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GENITORI, FIGLI E LA COMPETIZIONE NELLA VITA

Chiunque abbia avuto dei figli passa attraverso il lungo percorso di istruzione dei figli. Si comincia addirittura con l’asilo nido e si finisce con il master o la specializzazione all’università. Nella ipotesi peggiore è un percorso che dura anche venticinque anni. In tutto questo tempo si combatte una silenziosa disputa tra genitori e figli, con i primi che spingono verso lo studio e i secondi che cercano di soddisfare queste richieste. Fin qui lo schema, ma la faccenda è molto, molto più complessa.

Qualche considerazione preventiva può aiutare a chiarire il quadro. I piccoli imparano senza alcun bisogno di stimolazione preventiva, per esposizione e per gioco. Nella tassonomia dell’apprendimento nello sviluppo evolutivo, ogni scuola ha generato la sua teoria. Più semplicemente, possiamo dire che il salto di qualità dell’apprendimento avviene per una mutazione della Motivazione. In condizioni naturali il bambino apprende ciò che gli serve nel suo spazio vitale. Ma sappiamo che, in una società complessa come quella che viviamo, non basta imparare basic, ma è opportuno proiettarsi molto in avanti. Ecco che quel  comportamento istintivo e fondamentale per la sopravvivenza che porta i piccoli a fare ciò che gli viene chiesto dai genitori diventa la motivazione di livello superiore. Per un bambino è fondamentale avere l’approvazione del genitori ed il suo comportamento viene ampiamente plasmato da questo tipo di dinamica. Ma la faccenda si complica a causa della correlazione tra istruzione e competizione per le risorse. Uno degli assiomi consolidati negli ultimi duecento anni è che ad una maggiore istruzione corrisponde un maggiore benessere. Essere “istruiti” ha dato molti vantaggi a chi poteva diventarlo. Un medico dell’inizio del Novecento era un’autorità assoluta per la comunità. Questo assioma si è consolidato quando, a partire dagli anni Cinquanta, la scuola è diventata un fenomeno di massa. Se da un lato la scolarizzazione generalizzata ha innalzato i livelli culturali delle nostre società, dall’altro questo fenomeno ha incastonato questo percorso in quello più ampio della gestione delle Risorse. Fino a quando la società ha mantenuto un livello ottimale di crescita economica, esistevano risorse sufficienti per far intravedere a tutti  – soprattutto ai genitori –  la possibilità di un miglioramento della condizione di arrivo dei figli rispetto a quella dei genitori stessi. Lo chiamano “ascensore sociale“. Ma, quando comincia a declinare la crescita economica, si crea una situazione di scarsità di risorse tale che l’ascensore sociale si ferma o, addirittura, scende. La competizione diventa micidiale.

In questa situazione, i bambini ed i ragazzi, si trovano nella poco invidiabile condizione che descrive perfettamente Silvia Vegetti Finzi in un suo articolo apparso sulla rivista Psicologia Contemporanea, lo scorso gennaio 2017. La psicologa e psicoterapeuta dice: “Viviamo in una società competitiva, dove il futuro è incerto e minaccioso: molti giovani resteranno probabilmente senza lavoro e ben pochi troveranno un’attività corrispondente alle loro aspirazioni per cui, nella corsa della vita, i genitori tendono a trasformarsi in allenatori (…) Prigionieri dell’ansia da prestazione, questi ragazzi incrementano competenze e abilità a scapito dell’evoluzione complessiva. Non essendo liberi di scegliere, non possono sbagliare“. La spinta competitiva dei genitori li porta a riempire la vita dei propri figli di percorsi “formativi” per potergli dare qualche gettone in più da giocare alla slot della competizione delle risorse: imparano inglese (perché dove vai senza sapere l’inglese?); fanno sport (perché fa bene e plasma il carattere, allenando alla competizione); portano voti alti a scuola (perché nella classifica delle opportunità è meglio avere molti punti per apparire più appetibili); frequentano gli ambienti giusti (perché senza conoscenze non si va da nessuna parte). Ancora la Vegetti Finzi nota che “sono sempre più i ragazzini che, schiacciati da richieste insostenibili, incapaci di corrispondere alle aspettative della famiglia, finiscono per sentirsi inadeguati sino a perdere sicurezza e autostima. Di conseguenza, aumentano le patologie legate all’ansia, come l’iperattività e le difficoltà a concentrarsi“. Non solo, troviamo dall’adolescenza in poi che molti “mollano” e si riscontrano situazioni di irritabilità con seguente litigiosità in famiglia, depressione che induce il ricorso a additivi di varia natura (soprattutto alcool e droghe leggere), ai casi di rifiuto della realtà come gli hikikomori.

Cosa fare? Quale ponderoso dilemma si trovano davanti i genitori! Esiste un’alternativa alla corsa alla competizione, in cui alcuni arrivano alla meta ma molti “si schiantano” per strada?

Lo scopo dell’educazione consiste soprattutto nel far emergere il desiderio del ragazzo e, coniugandolo con il senso di responsabilità, sostenerne la realizzazione (…) L’Io contro tutti non paga, meglio sostituirlo con il senso della comunità, con un Noi solidale, che si forma in situazioni di convivenza e collaborazione tanto nella scuola, quanto in ambiti extrascolastici” afferma ancora Silvia Vegetti Finzi. In molte parti del mondo si comincia a comprendere che scendere nell’arena della competitività da soli si perde. Saranno i gruppi, col reciproco sostegno, ad avere più possibilità di benessere. Non a caso nei paesi scandinavi già si affacciano nuovi percorsi formativi che aiutano i bambini ad imparare la collaborazione, l’empatia ed i comportamenti altruistici. In tutti i casi di situazioni difficoltose, è sempre il gruppo ad avere le migliori possibilità, quindi bisogna insegnare i nostri figli a collaborare, ad essere solidali, ad aiutare: cominciando dalla famiglia in cui si cresce. Proprio da lì che si comincia ad imparare. Dei genitori che collaborano, sono sensibili agli altri membri, che aiutano chi è in difficoltà, sono il viatico migliore.

Dalla competitività estrema, spietata, che non fa prigionieri, si può lavorare per una sorta di decrescita felice o, più esattamente, verso una riformulazione dei paradigmi di formazione e crescita dei figli. È inutile dotare i figli degli strumenti per arrivare alle risorse se questi, poi, non avranno modo di goderle perché impegnati ad un accumulo forsennato delle risorse stesse, che siano case, danari, conoscenze o incarichi prestigiosi.

Quando chiacchiero con altri genitori amo affermare che  – esagerando –  preferisco un figlio carrozziere felice che Nobel suicida.

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GITE DI ISTRUZIONE?

Qualche tempo fa mi sono ritrovato a visitare il sito archeologico di Villa Adriana a Tivoli. Il luogo evocava scenari di raffinatezza e maestosità frutto della personalità dell’imperatore romano che l’aveva voluto. Purtroppo l’atmosfera era stracciata dalla presenza di due scolaresche che hanno imperversato per tutto il tempo, agitandosi come palline di un flipper. Mi sono chiesto cosa mai potessero “apprendere” quei ragazzi nelle tre lunghissime ore di quella gita di istruzione. Quando è capitato che mio figlio dovesse partecipare ad uno dei vari campi scuola, la sua eccitazione paventava notti brave e scherzi e lazzi con i compagni, ma nessuna indicazione sui luoghi da visitare. Per completare il quadro, ricordo le parole atterrite di alcuni insegnanti nel dover fare i pastori di greggi esagitati. Dunque, a cosa servono queste uscite?
La teoria afferma che l’uscita di gruppo serve ad integrare ed approfondire ciò che viene svolto in classe. Sappiamo anche che non tutti i ragazzi apprendono allo stesso modo; come anche che esistono delle differenze nelle attitudini intellettive, come notato da Howard Gardner (“Formae mentis. Saggio sulla pluralità dell’intelligenza”; Feltrinelli, 2002). Infine, nella scuola italiana sono consentite attività specifiche destinate a sostenere i comportamenti di cooperazione e aiuto reciproco, i cosiddetti comportamenti pro sociali.
Viene spontanea la domanda, vista la sostanziale scarsa efficienza delle uscite di istruzione attualmente praticate, se siano ipotizzabili altre modalità di uscita. Probabilmente il problema è nel paradigma “tutti insieme”, ovvero il dogma per cui l’istruzione “deve” essere omologata e collettiva. A mio parere, invece, è possibile praticare percorsi per gruppi più piccoli in virtù delle specifiche attitudini dei ragazzi. La socialità potrà essere incentivata in altrettante specifiche iniziative.

LA SCUOLA ITALIANA FA MALE

Meglio leggere prima il post nel link

http://genitoricrescono.com/colloquio-insegnanti-svezia/

Nel link troverete il racconto di una mamma – presumiamo italiana in Svezia – che si incontra con la scuola svedese: o meglio, con le insegnanti e col metodo adottato. Appare evidente che in quel paese tutta l’istituzione scolastica è al servizio del bambino. Questi è al centro di tutto e le differenze individuali sono accompagnate. Viene inevitabile il confronto con la scuola italiana, di cui media e politici si fanno grande vanto ma che, tutti riconoscono, è un po’ in difficoltà. Sarebbe presuntuoso da parte mia pensare di essere esaustivo con un semplice post, ma alcune notazioni è possibile farle.

Se avete avuto modo di ascoltare i racconti dei bambini e dei ragazzi è possibile notare che la nostra scuola si è ridotta ad un costante e spietato esercizio del potere. Quello della politica sull’istituzione, attraverso le continue riforme che non fanno altro che togliere fondi e creare confusione (a prescindere dalla parte politica che le attua). Quello dell’istituzione sui propri manager (una volta detti Presidi), con pretese di quadrature di bilancio e gestione di processi e persone, ma senza delegare, poi, un potere effettivo. Quello dei docenti sugli allievi, attraverso in meccanismo del “giudizio a prescindere” (vedi la vignetta in basso), in cui le differenze delle persone, ovvero degli allievi, non esistono, semplicemente; ma anche attraverso modalità di reclutamento della classe insegnante che genera impiegati dell’insegnamento.
A cosa serve, oggi, la scuola in Italia? Dipende. Ad imparare nozioni, generalmente. Non serve, però, ad imparare come usare le nozioni, cioè come impiegarle nella vita reale. A volte, dipende dalla capacità dell’insegnante, un metodo per risolvere i problemi. Sicuramente la scuola serve ad imparare tutto lo spettro di furbizie italiche generate dalla confusione strategica della stessa.
In un post successivo scriverò di come mi piacerebbe la scuola italiana. Intanto, confortato dalle opinioni, dai saggi e dalle dichiarazioni di addetti ai lavori, posso concludere che la scuola italiana è stata utile fino agli anni Ottanta dello scorso secolo. E’ stata indifferente fino agli anni 2000. Oggi è controproducente, un vero flagello per quelli che dovranno affrontare il futuro globalizzato.

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INSEGNARE NON E’ GIUDICARE

INSEGNARE NON E' GIUDICARE

Il sistema formativo di una nazione corrisponde al grado di civiltà raggiunto da questa. Non solo. I sistemi di valutazione dovrebbero servire agli insegnanti per capire dove stanno sbagliando, non dove sbagliano gli allievi. Affronterò ancora l’argomento in futuro. Un tema fondamentale per la crescita di qualsiasi comunità.