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IL POZZO DI WHATSAPP

Questa storia racconta del livello di dipendenza sociale che hanno raggiunto alcuni presidi del web e di quanto si venga messi di fronte a delle scelte che erodono pezzetti (grandi o microscopici) di dignità. Per potervi esporre la morale vi devo raccontare la storia.

 

“Un potente stregone, con l’intento di distruggere un regno, versò una pozione magica nel pozzo dove bevevano tutti i sudditi. Chiunque avesse toccato quell’acqua, sarebbe diventato matto.

il-pozzo-del-villaggio-col-castelloIl mattino seguente l’intera popolazione andò al pozzo per bere. Tutti impazzirono, tranne il re, che possedeva un pozzo privato per sé e per la famiglia, al quale lo stregone non era riuscito ad arrivare. Preoccupato, il sovrano tentò di esercitare la propria autorità sulla popolazione, promulgando una serie di leggi per la sicurezza e la salute pubblica. I poliziotti e gli ispettori, che avevano bevuto l’acqua avvelenata, trovarono assurde le decisioni reali e decisero di non rispettarle. Quando gli abitanti del regno appresero il testo del decreto, si convinsero che il sovrano fosse impazzito, e che pertanto ordinasse cose prive di senso. Urlando si recarono al castello chiedendo l’abdicazione. Disperato, il re si dichiarò pronto a lasciare il trono, ma la regina glielo impedì, suggerendogli: – Andiamo alla fonte, e beviamo quell’acqua. In tal modo saremo uguali a loro – . E così fecero: il re e la regina bevvero l’acqua della follia e presero immediatamente a dire cose prive di senso. Nel frattempo, i sudditi si pentirono: adesso che il re dimostrava tanta saggezza, perché non consentirgli di continuare a governare?

 

Dobbiamo questa parabola a Paulo Coelho ed è maledettamente pertinente ed attinente a whatsapp. Ora vi spiego perché.

 

Poco più di un mese fa mi appare un messaggio dell’app Whatsapp che mi annuncia che la società proprietaria del software avrebbe proceduto ad una variazione unilaterale delle condizioni del contratto. Il numero di telefono del mio smartphone si sarebbe integrato con le attività di Facebook. Da due anni, infatti, la società detentrice di Whatsapp era stata comprata da quella di Zuckemberg che ha speso la cifra iperbolica di 19 miliardi di dollari!! Non credo che si spendano cifre simili senza pensare di guadagnarne di più. Da dove escono questi soldi? Ci spiega Giovanni Ruggiero su liberoquotidiano.itle aziende che ne faranno richiesta, dietro lauto pagamento, potranno contattarvi anche su Whatsapp per proporvi i loro prodotti. Che si tratti di un’offerta imperdibile dal supermercato vicino casa o di una banca pronta a farvi diventare ricchi se aprite un conto online da loro, solo il tempo potrà dircelo. La funzione di condivisione è già attiva in automatico, sempre nell’ottica di renderci le cose più semplici possibili. E non abbiamo neanche tante scuse, perché nell’aggiornamento della policy della app tutto questo c’era scritto“. Siamo merce di scambio e di guadagno. Semplicemente. E veniamo a me.

 

Non mi sono mai piaciute le modifiche unilaterali dei contratti (le banche lo fanno sistematicamente e con notevole spocchia) perché contengono l’implicito disprezzo per la correttezza di una relazione: è come se dicesse “faccio come mi pare e la parola data vale solo per te”. Un atteggiamento che infastidirebbe chiunque. Ma se a farvelo è l’app che tutti usano e che è entrata a far parte della vita quotidiana popolo-di-whatsappdi tutti, allora diventa un atto donchichottesco resistervi. Io ci ho provato. Ho resistito una settimana, poi sono andato a bere al pozzo del villaggio, quello che usano tutti i sudditi che sono stati rapiti dalla follia. Ora sono tornato “normale” e di nuovo nel gregge, libero di dialogare di nuovo col popolo del villaggio. Con un pizzico di dignità in meno.

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TRATTATO PRATICO DELLA PERSONALITA’ AI TEMPI DEL WEB

Nel 2004 nasce Facebook e la sua progressione, il suo successo, diventano parte integrante della trasformazione dei comportamenti al tempo del web. Anzi, ne diventano il volto popolare, il veicolo su cui si compiono alcuni fenomeni di cui ancora oggi ne vediamo i potenti sviluppi. Nel 2008 viene girato uno straordinario documentario (che poi avrà un sequel in una serie tv), “Catfish“. Tre documentaristi testimoniano con le telecamere la storia di una strana relazione nata su Facebook ad uno di loro tre. Attraverso una bambina molto portata per la pittura, il protagonista conosce in successione: la madre, la sorella, il fratello ed una serie di altre persone legate a loro. La sorella della bambina, soprattutto, è avvenente e tra i due si intreccia un fitto dialogo che assume i contorni di un flirt virtuale.
Un episodio casuale fa scattare un sospetto e le indagini dei tre autori risale la fila di una lunga serie di incongruenze che fanno sospettare che in tutta la storia vi siano parecchie falsità. Durante una trasferta che li porta abbastanza vicini ai luoghi dove vive questa famiglia, decidono di andare a vedere di persona e scoprono che Angela, la madre della bambina, aveva inventato tutto e gestiva una dozzina di profili su Facebook di persone inesistenti. I due, Nev il documetarista e Angela la madre di questa famiglia, hanno un chiarimento e la seconda ammette tutte le falsità e le bugie. Ma rivela anche una situazione familiare complessa e pesante, in cui le identità virtuali che ha creato “movimentano” e colorano la sua vita emozionale. Alla fine lei cancella tutti i falsi profili e assume la sua reale identità su Facebook e Nev rimane suo amico.
Questo documentario, realizzato in una fase protoweb2.0 (esce nel 2010), è sostanzialmente un trattato pratico della personalità ai tempi del web. Si vedono “agiti” tutti i fenomeni legati a questo periodo storico dominato dalle comunicazioni rapide e dalle relazioni real-virtuali. Vi troviamo la costruzione del Sé, la relazione di coppia, il corteggiamento, l’integrazione reale-virtuale, il senso di Identità, la nascita del desiderio, il senso della fiducia, la proiezione, la trasformazione delle relazioni, la consapevolezza, il senso di colpa e tanto altro ancora.
Catfish è, di fatto, un testo audiovisivo propedeutico alla conoscenza delle dinamiche della personalità rispetto ai social media. Un documentario utile a chi fa della psicologia e della psicoterapia il proprio lavoro.

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METAPSICOLOGIA DA FACEBOOK, OVVERO PSICOLOGI DA SOCIAL NETWORK

C’è abbondanza di psicologi su Facebook. Almeno a me è sembrato. Sarà per “deformazione professionale” che vado a cercarli, perciò li noto. Stavo quasi per buttare giù un post di commento quando ho pensato che le mie considerazioni potevano risultare troppo parziali.
Così ho pensato di fare una piccola indagine. Ho fatto una domanda a duecento psicologi e psicoterapeuti presenti su Facebook e poi sono andato a fare altre domande di verifica alle persone comuni presenti su questo social network.
E’ emerso che poco più del 20% degli psicologi intervistato ha affermato di aver ottenuto un paziente/cliente/ingaggio direttamente da Facebook, ma una buona parte di loro ha anche ammesso che ciò è accaduto una sola volta. Alle persone comuni, invece, ho chiesto prima se avessero mai notato psicologi o servizi di psicologia su Fb e il 37% del campione ha risposto affermativamente. Poi ho chiesto loro se fossero stati mai contattati da psicologi o servizi di psicologia, anche solo attraverso una richiesta di “like” o l’invito ad un evento: si scende drasticamente al 16%. Infine, ho chiesto se li avessero mai contattati di loro iniziativa e la percentuale scende ulteriormente ad un esiguo al 4%.
Alcune considerazioni, dunque. L’attività degli psicologi/psicoterapeuti su Facebook non produce cospicuo lavoro ma, come anche segnalato da uno degli intervistati, “FB è più utile come strumento indiretto, quindi per farti una buona reputazione più che essere ricercato in modo diretto dai pz”. Tutto il lavorìo degli psicologi in termini di ricerca della visibilità – stando al mio empirico campione – produce oltre un terzo di persone che hanno effettivamente notato qualcosa che, però, si traduce in un’esile richiesta di contatto fattivo. E fin qui le conclusioni dirette che è possibile trarre. Ma si possono provare a trarre altre impressioni sugli psicologi su Fb.
Innanzitutto, nel corso della raccolta delle risposte, è stato possibile osservare il “social-comportamento”. Il primo dato che colpisce è che, ad una richiesta di aiuto, ben il 29% di psicologi e psicoterapeuti contattati non ha risposto. Se consideriamo che un social network è per definizione uno “strumento di contatto e di relazione” , allora il dato è impressionante perché denota un’indisponibilità al contatto: un peccato mortale per un socio-cybernauta. C’è stato anche chi ha pubblicato un post puntiglioso su come interpretare la propria presenza su Fb, scrivendo tra l’altro: “i messaggi sono aperti per richiesta di informazioni relative alla psicologia e la mia attività ma non per ‘fare due chiacchiere’ (se non sui temi proposti), per ‘fare conoscenza’ (…) Non solo non è lo scopo della pagina ma oggettivamente non potrei stare dietro a tutti i messaggi”. Se questa presa di posizione fosse stata scritta su un sito personale (es. picopallino.it) o un blog sarebbe stata legittima, ma in un social network sembra un’ingenuità. Perché stare su Facebook se non per entrare in contatto? Similmente, è inutile stare professionalmente su Facebook e non frequentarlo regolarmente. Essere su Facebook appare imprescindibile proprio perché è diventato l’agorà globale in cui ricordare a tutti che esistiamo e che facciamo qualcosa: ma, come una piazza reale, la nostra capacità di entrare in relazione, in contatto, con gli altri dipende proprio dalla nostra disponibilità. Poi ognuno usa il proprio account secondo una personale “linea editoriale”: c’è chi lo usa per dispensare pillole di saggezza, chi lo usa per un serrato marketing professionale, chi ne mescola frammenti della vita privata e chi vorrebbe stare da solo con i propri amici e non si capisce perché abbia specificato che è psicologo/psicoterapeuta.
Infine, ho notato un fenomeno bizzarro. Molto, molto spesso, appena chiedevo l’amicizia ad un collega (e mi veniva accordata), a ruota seguita la richiesta di like ad una o più pagine. Una strana reciprocità convulsa.
Per chi vuole curiosare nei dati dell’indagine, eccoli a seguire.

– Il campione di psicologi è stato scelto in base alla presenza in foto della persona (al momento della richiesta di amicizia) e della dichiarazione esplicita (nome o informazioni pubbliche) della professione di psicologo/psicoterapeuta. Il criterio è stato scelto perché uno psicologo/psicoterapeuta che si cela dietro la foto di un gattino, di una stella o di qualsiasi altra cosa, probabilmente può mostrare inconsapevolmente una paura di “esporsi” agli sconosciuti.
– Il campione è composto da 200 psicologi e psicoterapeuti su tutto il territorio nazionale. Il 29% di quelli contattati non ha risposto. Così ripartiti per generi: 23% degli uomini; 31% delle donne.
– Alla domanda “Hai mai ottenuto un paziente/cliente/ingaggio tramite il profilo Facebook?”. SI: 22% del campione. NO: 46% del campione. Non esercito: 3%
– Il campione delle “persone comuni” è composto da 159 soggetti su tutto il territorio nazionale. Il 13% delle persone contattate non hanno risposto. Così ripartiti per generi: 16% degli uomini; 11% delle donne.
– Alla domanda “hai mai notato psicologi o servizi di psicologia su Facebook?”. SI: 37% del campione, così ripartiti per generi: 13% degli uomini; 24% delle donne. – NO: 63% del campione.
– Alla domanda “Sei mai stato contattato da psicologi o servizi di psicologia (es. inviti a eventi e richiesta di “mi piace”)?”. SI: 16% del campione, così ripartiti per generi: 3% degli uomini; 13% delle donne. NO: 84% del campione.
– Alla domanda “Hai mai chiesto qualcosa a psicologi o servizi di psicologia su Facebook?”. SI: 4% del campione, così ripartiti per generi: 0,5% degli uomini; 3% delle donne. NO: 96% del campione.

L’UTENSILE FACEBOOK

Sono milioni gli adulti che vivono e sperimentano attraverso Facebook. Nascono nuove amicizie o nuove relazioni, come anche muoiono matrimoni e si appassiscono conoscenze. Tutto avviene con scioltezza: anzi, con entusiasmo. Poi si accorgono che lo stesso mondo “free” lo stanno vivendo i propri figli e allora cominciano le preoccupazioni. Alcuni cercano una sponda con i media che, nella loro ricerca delle corde emotive della paura, soffiano sul fuoco. Casi di cronaca vengono sbattuti su articoli e servizi in tv raccontando di prostituzione, bullismo, cyberbullismo, omologazione e cose simili. Ma, in realtà, cosa accade quando i ragazzi – soprattutto adolescenti – cominciano ad interagire attraverso Facebook?

Serge Tisseron, psichiatra e psicoanalista all’Università Paris VII Denis Diderot, prova a fare un’analisi del fenomeno [Psicologia Contemporanea n. 242]. Tisseron analizza alcuni luoghi comuni rispetto a Facebook. Il primo è che “per i giovani Facebook sostituisce il mondo reale“: in realtà è più una specie di ricreazione in cui essi prolungano il cazzeggio che già fanno quando stanno assieme. Il secondo è che “espongono la propria intimità senza riflettere” che, dice Tisseron, talvolta è vero ma che i social network sono fatti apposta per mettersi in evidenza (ed i genitori lo sanno bene). Naturalmente, i più tentati ad esibire la propria intimità sono i ragazzi deboli, con una scarsa autostima. Altro luogo comune è che “chi usa i social network ha meno rapporti col mondo reale“, in una sorta di ritiro dalla realtà. Pare che sia vero il contrario: le reti virtuali non solo non isolano gli utenti dal loro ambiente immediato ma, semmai, rinforzano i contatti esistenti nel mondo fisico e permettono di stabilirne di nuovi. Ancora, “i rapporti in rete sono meno autentici che nella vita reale” ma sembra che neanche questo sia verificabile perché, pur ribadendo la maggiore ricchezza della comunicazione faccia-a-faccia, la perdita di certe inibizioni, tipiche della vita sociale, favorisce la sincerità in rete, insieme al fatto di incontrare interlocutori che condividono interessi importanti, ai quali ci si può sentire particolarmente vicini.

In conclusione, lo studioso francese nota che se è vero che i genitori devono badare che i loro ragazzi non trascorrano troppo tempo su Facebook, avrebbero torto a drammatizzare la situazione. Sbaglierebbero anche a volerli sorvegliare (…) Niente può sostituire la fiducia e una comunicazione franca.

Come sempre, di fronte a ciò che ci incute dubbi e timori, le posizioni tendono a irrigidirsi tra apocalittici e integrati. Ma, alla fine, Facebook, come Youtube o WhatsApp, sono sono degli strumenti, degli utensili: è la mente di chi li usa che ne determina la pericolosità. Quindi, più che partire con controlli serrati ed asfissianti che generano le fughe dei propri figli, bisognerebbe puntare ad un rapporto di fiducia sincera con i ragazzi. L’autorevolezza richiede tempo ed onestà e i ragazzi lo sanno.