I 10 BRANI MUSICALI PIU’ IMPORTANTI DELLA MIA VITA

Forse è per una catarsi. O forse per avere il piacere di condividere con chi legge questo blog, Vi propongo i 10 brani più importanti della mia vita. Non è stato facile scegliere perché io sono da sempre immerso nella musica. Mi nutro di musica e modulo il mio umore attraverso di essa. Ecco le mie scelte.

Burt Bacharach – Raindrops  keep falling on my head

Questo brano ha accompagnato la mia prima cotta adolescenziale. La cantavo malinconicamente perché l’oggetto del mio amore non ricambiava. Anzi, non sapeva neanche che fossi cotto. Semplicemente non mi calcolava per niente. ella serie: amori struggenti. Anni 13.

 

PFM – Celebration (Live in USA)

In una vacanza in campeggio, un amico aveva un registratore a cassette con questo nastro che andava e riandava tutta la giornata. Celebration è stato il mio ingresso nel rock. Siamo a 13 anni.

Francesco Guccini – L’avvelenata

Guccini è stato un fratello maggiore. Un fratello maggiore vicario. L’avvelenata, che faceva parte del mio repertorio alla chitarra, ci permetteva di sentirci trasgressivi perché potevamo cantare parole come cazzo, sega, scopare, culo. Più di ogni altri, Guccini ha rappresentato il mondo dei cantautori che sono stati i cantori della nostra giovinezza. Anni 14 in poi.

Pink Floyd – Shine your crazy diamond

I Pink Floyd sono stati una categoria a parte. Sentivamo molta musica, ma la loro musica era come sacra. Questo brano, in particolare, ne è la quintessenza. Si comincia intorno ai 14 anni

Dave Brubeck – Take five

Comprai il disco perché con le chitarre giocavamo a fare Take Five e così entrai nel mondo del Jazz. Una sorta di Virgilio del cool jazz. Naturalmente, non ne sono più uscito. Il disco lo comprai che avevo 16 anni.

Manhattan Transfer – Birdland

Questo pezzo ha accompagnato una fase importante della mia giovinezza, ovvero il passaggio dalla comitiva che ho vissuto fino alla tarda adolescenza a quella della giovinezza. Intorno ai 16 anni

Beethoven – I movimento sinf. n. 6 Pastorale

Siamo alla prima volta. Tutto sulle note diffuse da un registratore a cassette nella penombra di camera mia e nella maturità dei nostri 19 anni

Ennio Morricone – Tema d’amore (Nuovo Cinema Paradiso)

Film e musica sono stati un connubio inscindibile. Il film perché foriero di un incontro importante ma, al tempo stesso, portatore di una storia che è sempre entrata in risonanza con ma mia storia. Avevo circa 27 anni.

Compagnia del Cerchio – Canzone delle sei sorelle

Quando nacque mio figlio, piangeva sempre, afflitto dalle famigerate coliche gassose. A qualsiasi ora del giorno e della notte lo si cullava, tenendolo in braccio. Non conoscevo ninnananne e, allora, cantavo le canzoni che conoscevo. Questa era la ninnananna preferita. Anni 36

Squallor – Cornutone

Canzone senza tempo e ricorrente. L’ho cantata e mi ha aiutato nel corso degli anni nelle mie delusioni d’amore. Un inno alla sdrammatizzazione. L’inverso di un femminicidio.

Naturalmente, la mia vita è zeppa di musica e, forse, un giorno scriverò anche il post con il resto della musica importante per me. Per ora, spero che abbiate apprezzato questa.

ROMA CAPUT LERCIUM

Sui media informativi, ormai da anni, continua tambureggiante il rumore degli articoli sull’immondizia per strada a Roma. Denunce, inchieste, servizi dei telegiornali, interviste ad amministratori e gente comune costituiscono un terreno comune su cui sfogare il malumore. Quante volte ho sentito frasi del tipo “Quelli dell’AMA [NdR. Azienda Municipale Ambiente] non hanno voglia di fare niente”, oppure “il sindaco è un incapace”; oppure, ancora, “Rubano tutti e noi stiamo sempre nell’immondizia”. Immagino che, al momento dell’insediamento un qualsiasi assessore all’ambiente di Roma questi abbia nelle orecchie fischi e ronzii come fosse una locomotiva. Ma come affrontare il problema? Forse è il caso di fare un bel ragionamento sulla responsabilità.

Cominciamo elencando una serie di fatti facilmente verificabili da tutti.

  1. A) La sporcizia che è possibile vedere a Roma non ha appartenenze topografiche: se ne trova dai Parioli a Torpignattara, dall’EUR al centro
  2. B) Non esiste una tipologia specifica di immondizia: si trovano auto abbandonate, dai frigoriferi (famigerati) ai divani, dalle bottiglie ai televisori; ma soprattutto carte, plastiche e minutaglia varia è annidata dappertutto. Sui marciapiedi, ai bordi delle strade, nelle aiuole, nei parchi, nelle metropolitane, sugli autobus. wp_20161224_001Non solo. Questa microimmondizia la si incontro addirittura nei comprensori privati, nei condomini e negli ascensori.
  3. C) È possibile vedere all’opera i mezzi e gli uomini della municipalizzata che svuotano i cassonetti e puliscono le strade
  4. D) molto frequentemente è possibile trovare i contenitori (di tutte le misure, dal cassonetto al semplice cestino) ricolmi. Conseguentemente, di fianco ad un cassonetto straripante, si accumulano sacchetti e materiale di vario genere
  5. E) La pratica del “butta tutto nel buco”, con l’uso di discariche, non è una strada percorribile
  6. F) Qualsiasi impianto di incenerizione provoca perplessità ambientali e proteste della popolazione

Questi i fatti. Potrebbe esserne sfuggito qualcuno ma il quadro è ben delineato. In una città che conta quasi tre milioni di abitanti, è 207-514materialmente impossibile che alcune migliaia di lavoratori, per quanto meccanizzati, possano tenere pulite i 5500 km di strade della Capitale. Infine, c’è da sottolineare una realtà incontestabile: i responsabili dell’immondizia e dei rifiuti sparsi per la città sono gli abitanti di Roma.

Fatte salve queste premesse, cosa si potrebbe fare per invertire la tendenza? L’unica strada che possa garantire dei risultati è quella di restituire la responsabilità della pulizia agli abitanti stessi. Dietro all’immondizia c’è un atteggiamento di deresponsabilizzazione: “perché dovrei pulire io che già pago quelli dell’AMA?”. Occcorre una crescente presa di coscienza che, se è vero che abbiamo il diritto ad avere un servizio di rimozione dei rifiuti al servizio della collettività, dall’altro abbiamo l’equivalente dovere di non sporcare. Sembra elementare.

retake-2La consapevolezza che siano gli stessi abitanti a sporcare viene evidenziata dalle azione dei molti gruppi civici di “inseguimento del decoro” che brillano per senso di responsabilità ma che risultano inefficaci per una carenza ideologica che possa realmente essere coinvolgente sulle persone. Se l’atteggiamento deresponsabilizzato della gente si manifesta verso gli operatori ecologici, accade inevitabilmente che questo atteggiamento si manifesti verso i volontari civici (“perché dovrei aiutarli a togliere l’immondizia se c’è un’azienda che viene pagata con le mie tasse per farlo?”).

Ecco perché, già se venisse approvata l’ordinanza (con relative sanzioni) per cui ogni condominio deve provvedere alla pulizia del tratto di strada che interessa la proprietà, potrebbe essere una “spinta” alla responsabilizzazione. Ma non basta. Dall’altro lato occorre far diventare “desiderabile” non sporcare e/o pulire. Come tutte le azioni destinate alla modifica dei comportamenti, è indispensabile fornire motivazioni e gratificazioni. Per rimanere al passo con i tempi  – giusto per citare ad esempio il fenomeno di Pokémon Go –  è possibile usare la ormai vasta esperienza in tema di gamification.

IL POZZO DI WHATSAPP

Questa storia racconta del livello di dipendenza sociale che hanno raggiunto alcuni presidi del web e di quanto si venga messi di fronte a delle scelte che erodono pezzetti (grandi o microscopici) di dignità. Per potervi esporre la morale vi devo raccontare la storia.

 

“Un potente stregone, con l’intento di distruggere un regno, versò una pozione magica nel pozzo dove bevevano tutti i sudditi. Chiunque avesse toccato quell’acqua, sarebbe diventato matto.

il-pozzo-del-villaggio-col-castelloIl mattino seguente l’intera popolazione andò al pozzo per bere. Tutti impazzirono, tranne il re, che possedeva un pozzo privato per sé e per la famiglia, al quale lo stregone non era riuscito ad arrivare. Preoccupato, il sovrano tentò di esercitare la propria autorità sulla popolazione, promulgando una serie di leggi per la sicurezza e la salute pubblica. I poliziotti e gli ispettori, che avevano bevuto l’acqua avvelenata, trovarono assurde le decisioni reali e decisero di non rispettarle. Quando gli abitanti del regno appresero il testo del decreto, si convinsero che il sovrano fosse impazzito, e che pertanto ordinasse cose prive di senso. Urlando si recarono al castello chiedendo l’abdicazione. Disperato, il re si dichiarò pronto a lasciare il trono, ma la regina glielo impedì, suggerendogli: – Andiamo alla fonte, e beviamo quell’acqua. In tal modo saremo uguali a loro – . E così fecero: il re e la regina bevvero l’acqua della follia e presero immediatamente a dire cose prive di senso. Nel frattempo, i sudditi si pentirono: adesso che il re dimostrava tanta saggezza, perché non consentirgli di continuare a governare?

 

Dobbiamo questa parabola a Paulo Coelho ed è maledettamente pertinente ed attinente a whatsapp. Ora vi spiego perché.

 

Poco più di un mese fa mi appare un messaggio dell’app Whatsapp che mi annuncia che la società proprietaria del software avrebbe proceduto ad una variazione unilaterale delle condizioni del contratto. Il numero di telefono del mio smartphone si sarebbe integrato con le attività di Facebook. Da due anni, infatti, la società detentrice di Whatsapp era stata comprata da quella di Zuckemberg che ha speso la cifra iperbolica di 19 miliardi di dollari!! Non credo che si spendano cifre simili senza pensare di guadagnarne di più. Da dove escono questi soldi? Ci spiega Giovanni Ruggiero su liberoquotidiano.itle aziende che ne faranno richiesta, dietro lauto pagamento, potranno contattarvi anche su Whatsapp per proporvi i loro prodotti. Che si tratti di un’offerta imperdibile dal supermercato vicino casa o di una banca pronta a farvi diventare ricchi se aprite un conto online da loro, solo il tempo potrà dircelo. La funzione di condivisione è già attiva in automatico, sempre nell’ottica di renderci le cose più semplici possibili. E non abbiamo neanche tante scuse, perché nell’aggiornamento della policy della app tutto questo c’era scritto“. Siamo merce di scambio e di guadagno. Semplicemente. E veniamo a me.

 

Non mi sono mai piaciute le modifiche unilaterali dei contratti (le banche lo fanno sistematicamente e con notevole spocchia) perché contengono l’implicito disprezzo per la correttezza di una relazione: è come se dicesse “faccio come mi pare e la parola data vale solo per te”. Un atteggiamento che infastidirebbe chiunque. Ma se a farvelo è l’app che tutti usano e che è entrata a far parte della vita quotidiana popolo-di-whatsappdi tutti, allora diventa un atto donchichottesco resistervi. Io ci ho provato. Ho resistito una settimana, poi sono andato a bere al pozzo del villaggio, quello che usano tutti i sudditi che sono stati rapiti dalla follia. Ora sono tornato “normale” e di nuovo nel gregge, libero di dialogare di nuovo col popolo del villaggio. Con un pizzico di dignità in meno.

IL LAVORO AVVELENATO E LA QUESTIONE DELL’ORARIO

Questa riflessione parte dalla notizia riportata dai media della prospettiva dell’abolizione dell’orario di lavoro da parte del milionario Richard Branson proprietario della Virgin e della galassia 000004di aziende che possiede. Notizia accolta con favore e messa in risonanza anche con il pensiero di un altro dei grandi manager, il numero uno di Google, Larry Page. Riporto uno stralcio significativo dell’articolo: “per i suoi dipendenti ha abolito l’orario di lavoro. Perché “contano i risultati, non le ore che passi in ufficio”. Così sarà possibile assentarsi per “un’ora al giorno, una settimana o un mese, senza che nessuno faccia domande”. L’importante è che alla fine i progetti affidati a ognuno siano portati a termine con successo“. Interessante e pare entusiasmante. Però è possibile anche vedere il rovescio della 000002medaglia perché l’orario di lavoro nacque come tutela del lavoratore in epoca di rivoluzione industriale, quando ai lavoratori si facevano lavorare dodici ore al giorno. Un po’ quello che accade in alcuni paesi asiatici dove si sfruttano le persone al punto che i “dipendenti” dormono in brandine nella stessa azienda in cui lavorano.

Piace che qualcuno riesca ad arrivare alla conclusione che la produttività dipenda dal benessere del lavoratore, ma probabilmente ciò vale solo per alcuni lavori. Nel suo testo “Lavorare con intelligenza emotiva” Daniel Goleman sostiene che la capacità di empatia nei gruppi di lavoratori, dirigenti o sottoposti, determina la qualità del lavoro che viene svolto. Però il mondo non sembra andare in questa direzione. Un esempio per tutti. Nella civilissima Aosta, la Procura ha indagato i due proprietari di un’impresa di autotrasporto perché, approfittando dello stato di bisogno, ingaggiavano in nero degli autisti pagandoli un euro l’ora. Episodi come questo ne potremmo citare decine.

000001Appare evidente che la globalizzazione intesa tanto come facilità/rapidità della trasmissione delle informazioni, quanto come facilità dello spostamento di persone e merci a prezzi contenuti, ha reso talmente grande la concorrenza che i vecchi sistemi di tutela delle persone sul lavoro, lentamente conquistati dalla seconda metà dell’Ottocento in poi, non sembrano più sostenibili. Lavorare meno ha un costo che fa aumentare il prezzo del bene prodotto, per cui la retribuzione del lavoratore è uno dei parametri da diminuire per poter essere competitivi. In alternativa, si aumentano le ore di lavoro a parità di stipendio. E qui torniamo alla questione dell’orario di lavoro. L’orario di lavoro serve al lavoratore. Dire, come fa Branson, che l’orario non conta ma conta raggiungere i risultati è ambiguo. Chi li stabilisce gli obiettivi? Sono obiettivi raggiungibili? Il loro conseguimento dipende esclusivamente dal lavoro dei dipendenti o esistono condizioni e vincoli che possono inficiare il risultato? Non sono domande da poco. 000003In alternativa di un’onesta disamina di questi dubbi appare sempre più concreta la possibilità che si scivoli verso una dipendenza tale dai possessori dei capitali (i ricchi, che siano persone o multinazionali) che in alcuni paesi si concretizza in una schiavitù di fatto.

Siamo sicuri, allora, che nelle entusiasmanti propositi di Branson no si celi una polpetta avvelenata? I dubbi rimangono perché, come diceva un celeberrimo e scaltro politico italiano, a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca.

UNO SPOT DI POLIZIA

Da pochi giorni è stato pubblicato su Youtube il primo spot della Polizia di Stato intitolato “Chiamateci sempre”. L’oggetto del video sono le truffe che d’estate vengono realizzate ai danni degli anziani che rimangono soli nelle loro case. Testimonial in voce è stato Gianni Ippoliti, noto personaggio televisivo, che invita a chiamare la Polizia in ogni caso sospetto. Un’iniziativa volenterosa che però, nei modi in cui è stata realizzata, lascia molte perplessità sulla reale efficacia. Proviamo ad analizzarlo cominciando dal testo del parlato.
vlcsnap-2016-08-04-13h18m57s961D’estate c’è chi non va mai in vacanza, anzi, è in piena attività. Sono i truffatori! Si presentano a casa vostra come appartenenti alle forze dell’ordine o per controlli su acqua, luce e gas. O per consegnare pacchi truffa. Non siete soli! Chiamateci sempre“. In coda una grafica con lo stemma e scritta Polizia di Stato e #essercisempre.
La prima considerazione da fare è sui destinatari dello spot (di durata 30”). E’ evidente che si tratta della popolazione di anziani, quindi persone ultrasessantenni. Da questo derivano le prime due perplessità. Lo spot in questione è stato caricato su Youtube, sul canale della Polizia di Stato ed è stato condiviso da alcune testate. La domanda è: qual è la percentuale di ultrasessantenni che sta su internet e potrebbe vedere uno spot in rete? Secondo alcuni solo il 2,5% degli ultrasessantacinquenni. Poca roba. Soprattutto se teniamo conto che gli anziani più esposti a questo tipo di truffe sono quelli che vivono in solitudine, quindi che non navigano in rete. Altra considerazione, sullo stesso tenore della prima, è che l’aggiunta finale dell’hashtag #essercisempre è assolutamente ininfluente sul target che difficilmente potrà godere del potere aggregatore di esso perché non è un frequentatore di Twitter. E’ consona al target, invece, la scelta del testimonial in voce: Gianni Ippoliti è una voce conosciuta ad un pubblico ancora legato al mezzo televisivo. La sua presenza – proprio perché spiccatamente televisiva – sarebbe stata più efficace se fosse stata anche in video.
vlcsnap-2016-08-04-13h19m14s526In conclusione, lo spot della Polizia di Stato, anche se artigianale, avrebbe potuto essere anche efficace se solo avesse avuto il vettore adeguato. E’ uno spot che sarebbe dovuto passare in televisione, sulle reti generaliste, soprattutto nelle fasce pomeridiane. Questo spot, come gran parte della comunicazione sociale (vedi le campagne di Pubblicità Progresso), risente di una certa confusione comunicativa in termini di scelte realizzative e diffusive che ne disinnescano il potenziale.

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QUANTA PSICOLOGIA IN POKEMON GO?

Il videogioco Pokémon Go sta impazzando. Accade sempre più di frequente che un videogioco possa godere di un successo virale. Si sa, gli esseri umani, quando sono liberi di fare ciò che vogliono tendono a imitarsi a vicenda. Ma questo fenomeno, oltre gli aspetti imitativi di tipo adolescenziale, mette in moto ben altro.

I videogiochi nascono innanzitutto per divertire e  – solo dopo –  per fare soldi. Questa seconda possibilità, però, si è dimostrata determinante perché i profitti che hanno cominciato ad accumulare le case di produzione hanno permesso di aumentare progressivamente gli investimenti e, di conseguenza, la capacità di “induzione tecnologica”. I videogiochi hanno accompagnato e incentivato lo sviluppo di macchine sempre più potenti, con processori sempre più performanti e costi sempre più bassi.

I videogiochi sono diventati il livello d’ingresso della cultura digitale dal momento che i bambini ormai entrano in contatto con la logica digitale proprio attraverso di essi. Col passare del tempo la massa di persone digitalizzate, siano esse nativi o emigranti, è diventata tale che tutte le innovazioni e tutti i comportamenti che si generano hanno consistenti ricadute nelle società. Un esempio per tutte sono le pratiche di gamification , ovvero quelle iniziative che cercano di ottenere una modificazione del comportamento attraverso le dinamiche insite nei videogiochi, come le gratificazioni e l’esploratività cognitiva.

Il videogioco Pokémon Go non è sbucato dal nulla. Già nel 2007 prendeva avvio Critical City, un videogioco a realtà aumentata che nasceva con intenti sociali. E’ evidente che Pokémon Go è stato lanciato con l’intento di fare profitti, testimoniato anche dagli investitori che hanno permesso l’operazione.

Il gioco si basa su quello che viene chiamata “realtà aumentata“, una sorta di terra di mezzo tra off line e on line. Attraverso lo sfruttamento delle mappe di Google, il software piazza in corrispondenza di alcuni luoghi virtuali (sulla mappa) alcuni pupazzetti che potranno essere avvicinati, fotografati e catturati tramite i movimenti nello spazio cittadino rilevati dalla geolocalizzazione dell’apparecchio mobile.

Questo tipo di attività mette in moto alcune attitudini del nostro cervello che abitualmente usiamo in altri casi. Per esempio, quando guidiamo un’automobile, noi “diventiamo” grandi quanto l’auto e, grazie a questa capacità di adattamento, evitiamo di urtare persone e oggetti mentre ci muoviamo. Come anche, quando decidiamo un percorso per andare da casa al luogo di vacanza, costruiamo nella nostra testa la “mappa mentale” del tragitto, tenendo conto della nostra fretta (obiettivi), dell’ora e del traffico (vincoli), delle caratteristiche del mezzo con cui ci muoviamo (percezione di sé) e così via. Pokémon Go agisce allo stesso modo e ci costringe a lavorare sulla mappa mentale che appositamente costruiamo nel nostro cervello.

Tutto questo lavorìo tra reale e virtuale ha l’effetto collaterale di abituarci lentamente a sovrapporre e integrare nelle nostre pianificazioni sia il livello reale, sia quello virtuale. Progressivamente ci troveremo pronti a gestire sistemi più complessi che potranno aumentare le nostre capacità di orientarci in questa “protomatrix” che si prospetta nel futuro ormai neanche tanto remoto.

LA STRANA MALTA

Appena sotto la Sicilia, Malta galleggia nel Mediterraneo e, assieme a Lampedusa e Pantelleria, è una sorta di guado naturale tra l’Africa e l’Italia. Come tale è stata vissuta da tutte le popolazioni che vi sono approdate nel corso dei secoli. Più modestamente, vi sono arrivato anche io con l’ambizione di godermi una piccola vacanza e con la curiosità di scoprire un nuovo luogo, nuova gente, nuovi costumi.

La prima impressione del paese che ti accoglie, quando si viaggia in aereo, viene data dal tragitto dall’aeroporto al proprio hotel (o alla casa). Nel mio caso un tassista maltese mi ha shakerato per bene con la sua guida a scatti. Sono riuscito, comunque a guardare lo scorrere delle case e subito è balzata alla mia attenzione la pietra di Malta: una pietra di un giallo-ocra uniforme. Gran parte delle costruzioni hanno questa pietra a vista e l’uniformità del colore mi ha fatto imprimere un’impressione di monotonia del paesaggio urbano. Ma la dinamica edilizia non si è fermata a questa impressione. Ne parlerò più avanti.

Sono sceso nella zona del turismo massiccio, ovvero Sliema. Un lungomare con decine e decine di persone che corrono sui marciapiedi. La sera, con l’affollamento dello struscio, questi runners impongono un’impegnativa attività di reciproco evitamento. Francamente, tutta quella gente che corre mi ha dato un senso di fastidio perché non mi consentiva di rilassarmi durante la passeggiata. Mi sono chiesto se questi forzati della corsa coatta siano in grado di godersi la vita. Ognuno trova le proprie soddisfazioni, però diffido di coloro che non hanno percezione degli altri intorno a sé.

_MG_0013Tornando all’enfasi edilizia dei maltesi, è caratteristica la presenza costante, su qualunque vista panoramica dei vari luoghi, la presenza delle gru. A tratti pare di rivedere lo skyline de L’Aquila della ricostruzione post-terremoto. _MG_0015A differenza delle costruzioni in pietra gialla, però, il cemento armato incalza al punto che in certi punti l’edificio in stile tradizionale diventa l’eccezione. Questa spinta edilizia aggressiva fa ricordare le spregiudicate operazioni immobiliari dei palazzinari italiani, che hanno mangiato territorio per decenni, senza particolari cure estetiche. Malta sembra preda della stessa frenesia. D’altra parte, la piccola repubblica è da poco entrata nell’Unione Europea e ha aderito anche alla moneta unica. La crescita economica viaggia a cifre sostenute ed una prova indiretta di questa circolazione di danaro l’ho intuita nella spropositata quantità di ristoranti italiani o sedicenti tali. Una presenza simile l’avevo notata a Praga ed anche allora il sospetto che dietro questa invasione di aziende italiane dedite alla ristorazione potesse annidarsi la probabilità di lavanderie di danaro della malavita organizzata è sempre stato forte.

La sensazione della Storia, però, è forte. Soprattutto nella sua dimensione militare. Essendo una specie di nave alla fonda tra le varie sponde del Mediterraneo, Malta è sempre stata oggetto dell’occupazione di altre genti, dai Fenici agli Inglesi. Girando per la capitale, Valletta, è forte la connotazione fortilizia lasciata dai Cavalieri di Malta che erano, sì dei religiosi dediti alle attività di salute e ospedalizzazione, ma sono stati anche guerrieri capaci di difendere e resistere ad attacchi. Anche se, alla fine, una rivolta dei maltesi terminò l’esperienza dei Cavalieri, molta Storia è rimasta legata a loro ed oggi questi elementi monumentali sono parte dell’offerta turistica dell’Isola. Come è anche diventata oggetto di promozione turistica la pagina recente di Storia legata alla resistenza (ancora una volta!) degli Inglesi nell’ultima guerra mondiale. Malta è stata una base strategica degli Alleati nel Malta-2Mediterraneo ed ha resistito per lungo tempo senza essere mai conquistata , ma oggetto dei bombardamenti martellanti delle forze aeree tedesche e italiane.

Gli italiani, appunto. La terra più vicina a Malta è la Sicilia. Essa fa parte geologicamente proprio della piattaforma siciliana. Entrambe hanno conosciuto dominazioni comuni, come normanni, angioini e arabi. Queste, sommate all’italiano e l’inglese, hanno generato una lingua che è la somma di tutte quante. Quando siamo all’estero ci può capitare di ascoltare i toni e i modi linguistici del popolo che ci ospita e, con un po’ di sensibilità, possiamo riconoscerne le pronunce. Il maltese mi ha dato l’impressione di un collage di espressione e linguaggi. Naturalmente, molte parole sono italiane. Proprio per questi aspetti storico-linguistici, Malta è il paradiso degli italiani che vogliono viaggiare senza sapere l’inglese: quasi tutti  capiscono l’italiano, e due/terzi lo parlano.

La presenza inglese nell’isola è stata lunga ed ha intriso tutta la cultura maltese. La guida a sinistra sulle strade ne è l’aspetto più immediato. Ma si riconosce questa impostazione culturale anche nell’organizzazione sociale e istituzionale che mi ha dato l’impressione di fare dei maltesi il risultato spurio della britannizzazione di un’indole mediterranea.

Ancora due notazioni da turista. La prima è che, rispetto ad altre due nazioni mediterranee e vocate al turismo, L’Italia e la Grecia, Malta sia più cara. Forse perché, come in tutte le isole, è costoso far arrivare le merci. WP_20160703_003L’altra riguarda il mare. E’ splendido e le coste soprattutto di rocce contribuiscono a tenerlo pulito. Sono stato nell’isola di Comino alla scoperta della famosa Laguna Blu. La sfortuna ha voluto che ci arrivassi di domenica, con un affollamento pari alla riviera romagnola che, sicuramente, faceva perdere molto del fascino di quel pezzo di Mediterraneo, anche se molto contribuisce al reddito dei maltesi.

psicologia, audiovisivi e vita delle persone