COSTRETTI AL GIORNALISMO FAI-DA-TE

E’ evidente come la tendenza a presentare l’informazione come merce accattivante, espediente strategico in grado di attrarre l’attenzione di un’audience distratta, ampliando allo stesso tempo la platea dei destinatari di messaggi pubblicitari, tenda a modificare profondamente l’ideologia e le pratiche del giornalismo, il suo ruolo sociale, l’etica e la deontologia, fino ad incidere sullo stesso statuto delle notizie” [Andrea Cerase in “Neogiornalismo”, a cura di Mario Morcellini].

L’informazione e il giornalismo sono uno di quegli ambiti della società occidentale che costituiscono, al tempo stesso, pilastro ed effetto della società stessa. La nostra “infosfera” rimane quello spazio in cui noi possiamo attingere le informazioni che possono esserci utili per vivere e migliorare. Un’infosfera che, con l’arrivo delle ultime tecnologie, si è improvvisamente velocizzata, ingigantita e sfilacciata. Siamo bombardati da informazioni e questa abbondanza non ci rende più informati, bensì più incerti sull’attendibilità di tutte queste informazioni. I giornali tradizionali, soprattutto in Italia, sono diffusamente reputati poco affidabili perché storicamente troppo contigui o dipendenti dal Potere. Ecco che le informazioni smettono di essere mattoni per la conoscenza e vengono riconvertite in “merce“. Il passo è breve e, se la notizia è diventata merce, il giornalista diventa venditore.

A causa di tutto ciò, diventa sempre più difficile pensare alla abnorme categoria dei giornalisti come dei tenaci ed affidabili esploratori della realtà e dei difensori delle persone.. Quindi, le persone tendono a fare da sole, a costruirsi da soli la propria infosfera o, almeno, a selezionarla autonomamente.

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I COMPLIMENTI DI CHI COMANDA

Nel n. 239 di Psicologia Contemporanea leggo il sintetico articolo sugli “effetti collaterali” dei complimenti sul luogo di lavoro. Se da un lato l’apprezzamento di un datore di lavoro verso i dipendenti può essere un ottimo sostegno alle motivazioni, dall’altro possono essere fraintesi, creando effetti opposti a quelli desiderati.

“Studi recenti identificano differenti forme di esplicitazione dell’ammirazione per un lavoro svolto bene che possono tradursi in esiti indesiderati: a) complimenti manifestati con linguaggio ambiguo (…) Da ciò deriva il dubbio che il giudizio, anche senza volerlo, sia percepito come un espediente linguistico non pienamente favorevole; b) complimenti troppo frequenti per piccole cose (…) determinano una perdita del loro valore per eccesso di offerta; c) complimenti inappropriati, quando si supera il contesto professionale mettendo in risalto aspetti dello stile di vita o del modo di vestirsi o delle caratteristiche di genere (…) in questi casi si rischia facilmente di incrinare il clima delle relazioni interpersonali con il sospetto di intenzioni manipolatorie (…); d) complimenti imbarazzanti si verificano quando un manager indirizza l’apprezzamento ad una singola persona di fronte ad altri membri di un gruppo di lavoro (…) la stessa persona che riceve l’elogio prova l’imbarazzante sensazione di doversi giustificare per uno stile comunicativo a rischio di favoritismi; e) complimenti grossolani e sgraziati (…) possono sortire effetti indesiderati facendo pensare che il complimento non sia genuino, non si basi sulla reale conoscenza dei risultati (…); f) complimenti da piazzista (…) assai frequenti nei rituali collettivi che grandi organizzazioni multinazionali promuovono per cercare di riconoscere il valore del loro personale (…) In questi casi, l’ammirazione per i risultati ottenuti non è certo personalizzata e spesso assomiglia a forme di adulazione tipiche dei venditori porta a porta”.

La tassonomica categorizzazione fatta in questo articolo segnala solo un fenomeno più ampio, ovvero la capacità di stabilire socialmente un valore delle persone. Facciamo alcune puntualizzazioni. Innanzitutto bisogna considerare che sui luoghi di lavoro la stragrande maggioranza dei “capi” sono uomini, per cui non possiamo escludere che esistano delle differenze stilistiche nel fare i complimenti. Inoltre, bisogna considerare che il confine tra riconoscimento del valore e tentativo di seduzione (entrambi possibili nel complimento) sono molto sfumati. Infine, i complimenti (intesi come manifestazione di riconoscimento del valore) sono uno dei mattoni delle strategie persuasive.

La comunicazione tra le persone è un fenomeno molto sofisticato e ci permette di comprendere tanto ciò che viene detto, quanto ciò che è implicito. Maggiore è la maturità della personalità e maggiore la capacità di comprensione della comunicazione. Direi che, volendo trovare una chiosa, se vogliamo dare riconoscimento ad una persona sarebbe preferibile farlo da uno all’altro e riservare i riconoscimenti sociali al territorio delle azioni formali e ritualizzate. Quindi, se sei bravo te lo dico in privato e se lo devono sapere gli altri lo faccio pubblicamente con una bella medaglia al petto.

L’aggressione dello scherzo e la creatività del gioco

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Bisogna stare agli scherzi, recita un vecchio adagio. Lo scherzo, però, è un’aggressione ritualizzata (entro regole condivise), anche se accettata socialmente. Comunque rimane un’aggressione. Il gioco, invece, manca dell’aggressività: si partecipa tutti al gioco (mentre lo scherzo viene subìto) ed è un’attività che vive di creatività. Parimenti, possiamo fare la stessa distinzione tra satira ed umorismo.

Ecco che, quando un regista che ha appena vinto l’Oscar è oggetto di uno scherzo come quello descritto da Michele Serra, possiamo supporre che sia stato uno scherzo dettato dall’invidia: aggressivo, appunto.

La realtà e gli psicologi

Nella mia attività di commento psicologico delle notizie, ovvero nella rubrica TG3 Altre Visioni, trovo sempre molta difficoltà di fronte alle notizie capaci di innescare delle valutazione stereotipate. L’uomo violento che ammazza la moglie, l’aggressione ad un gay, la rivendicazione femminista, un comportamento dettato dalla religione: in questi, e in altri campi, ci si trova a dover considerare le reazioni delle persone mosse da schemi mentali stereotipati. Quel “pensiero normale” che non consente di andare oltre l’apparenza e ci nasconde tutte le altre possibili ragioni che hanno determinato un comportamento. Forse un compito degli psicologi – visto che ne abbiamo in eccesso per poter fare tutti i “curatori del prossimo” – potrebbe essere quello di fare i mediatori con la realtà mediatica, ad uso e consumo delle persone: magari per far scoccare la prima scintilla di una capacità critica.

psicologia, audiovisivi e vita delle persone