Archivi categoria: Psicologia in generale

IL FIGLIO INTERIORE

A volte pensiamo di saper riconoscere al volo cosa accade nella nostra vita ma non sempre ci rendiamo conto che alcuni aspetti ci possono sfuggire. Poi capita di trovarsi dentro certe situazioni ed allora realizziamo. D’altra parte, il sagace Arthur Bloch nelle sue Leggi di Murphy, teorizzava che “se osservi attentamente il tuo problema, ti accorgerai di farne parte“. A me è accaduta una cosa del genere.

Volendo fare qualche premessa, possiamo citare quei fenomeni studiati inizialmente da Freud e Ferenczi definiti introiezioni, poi anche ripresi e ampliati da Jacobson e Kernberg nelle relazioni oggettuali. Sostanzialmente, nel corso del nostro sviluppo costruiamo una serie di rappresentazioni nella nostra mente in riferimento alle persone che amiamo, ovvero interiorizziamo. Il bambino lo fa innanzitutto con i genitori, ma si posso sviluppare con fratelli e sorelle, zie e nonni, amici e amiche, per finire agli amori della propria vita. Ciò che amiamo tendiamo a portarlo dentro, in una presenza ricostruita nella nostra mente, così che ne avvertiamo il “calore” anche quando non sono vicine. È ciò che permette al bambino di andare all’asilo o di essere lasciato dai nonni o con la babysitter quando andiamo al lavoro.

Generalmente si tende a vedere questo fenomeno come un’efficace strategia per sopravvivere alle dipendenze affettive in presenza di un allontanamento. Da adulti un caso frequente è nelle relazioni a distanza: lui e lei con 500km in mezzo. Ma dimentichiamo che esiste una situazione molto più frequente che, però, negli ultimi anni sta subendo un’involuzione. Viene chiamata anche Sindrome del Nido Vuoto, ovvero quando i genitori vedono i figli andare via da casa per costruirsi una vita altrove: cominciano a soffrire e, molte volte, tendono a riavvicinare i figli a sé, magari comprandogli casa nello stesso stabile o alimentando la loro dipendenza economica (di questi tempi è operazione facile). Nei casi virtuosi, invece, il genitore aiuta e favorisce l’indipendenza dei figli, l’autonomia e l’avvio verso strade e mete loro, non quelle desiderate e proiettate dai genitori stessi. Come riescono questi genitori a resistere alla lontananza? Proprio attraverso l’interiorizzazione della figura del figlio. Un processo inverso ed equivalente a quello vissuto dai figli. Il figlio vive dentro di sé e la sua autonomia restituisce la misura della propria riuscita di genitori. Dunque, viva il figlio interiore.

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LA PROSSEMICA DELLA CONVIVENZA

Vi sarà sicuramente capitato di osservare quelle persone che si muovono per strada incuranti dei pericoli, come se ci fossero solo loro per strada. A volte viene fatto in assoluta distrazione, altre volte con atteggiamenti di sfida. Viene da domandarsi perché una persona metta a rischio la propria incolumità in modo così inspiegabile. Con quale logica riusciamo a comprendere questi comportamenti? Proviamo a partire da lontano.

Nel corso della nostra vita costruiamo nella nostra mente l’immagine di ciò che pensiamo di essere. La “percezione di sé” è proprio quel fenomeno che ci permette di costruire questa idea-immagine. Di conseguenza, ci muoviamo e ci regoliamo nello spazio e nel tempo in base proprio in base a questa idea di noi stessi che abbiamo inconsapevolmente costruito. Ma noi non viviamo soli e dividiamo lo spazio assieme agli altri

La prossemica, cioè la disciplina che ha studiato il comportamento delle persone nello spazio,  ha definito alcune osservazioni sulle regole che usiamo per tenere le giuste distanze rispetto agli altri. La “bolla prossemica” è quella invisibile distanza che riteniamo ottimale rispetto alle altre persone: più siamo in confidenza con gli altri, minore sarà la distanza che reputiamo adatta.

Una probabile estensione della bolla prossemica è la percezione dello “spazio pubblico“, ovvero quello spazio che è nostro ma anche di altri. È facile intuire che il valore (e il rispetto) dello spazio pubblico denota la maturità della nostra personalità: siamo noi che apparteniamo allo spazio pubblico e non viceversa.

Chi ha una bolla prossemica sociale chiusa, blindata e poco empatica, non percepisce più la comunanza dello spazio: questo viene vissuto solo in funzione dei propri bisogni. Qualche esempio?

  • Bisogno di defecare, gettando rifiuti di sé nello spazio pubblico, dalle cicche ai frigoriferi
  • Bisogno di autoaffermazione, imbrattando i muri con bombolette spry con tag perché si ha una personalità piccola piccola
  • Bisogno di violazione delle regole, parcheggiando l’auto sulle strisce, negli spazi riservati ai disabili, in seconda fila, non pagando il biglietto sui mezzi pubblici e altro ancora
  • Bisogno di essere incuranti dei pericoli, attraversando senza guardare, al cellulare o semplicemente non guardando, guidando in bici di notte, vestiti di scuro, senza luci o casacche catarifrangenti o andando in gruppo in due o tre file, a venti all’ora, in strade tortuose

La nostra epoca, in cui facciamo fatica a “sentire” i nostri limiti, non ci aiuta e la prossemica pubblica ne risente. Salvo poi lamentarci che “gli altri” non la rispettano.

 

 

URLA DI GUERRA E MILITANZA DI GENERE

La paura. Un’emozione che, assieme al dolore, sono tra le fondamentali reazioni per la sopravvivenza degli esseri umani. Scappare perché si ha paura può essere la salvezza. Ma anche immobilizzarsi perché si ha paura può esserlo.

Il ricordo di un dolore o la prospettiva di un dolore è ciò che ci incute paura davanti a una minaccia e, quando ci sentiamo minacciati, abbiamo due forti reazioni: fuggire o aggredire, magari urlando. Proprio urlando perché  – si sa –  urlare infonde coraggio, ma anche perché urlare può spaventare chi ci aggredisce. Magari questi si ferma proprio perché ci sente urlare.

Però c’è un problema. Se si comincia ad avere paura di sentirsi minacciati (previsione di dolore) possiamo vivere in uno stato di paura inconsapevole, di ansia. Il rischio, permanendo in questo stato di attesa della minaccia, è di cominciare a diventare aggressivi nei confronti di qualsiasi comportamento ci possa apparire come una minaccia potenziale. Si diventa aggressivi (e urlanti) a prescindere dalle situazioni, anche se non c’è nulla che effettivamente ci minacci.

In questo stato di permanente e inconscia attesa della minaccia  – inconsapevolmente terrorizzati –  possiamo cadere in errore e scambiare il dissenso di altri con una minaccia, per cui possiamo essere indotti ad aggredire preventivamente, magari ricorrendo ad un urlo: ad un urlo di guerra.

Cosa può accadere se diventiamo aggressivi in assenza di una minaccia? Può accadere, tra le varie cose, che le persone intorno a noi potrebbero non capire perché li aggrediamo e diventare diffidenti nei nostri confronti. Ma noi, notando questo cambio di atteggiamento nei nostri confronti, potremmo viverlo anche come qualcosa di minaccioso, per cui potremmo aumentare l’aggressività, per intensità e frequenza. Lungo questa escalation, ci troveremo ad avere intorno solo persone che, sottomesse, non osano contraddirci. Così non avremo più modo di notare l’incongruenza del comportamento e ci sentiremo sempre nel giusto. Soprattutto, non capiremo più perché delle altre persone cominciano ad aggredirci (perché non ne comprendiamo il motivo). Ma un’altro effetto collaterale è che coloro che ci sono ostili avranno meno remore a trattarci male.

A questo ragionamento è possibile fare tre postille. La prima è che se si vive una condizione di paura generalizzata, se si vive il proprio ambiente come minaccioso, abbiamo un’alternativa al comportamento aggressivo ovvero stringere alleanze.

La seconda è che avere qualcuno con cui condividere la sensazione di paura permette di lenire questa sensazione e, soprattutto, di verificare se possano esserci reazioni diverse nella stessa situazione che stiamo vivendo e che ci terrorizza.

La terza è che quando ci troviamo in un confronto/trattativa può essere determinante trovare dei canali di dialogo con parti dello schieramento antagonista perché l’empatia con le altre persone aiuta. Si può trovare un punto comune da cui ognuno può vivere la propria peculiare condizione senza perdere identità e dignità. In questo modo diventa possibile trovare una soluzione ad un problema dell’altra parte pur mantenendo il proprio punto di vista. I termini collaborazione e compromesso sono gli effetti di questo atteggiamento alternativo al binomio paura/contrapposizione.

Questo mio ragionamento “teorico” ha avuto, naturalmente, una genesi dovuta ad un fatto reale che mi è accaduto. Proverò a raccontarlo in modo sintetico.

Ho scritto tempo fa un articolo sul tema della comunicazione che alcuni psicologi fanno sui social, citando due episodi a me capitati. Il terreno su cui interveniva l’articolo era una proposta di legge in Spagna sul perseguimento penale degli stupratori. A questo articolo sono seguite delle “alzate di scudi” che non vertevano sull’argomento dell’articolo ma sulla dinamica uomo-donna in riferimento alle violenze sessuali. È stata talmente forte l’incoerenza delle contestazioni che ho cominciato a chiedermi il perché di tanta veemenza. Ho chiesto a molte donne di leggere quell’articolo e, alla fine, una è riuscita a darmi la chiave di lettura che mi ha permesso di capire. Infatti, mi ha scritto: “molte donne pensano di essere in uno stato di guerra, di dover combattere una battaglia – me compresa – perché questo è il momento di combattere e cambiare le cose. Questa convinzione ci induce, anzi ci obbliga in un certo senso, a non ammettere né giustificare nessun tipo di commento che vada contro quello per cui stiamo combattendo (…) l’appartenenza di genere è risultata più saliente rispetto a quella di psicologa (…) In un momento così delicato ogni cosa diventa una minaccia, anche quando proviene dagli amici. Ci sarà un tempo per le sfumature, per ridimensionare le reazioni, per ascoltare e parlare, ma ora no, non c’è spazio per questo: le donne devono dimostrare di non essere inferiori, di avere dei diritti. Forse non capiscono che reagendo in questo modo non fanno altro che dimostrare di avere paura. Un dubbio ora non è accettabile. Dobbiamo essere spietate, anche con noi stesse. Anche a costo di rinunciare ad essere psicologhe“.

A lei, naturalmente, va il mio ringraziamento perché ha ragionato con me, senza invettive e senza rabbia.

LO PSICOLOGO SENZA DISSENSO

Due episodi recenti, strettamente collegati, mi hanno fatto sorgere il dubbio che i social stiano sfuggendo di mano agli psicologi. Protagoniste sono due psicoterapeute. Ve li racconto.

Il tutto nasce da un articolo dal titolo: “La Spagna introduce legge sul consenso esplicito: se l’altro non dice “si” è stupro”. La prima psicoterapeuta posta sulla propria bacheca Facebook (n.b. aperta ai commenti) l’articolo ed io, perplesso, commento con un semplice “bah”. Mi arriva via messaggio la richiesta della collega di rimuovere il mio commento. L’ho invitata a farlo lei, cosa regolarmente avvenuta. La seconda psicoterapeuta, invece, a commento delle probabili reazioni che qualcuno deve aver manifestato alla notizia, così commenta; “Mi spiace, dolci e amati maschioni, che la legge spagnola sullo stupro non vi garbi. Sapete, secoli e secoli di abusi, stupri, discriminazioni e violenze ci hanno costrette a tralasciare quelle sfumature di romanticismo che tanto rimpiangete e a cui siete notoriamente interessati. D’altronde sono sicura che, come riuscite a tenere il pisello alzato in situazioni francamente improponibili a livello di eccitazione sessuale, ce la farete anche questa volta. Forza guerrieri, vi sono vicina [NdR. aggiunge un emoticon-cuore] “.

Pur intuendo la delicatezza dell’argomento e comprendendo la reattività che l’argomento può innescare, ribadendo che reputo stupidi gli uomini che aggrediscono le donne, mi ha lasciato molto perplesso il comportamento di queste due colleghe. La prima considerazione è che stare sui social, anche e titolo personale, non fa smettere di essere uno psicologo. A maggior ragione se si usano abitualmente i social per il proprio marketing on line, attraverso siti, pagine Facebook o account su Twitter o Instagram. Ritengo (sarò all’antica) che uno dei primi compiti etici di uno psicologo sia l’inclusione. Uno psicologo che non tollera il dissenso, soprattutto se manifestato in termini civili e educati, come nel primo caso, è probabile che non appaia come qualcuno in grado di comprendere. Poi, come nel secondo caso, la militanza di genere, quella del “noi nel giusto, voi nel male”, crea antagonismi che mirano deliberatamente a escludere, a dividere, perdendo di vista qualsiasi sfumatura o differenza nel comportamento. Inoltre, il linguaggio intriso di sfida e di scherno (con tanto di emoticon-cuore finale), mette di fronte i lettori alla consapevolezza che non può esistere dialogo (quindi collaborazione) con chi si pone in questo modo, aumentando conseguentemente la distanza con chi non aderisce fidelisticamente a quella posizione.

Questi sono solo due episodi tra i tanti che mi inducono a pensare che in molti non abbiano ancora compreso la valenza della comunicazione attraverso i social. Quando capita a dei “colleghi”, rimane un po’ di amaro in bocca perché è facile, poi, essere valutati dal pubblico come una categoria professionale non affidabile.

Naturalmente, posso sbagliare in queste mie valutazioni.

L’ESPERIENZA DELLA “KLIMT EXPERIENCE”

Qualche giorno fa sono andato ad immergermi nella “Klimt experience”, ovvero la mostra multimediale sulle opere di Gustav Klimt. Non conoscevo bene la storia dell’artista e poco conoscevo delle sue opere, soprattutto quelle rilanciate sui media. Sapevo quello che mi aspettava perché avevo già visto l’analoga mostra su Van Gogh.

Questo tipo di mostre possono essere viste comeuna sorta di portale che introduce poi i ragazzi verso i musei nella scoperta delle opere originali. Uno strumento di conoscenza al pari di un catalogo o di una trasmissione televisiva. Non bisogna insomma considerare la performance un’alternativa alle opere originali ma solo una loro amplificazione per quel tipo di pubblico ormai abituato a informarsi soprattutto attraverso immagini“. Peccato che la stragrande maggioranza del pubblico volontario (non quelli che ci sono portati di proposito, come possono esserlo le scolaresche) sia adulto, generalmente sopra i 30 anni e la cosa non meraviglia.

Le mostre come il Klimt Experience sono efficaci quando siamo predisposti all’abbandono, ovvero quando arriviamo già con l’intenzione di farci prendere dal racconto sensoriale costruito dal progettista [Nota a margine: il progettista risulta essere un certo “Stefano Fake”]. Il mix di musica e immagini, con queste ultime proiettate su pareti di grandi dimensioni, ha l’intenzione proprio di farci perdere la normale percezione di noi stessi. L’occhio non riesce a vedere tutto contemporaneamente e si è circondati sia dalle immagini in movimento, sia dalla musica. Le immagini sono delle opere di Klimt, mentre la musica è un po’ un guazzabuglio di generi di musica classica che mirano più alle risonanze emozionali che alla fedeltà storiografica. Infatti, oltre a Mahler e Wagner, contemporanei di Klimt e viventi dello stesso panorama culturale, vengono assemblate anche le note di Mozart che è vissuto un bel po’ prima.

Altro aspetto che devo notare è che, al contrario della mostra su Van Gogh, che permetteva di lasciarsi andare a terra su enormi cuscinoni, questa vedeva tutti irregimentati in sedute da polli in batteria. Il corpo non è libero di lasciarsi andare e l’affollamento della sala non aiuta l’immersività.

Per finire, è stata esilarante la scena che si è proposta nella Sala degli Specchi che nelle intenzioni del progettista doveva essere un ulteriore spazio di immersività e si è ridotto a sala-selfie, con i visitatori che scattavano le immancabili foto ricordo. Sempre a proposito di foto ricordo, è sempre stupefacente notare come ormai non siamo disposti a vivere un’esperienza semplicemente vivendola. Mentre la musica impazzava e le immagini delle opere di Klimt scorrevano, praticamente tutti stavano con i loro smartphone a riprendere e scattare foto. Sostanzialmente erano incapaci di “lasciar andare” l’esperienza per conservarla come semplice ricordo ma diventava irrinunciabile catturarne la traccia per poterla condividere ad altri e poter implicitamente affermare “io faccio, io esisto e lo mostro”.

LE MELODIE CINETICHE

Il movimento fa parte della nostra vita. E’ essenziale. Ma è anche bello. La nostra competenza nell’apprezzare il movimento ha da sempre generato il piacere di riprodurre i movimenti belli ed anche di migliorarli per renderli ancora più belli, più armonici.

Il neuropsicologo russo Alexander Lurija, nel secolo scorso, definì melodie cinetiche proprio i movimenti più complessi e fluidi che percepiamo come belli. Non a caso, Howard Gardner, docente di Scienze dell’Educazione e Psicologia all’università di Harvard, ha teorizzato l’esistenza di vari tipi di intelligenza, tra cui l’intelligenza corporeo-cinestetica, che genera il piacere di muoversi e di guardare il movimento.

Strettamente legato al movimento c’è la nostra percezione della scansione del tempo. Daniel Levitin, docente di Psicologia e Neuroscienze Comportamentali all’università di McGill (Canada)  sottolinea come “Il tempo è un fattore molto importante nell’espressione delle emozioni (…) La base neurale di questa accuratezza è probabilmente il cervelletto che, a quanto pare, contiene un “metronomo” per la nostra vita quotidiana e per sincronizzarsi sulla musica che stiamo sentendo. Ciò significa che in qualche modo il cervelletto è in grado di ricordare i “settaggi” che usa per sincronizzarsi sulla musica mentre la sentiamo e può ricordarli quando vogliamo cantare a memoria un brano“.

Il cervelletto, quindi, ci dà il tempo nei nostri movimenti e siamo talmente abituati a valutarli che li apprezziamo anche se sono senza la musica, in quell’esperienza che chiamiamo ballo. Perché, come afferma sempre Levitin, “Studi condotti da Marcelo Wanderley della McGill e da Bradley Vines hanno mostrato che gli ascoltatori non musicisti sono estremamente sensibili ai gesti fisici compiuti dai musicisti. Guardando un’esibizione musicale con il volume a zero e osservando ad esempio il braccio, la spalla e i movimenti del busto del musicista, i comuni ascoltatori riescono a cogliere una buona parte delle intenzioni espressive di chi suona“.

Il nostro cervello è ormai talmente abituato a tradurre vicendevolmente il movimento e la musica che, come confessa il pianista Giovanni Allevi, è possibile sentire e comporre la musica simulando nella mente il movimento per produrlo. Infatti, egli dice in un’intervista: “Suono tutto nella mia testa, immagino l’album intero senza mai toccare un tasto. Passo le giornate intere a farlo“.

Così ci troviamo a godere dei movimenti che facciamo quando li percepiamo come armonici nella loro complessità. E ci piace, poi, vederli.

 

Bibliografia

Lurija, A.; “Come lavora il cervello”; Il Mulino

Levitin, D.: “Fatti di musica”; Codice edizioni

Gardner, H.; “Formae mentis”; Feltrinelli

Allevi, G.: http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerThread.php?threadId=ALLEVI+Giovanni

SCENARI PER PSICOLOGI FATTI FUORI DALLA TECNOLOGIA COGNITIVA

In un recente articolo di Giuseppe Riva (docente di Psicologia della Comunicazione all’Università Cattolica di Milano) apparso su Psicologia Contemporanea n. 267, si prospettano le future evoluzioni della tecnologia applicata alla psicologia. Il quadro che ne esce è inquietante. Se, come afferma Riva, “la prima sfida dello psicologo del futuro è quella di comprendere i cambiamento in atto, per valutare e sostenere gli individui all’interno di nuovi contesti“, viene da domandarsi quanti psicologi riusciranno effettivamente a farsi pagare. Come la tecnologia informatica sta spazzando via molti lavori  – il primo che viene in mente è l’edicolante –  è molto probabile che anche gli psicologi faranno la fine dei giornalisti, sempre più spesso sostituiti dai robot.

Gli esempi fatti da Riva sono illuminanti. La IBM ha messo a punto Watson che è un primo tentativo di creare un’intelligenza artificiale in grado di rispondere a domande non strutturate, datato 2005. Da questo progetto è stato, poi, sviluppato Personality Insight che sarebbe in grado di stilare un profilo della personalità a partire da testi scritti con sole cinquecento parole. Il problema per gli psicologi è che questo test costa dieci centesimi rispetto ai cinquanta euro che vengono chiesto per la somministrazione di un Big Five. Non è tutto.

I “Servizi cognitivi di Microsoft“, senza necessitare di alcuna competenza psicologica, sono capaci di analizzare in tempo reale testi, immagini, video ed espressioni facciali. Ancora, Woebot è un app che simula le capacità di conversazione di una persona e, destinato a monitorare gli stati emotivi, è stato efficacemente testato sulla capacità di ridurre i livelli di ansia e di depressione. Ultimo esempio di tecnologia cognitiva già pronta è SimSensei che ha realizzato un vero e proprio psicoterapeuta virtuale, capace addirittura di analizzare la comunicazione non-verbale ed è già impiegato nei colloqui preliminari con i veterani di guerra esposti al rischio di stress post-traumatico.

È facile intuire che i margini di lavoro per le schiere di aspiranti psicologi generati dalle Facoltà di Psicologia si riducono notevolmente. Cosa potranno fare per vivere senza cercarsi un altro mestiere? Forse fare un altro mestiere, ma da psicologi. La conoscenza delle dinamiche del comportamento pone le condizioni per ottime performance nel caso in cui si uniscano ad un altro sapere. Nel mio piccolo ho unito le mie conoscenze psicologiche al mondo degli audiovisivi, come anche a quello dell’informazione. È possibile fare il regista, il videomaker, l’autore o il giornalista rimanendo psicologi. La costruzione della nostra identità come psicologi forse deve adeguarsi ai tempi. Questa evoluzione professionale, probabilmente, potrebbe essere una delle soluzioni alla sfida dei robot-psicologi.