mantenere un certo “decoro” della cosa pubblica o privata. Esiste un modo per eliminare o attenuare questa invasione? Il writer, in fondo, va ad “occupare uno spazio libero” con il proprio dipinto con una modalità che ricorda l’espansione demografica di alcuni animali. Ogni organismo vivente occupa tutto lo spazio disponibile fino ad un punto di equilibrio nell’ecosistema in cui vive. Se supera il punto critico cominciano a generarsi delle contro-azioni che portano al riequilibrio del sistema. Ecco che su questa legge della natura può essere tratta l’azione di contrasto al fenomeno e, come avviene nell’agricoltura biologica, che gli insetti parassiti vengono neutralizzati con altri insetti antagonisti, l’azione dei writers può essere contrastata con modalità simili. Questa azione di contrasto sullo stesso “habitat” è già in corso ed ho provato a verificarlo.
Accade che alcuni commercianti fanno dipingere la serranda del proprio negozio, un po’ per abbellimento e un po’ – forse – per contrastare i tags dei writers (non possiamo escludere che le dipingano gli stessi che vanno di notte a taggare). E’ una strategia efficace. Ho provato a prendere in considerazione le serrande di un quartiere di Roma, più esattamente un quartiere popolare come Centocelle. L’osservazione ha generato questi risultati.
Le serrande non dipinte subiscono le scritte per un 65% (116/177), mentre le serrande dipinte si fermano ad un 8,3% (12/145). Una proporzione evidente che attesta come la presenza di un’altra opera sullo spazio libero inibisca le azioni dei writers. Quella percentuale di serrande violate in presenza di altro dipinto riguarda una percentuale minore se si considera che, delle dodici rilevate sei appartengono a due soli esercizi commerciali (sembra quasi uno sfregio): quindi si potrebbe ipotizzare che quella percentuale possa scendere al 5,5%.
In conclusione, posso dire che la mia piccola indagine ha verificato che effettivamente la strategia di occupazione degli spazi liberi nel tessuto urbano con disegni e dipinti sia di contrasto al fenomeno dei writers. Quanto, poi, sia preferibile “educare” a non sporcare i giovani delle bombolette spry o reprimerli con pesanti punizioni che possano fungere da deterrente, non è oggetto di questo post.