IL LAVORO AVVELENATO E LA QUESTIONE DELL’ORARIO

Questa riflessione parte dalla notizia riportata dai media della prospettiva dell’abolizione dell’orario di lavoro da parte del milionario Richard Branson proprietario della Virgin e della galassia 000004di aziende che possiede. Notizia accolta con favore e messa in risonanza anche con il pensiero di un altro dei grandi manager, il numero uno di Google, Larry Page. Riporto uno stralcio significativo dell’articolo: “per i suoi dipendenti ha abolito l’orario di lavoro. Perché “contano i risultati, non le ore che passi in ufficio”. Così sarà possibile assentarsi per “un’ora al giorno, una settimana o un mese, senza che nessuno faccia domande”. L’importante è che alla fine i progetti affidati a ognuno siano portati a termine con successo“. Interessante e pare entusiasmante. Però è possibile anche vedere il rovescio della 000002medaglia perché l’orario di lavoro nacque come tutela del lavoratore in epoca di rivoluzione industriale, quando ai lavoratori si facevano lavorare dodici ore al giorno. Un po’ quello che accade in alcuni paesi asiatici dove si sfruttano le persone al punto che i “dipendenti” dormono in brandine nella stessa azienda in cui lavorano.

Piace che qualcuno riesca ad arrivare alla conclusione che la produttività dipenda dal benessere del lavoratore, ma probabilmente ciò vale solo per alcuni lavori. Nel suo testo “Lavorare con intelligenza emotiva” Daniel Goleman sostiene che la capacità di empatia nei gruppi di lavoratori, dirigenti o sottoposti, determina la qualità del lavoro che viene svolto. Però il mondo non sembra andare in questa direzione. Un esempio per tutti. Nella civilissima Aosta, la Procura ha indagato i due proprietari di un’impresa di autotrasporto perché, approfittando dello stato di bisogno, ingaggiavano in nero degli autisti pagandoli un euro l’ora. Episodi come questo ne potremmo citare decine.

000001Appare evidente che la globalizzazione intesa tanto come facilità/rapidità della trasmissione delle informazioni, quanto come facilità dello spostamento di persone e merci a prezzi contenuti, ha reso talmente grande la concorrenza che i vecchi sistemi di tutela delle persone sul lavoro, lentamente conquistati dalla seconda metà dell’Ottocento in poi, non sembrano più sostenibili. Lavorare meno ha un costo che fa aumentare il prezzo del bene prodotto, per cui la retribuzione del lavoratore è uno dei parametri da diminuire per poter essere competitivi. In alternativa, si aumentano le ore di lavoro a parità di stipendio. E qui torniamo alla questione dell’orario di lavoro. L’orario di lavoro serve al lavoratore. Dire, come fa Branson, che l’orario non conta ma conta raggiungere i risultati è ambiguo. Chi li stabilisce gli obiettivi? Sono obiettivi raggiungibili? Il loro conseguimento dipende esclusivamente dal lavoro dei dipendenti o esistono condizioni e vincoli che possono inficiare il risultato? Non sono domande da poco. 000003In alternativa di un’onesta disamina di questi dubbi appare sempre più concreta la possibilità che si scivoli verso una dipendenza tale dai possessori dei capitali (i ricchi, che siano persone o multinazionali) che in alcuni paesi si concretizza in una schiavitù di fatto.

Siamo sicuri, allora, che nelle entusiasmanti propositi di Branson no si celi una polpetta avvelenata? I dubbi rimangono perché, come diceva un celeberrimo e scaltro politico italiano, a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca.

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