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LE MELODIE CINETICHE

Il movimento fa parte della nostra vita. E’ essenziale. Ma è anche bello. La nostra competenza nell’apprezzare il movimento ha da sempre generato il piacere di riprodurre i movimenti belli ed anche di migliorarli per renderli ancora più belli, più armonici.

Il neuropsicologo russo Alexander Lurija, nel secolo scorso, definì melodie cinetiche proprio i movimenti più complessi e fluidi che percepiamo come belli. Non a caso, Howard Gardner, docente di Scienze dell’Educazione e Psicologia all’università di Harvard, ha teorizzato l’esistenza di vari tipi di intelligenza, tra cui l’intelligenza corporeo-cinestetica, che genera il piacere di muoversi e di guardare il movimento.

Strettamente legato al movimento c’è la nostra percezione della scansione del tempo. Daniel Levitin, docente di Psicologia e Neuroscienze Comportamentali all’università di McGill (Canada)  sottolinea come “Il tempo è un fattore molto importante nell’espressione delle emozioni (…) La base neurale di questa accuratezza è probabilmente il cervelletto che, a quanto pare, contiene un “metronomo” per la nostra vita quotidiana e per sincronizzarsi sulla musica che stiamo sentendo. Ciò significa che in qualche modo il cervelletto è in grado di ricordare i “settaggi” che usa per sincronizzarsi sulla musica mentre la sentiamo e può ricordarli quando vogliamo cantare a memoria un brano“.

Il cervelletto, quindi, ci dà il tempo nei nostri movimenti e siamo talmente abituati a valutarli che li apprezziamo anche se sono senza la musica, in quell’esperienza che chiamiamo ballo. Perché, come afferma sempre Levitin, “Studi condotti da Marcelo Wanderley della McGill e da Bradley Vines hanno mostrato che gli ascoltatori non musicisti sono estremamente sensibili ai gesti fisici compiuti dai musicisti. Guardando un’esibizione musicale con il volume a zero e osservando ad esempio il braccio, la spalla e i movimenti del busto del musicista, i comuni ascoltatori riescono a cogliere una buona parte delle intenzioni espressive di chi suona“.

Il nostro cervello è ormai talmente abituato a tradurre vicendevolmente il movimento e la musica che, come confessa il pianista Giovanni Allevi, è possibile sentire e comporre la musica simulando nella mente il movimento per produrlo. Infatti, egli dice in un’intervista: “Suono tutto nella mia testa, immagino l’album intero senza mai toccare un tasto. Passo le giornate intere a farlo“.

Così ci troviamo a godere dei movimenti che facciamo quando li percepiamo come armonici nella loro complessità. E ci piace, poi, vederli.

 

Bibliografia

Lurija, A.; “Come lavora il cervello”; Il Mulino

Levitin, D.: “Fatti di musica”; Codice edizioni

Gardner, H.; “Formae mentis”; Feltrinelli

Allevi, G.: http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerThread.php?threadId=ALLEVI+Giovanni

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LE STUPIDITA’ MULTIPLE

A volte si può giocare con i concetti e con le teorie, così come si fa con i mattoncini del Lego o con un software di arredamento d’interni. Sposta quello, inverti quell’altro, questo lo voglio rosso e non blu e quello in fondo l’ingrandisco. Alla fine proviamo anche a cambiare prospettiva, giusto per vedere se ci piace il risultato. In questo modo viene in mente ciò che diceva Albert Einstein: “è la teoria a decidere cosa possiamo osservare”.
Mi veniva in mente questa frase proprio oggi quando ho ripreso in mano un libro interessantissimo di Howard Gardner dal titolo eloquente: “Formae mentis”. In questo saggio il professore di Harvard criticava decisamente la validità dei test di intelligenza, quel Quoziente di Intelligenza che viene calcolato attraverso dei test e che viene sintetizzato con un numero di QI. Chi ha provato a sottoporsi ad uno di questi test è molto probabile che scoprisse di avere un QI inferiore alla media, con grande umiliazione della propria stima di sé. Gardner ha teorizzato che la nostra intelligenza non sia un monolite, sempre uguale da qualsiasi parte lo si guardi: al contrario, ha ritenuto che vi è un’intelligenza per ogni tipo di “processo”, per ogni tipo di campo in cui mettere alla prova la nostra mente. Ecco che l’intelligenza diventa multipla, con una logico-matematica, una musicale, una cinestetica, una interpersonale e così via.
Stamattina – dunque – mi trastullavo maneggiando questi concetti di Gardner e mi è balenata una domanda: ma se esistono le intelligenze multiple, possiamo anche parlare di stupidità multiple? Ipotizziamo per gioco, allora.
Se esiste l’intelligenza logico-matematica, allora esiste anche la stupidità matematica. Ne ricordo gli effetti sulle facce dei compagni di classe di fronte ad un’equazione o semplicemente alle prese col proprio estratto conto. Ma anche penso alla stupidità linguistica, con i verbi buttati lì a caso (il congiuntivo inafferrabile come una saponetta sotto la doccia) o con la ricchezza lessicale di certe persone di cui si ascoltano certe telefonate “condivise” nei treni o nelle sale d’aspetto. E vogliamo parlare della stupidità spaziale, quella che coglie chi sistematicamente mette le cose in modo sbagliato e, quindi, le vede tristemente abbattersi sul pavimento? O la famigerata stupidità interpersonale con i produttori di gaffe a ripetizione? E potremmo parlare della stupidità musicale, quella intrapersonale, quella etica o quella filosofico-esistenziuale.
Ecco che il perfetto idiota è quello che sbaglia abitualmente con tutte le sue intelligenze. Sono convinto che in ognuno di voi ha avuto un’istantanea immagine nella mente di una persona ben conosciuta che corrisponde a questo identikit. In questo caso può essere utile rammentare uno dei sottili aforismi di Artur Bloch, meglio conosciuti come le “leggi di Murphy”: ognuno è lo strambo di qualcun altro.

Per approfondire
Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza”, Feltrinelli, Milano, 1987, 2002
La legge di Murphy e altri motivi per cui le cose vanno a rovescio!”, Longanesi, Milano 1988

GITE DI ISTRUZIONE?

Qualche tempo fa mi sono ritrovato a visitare il sito archeologico di Villa Adriana a Tivoli. Il luogo evocava scenari di raffinatezza e maestosità frutto della personalità dell’imperatore romano che l’aveva voluto. Purtroppo l’atmosfera era stracciata dalla presenza di due scolaresche che hanno imperversato per tutto il tempo, agitandosi come palline di un flipper. Mi sono chiesto cosa mai potessero “apprendere” quei ragazzi nelle tre lunghissime ore di quella gita di istruzione. Quando è capitato che mio figlio dovesse partecipare ad uno dei vari campi scuola, la sua eccitazione paventava notti brave e scherzi e lazzi con i compagni, ma nessuna indicazione sui luoghi da visitare. Per completare il quadro, ricordo le parole atterrite di alcuni insegnanti nel dover fare i pastori di greggi esagitati. Dunque, a cosa servono queste uscite?
La teoria afferma che l’uscita di gruppo serve ad integrare ed approfondire ciò che viene svolto in classe. Sappiamo anche che non tutti i ragazzi apprendono allo stesso modo; come anche che esistono delle differenze nelle attitudini intellettive, come notato da Howard Gardner (“Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza”; Feltrinelli, 2002). Infine, nella scuola italiana sono consentite attività specifiche destinate a sostenere i comportamenti di cooperazione e aiuto reciproco, i cosiddetti comportamenti pro sociali.
Viene spontanea la domanda, vista la sostanziale scarsa efficienza delle uscite di istruzione attualmente praticate, se siano ipotizzabili altre modalità di uscita. Probabilmente il problema è nel paradigma “tutti insieme”, ovvero il dogma per cui l’istruzione “deve” essere omologata e collettiva. A mio parere, invece, è possibile praticare percorsi per gruppi più piccoli in virtù delle specifiche attitudini dei ragazzi. La socialità potrà essere incentivata in altrettante specifiche iniziative.