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ROMA CAPUT LERCIUM

Sui media informativi, ormai da anni, continua tambureggiante il rumore degli articoli sull’immondizia per strada a Roma. Denunce, inchieste, servizi dei telegiornali, interviste ad amministratori e gente comune costituiscono un terreno comune su cui sfogare il malumore. Quante volte ho sentito frasi del tipo “Quelli dell’AMA [NdR. Azienda Municipale Ambiente] non hanno voglia di fare niente”, oppure “il sindaco è un incapace”; oppure, ancora, “Rubano tutti e noi stiamo sempre nell’immondizia”. Immagino che, al momento dell’insediamento un qualsiasi assessore all’ambiente di Roma questi abbia nelle orecchie fischi e ronzii come fosse una locomotiva. Ma come affrontare il problema? Forse è il caso di fare un bel ragionamento sulla responsabilità.

Cominciamo elencando una serie di fatti facilmente verificabili da tutti.

  1. A) La sporcizia che è possibile vedere a Roma non ha appartenenze topografiche: se ne trova dai Parioli a Torpignattara, dall’EUR al centro
  2. B) Non esiste una tipologia specifica di immondizia: si trovano auto abbandonate, dai frigoriferi (famigerati) ai divani, dalle bottiglie ai televisori; ma soprattutto carte, plastiche e minutaglia varia è annidata dappertutto. Sui marciapiedi, ai bordi delle strade, nelle aiuole, nei parchi, nelle metropolitane, sugli autobus. wp_20161224_001Non solo. Questa microimmondizia la si incontro addirittura nei comprensori privati, nei condomini e negli ascensori.
  3. C) È possibile vedere all’opera i mezzi e gli uomini della municipalizzata che svuotano i cassonetti e puliscono le strade
  4. D) molto frequentemente è possibile trovare i contenitori (di tutte le misure, dal cassonetto al semplice cestino) ricolmi. Conseguentemente, di fianco ad un cassonetto straripante, si accumulano sacchetti e materiale di vario genere
  5. E) La pratica del “butta tutto nel buco”, con l’uso di discariche, non è una strada percorribile
  6. F) Qualsiasi impianto di incenerizione provoca perplessità ambientali e proteste della popolazione

Questi i fatti. Potrebbe esserne sfuggito qualcuno ma il quadro è ben delineato. In una città che conta quasi tre milioni di abitanti, è 207-514materialmente impossibile che alcune migliaia di lavoratori, per quanto meccanizzati, possano tenere pulite i 5500 km di strade della Capitale. Infine, c’è da sottolineare una realtà incontestabile: i responsabili dell’immondizia e dei rifiuti sparsi per la città sono gli abitanti di Roma.

Fatte salve queste premesse, cosa si potrebbe fare per invertire la tendenza? L’unica strada che possa garantire dei risultati è quella di restituire la responsabilità della pulizia agli abitanti stessi. Dietro all’immondizia c’è un atteggiamento di deresponsabilizzazione: “perché dovrei pulire io che già pago quelli dell’AMA?”. Occcorre una crescente presa di coscienza che, se è vero che abbiamo il diritto ad avere un servizio di rimozione dei rifiuti al servizio della collettività, dall’altro abbiamo l’equivalente dovere di non sporcare. Sembra elementare.

retake-2La consapevolezza che siano gli stessi abitanti a sporcare viene evidenziata dalle azione dei molti gruppi civici di “inseguimento del decoro” che brillano per senso di responsabilità ma che risultano inefficaci per una carenza ideologica che possa realmente essere coinvolgente sulle persone. Se l’atteggiamento deresponsabilizzato della gente si manifesta verso gli operatori ecologici, accade inevitabilmente che questo atteggiamento si manifesti verso i volontari civici (“perché dovrei aiutarli a togliere l’immondizia se c’è un’azienda che viene pagata con le mie tasse per farlo?”).

Ecco perché, già se venisse approvata l’ordinanza (con relative sanzioni) per cui ogni condominio deve provvedere alla pulizia del tratto di strada che interessa la proprietà, potrebbe essere una “spinta” alla responsabilizzazione. Ma non basta. Dall’altro lato occorre far diventare “desiderabile” non sporcare e/o pulire. Come tutte le azioni destinate alla modifica dei comportamenti, è indispensabile fornire motivazioni e gratificazioni. Per rimanere al passo con i tempi  – giusto per citare ad esempio il fenomeno di Pokémon Go –  è possibile usare la ormai vasta esperienza in tema di gamification.

L’EQUILIBRIO DI STROMBOLI

Qualche giorno fa si è conclusa una mia piccola permanenza vacanziera a Stromboli. Isola straordinaria per bellezza e rinomata tra viaggiatori e turisti. Lo spettacolo del vulcano quando è in eruzione attira schiere di turisti e di amanti della natura. Il paese riesce ad accogliere migliaia di persone nei mesi di maggiore movimento turistico e gli abitanti, sommandosi ai circa 530 residenti. La pesca è diventata un’attività secondaria – anche perché a Stromboli non c’è un porto vero e proprio – ed è prevalentemente finalizzata al rifornimento dei ristoranti dell’isola. Il turismo, dunque, è la prima fonte di ricchezza.
Particolarità del paese di Stromboli è che le stradine non sono abbastanza larghe per consentire il passaggio delle auto. Non solo. La piccola centrale elettrica dell’isola fornisce energia alle case ed agli esercizi commerciali, ma non si è mai provveduto all’illuminazione pubblica: così, di notte, le strade sono buie, soprattutto quando chiudono anche bar e ristoranti e si spengono le loro insegne. Infine – per completare la descrizione – Stromboli è una frazione del comune di Lipari, paese che sta su un’altra isola ad alcune miglia di distanza e, quindi, viene gestito da lontano.
Proprio su questo ultimo aspetto nasce la mia riflessione di psicologia del viaggio. Già perché nel mio soggiorno ho notato come alcuni aspetti della vita strombolana risultassero “aggressivi” nei confronti del visitatore, turista o viaggiatore che fosse. Vero che non ci sono auto e mezzi pesanti (se non confinati ad un’unica strada costiera lunga un paio di chilometri), ma è intenso il movimento di motorini, scooter e veicoli a tre ruote col motore a scoppio. Questi generano un “traffico” continuo e rumoroso: ma soprattutto lasciano al loro passaggio il puzzo dei gas di scarico. Fortunatamente si cominciano a vedere piccole auto (quelle da campo da golf) e scooter elettrici.
Un altro aspetto che ho trovato “fuori posto” è stata la quantità di bottiglie abbandonate che rimandavano un’immagine di “sporco” e di “incuria”. Appariva strano che un paese che vive di turismo lasciasse sporcare le proprie strade in questo modo. Poi, facendo bene attenzione, ho notato che per le strade di Stromboli non ci sono cestini in cui gettare i rifiuti. Un’eclatante contraddizione! Si attirano decine di migliaia di turisti ogni stagione, si vendono tonnellate di merci destinate al ristoro e non si arredano le strade con dei cestini? Perché questa contraddizione?
Forse perché in tutti i luoghi popolati dagli esseri umani, luoghi in cui noi ci aggreghiamo in villaggi, paesi o città, esiste una sorta di equilibrio dinamico tra la necessità di godersi la vita secondo i propri istinti e la necessità di modificarli per le pratiche di vita e sopravvivenza, ovvero tra principio del piacere e principio di realtà. Per il paese di Stromboli, il principio del piacere equivale a potersi muovere liberamente e velocemente per il paese col minimo della fatica (ecco motocicli e traffico), ma si manifesta anche nel fastidio di doversi preoccupare dell’immondizia prodotta dai turisti. D’altro canto, il principio di realtà impone il problema del decoro che influisce sull’idea che si fanno i visitatori del paese, del “loro piacere” di essere a Stromboli, del modo in cui parleranno del luogo, costruendo la desiderabilità attraverso il passaparola.
Nel caso di Stromboli e degli strombolani, si ha l’impressione che l’equilibrio tra principio del piacere e principio di realtà penda ancora leggermente verso il primo.

Isola di Stromboli