LA SOGLIA DEL BIMBO MORTO

È passato un tempo sufficiente a far evaporare la bolla mediatica ed a valutarne gli effetti da quella terribile fotografia. Pubblicata dal The Guardian, quotidiano inglese, e ripresa poi da tutti i media del mondo, la foto del bambino morto su una spiaggia in seguito al tentativo di sbarcare in Europa è stata un tragico esempio delle dinamiche dell’informazione di massa contemporanea. Nella narrazione dei mezzi d’informazione il bambino acquista un nome, Aylan, una storia e dei familiari morti con lui.
In questo caso – ed accade raramente rispetto alla quantità di foto che ogni giorno vengono pubblicate in internet di bambini morti – questa foto è diventata un simbolo mediatico di un intero fenomeno. Purtroppo, in quanto simbolo, la foto del bambino è diventata anche un grimaldello per scardinare le normali difese della personalità dinanzi alla sofferenze, consentendo a chi la pubblica di arrivare a generare un sobbalzo emotivo. Da quella prima foto, le repliche di quell’immagine di sono moltiplicate esponenzialmente fino a saturare il web, i telegiornali e, indirettamente, addirittura la radio. Una sorta di frullatore mediatico.
È stato inevitabile che quell’immagine si trasformasse in uno strumento di propaganda, ovvero che in tanti la usassero per scopi differenti dall’informazione pura. Tutte queste dinamiche di gestione dei simboli da parte del mondo mediatico e delle pratiche propagandistiche generano, molto probabilmente, alcuni effetti collaterali.
I primo è l’abituazione, un fenomeno che è insito nella nostra neuropsicologia, Sostanzialmente, si realizza quando siamo sottoposti ripetutamente ad uno stimolo e, col passare delle ripetizioni, lo avvertiamo sempre meno fino – per periodi di ripetizione molto lunghi – a non accorgercene più. Il secondo è l’evitamento che consiste nello sfuggire alla stimolazione che genera dolore/malessere. Il terzo è la connivenza che nasce quando chi assiste a situazioni che generano emozioni non tenta di farle cessare ma, anzi, a volte mette in moto dei comportamenti per assistere di nuovo all’evento emozionante, in una dinamica che ricorda molto la pornografia. Infine, possiamo considerare un diffuso aumento della diffidenza nelle persone che intuiscono le intenzioni strumentali di chi usa foto e video sperando di innescare le emozioni per usarle ai propri fini.
L’effetto complessivo finale, esteso a grandi masse di fruitori dei media, potrebbe essere molto probabilmente un’impercettibile e progressiva desensibilizzazione alla sofferenza altrui, andando ad inibire i comportamenti empatici e prosociali. Si potrebbe diventare anche sempre meno disponibili a sentirsi coinvolti e indignati.

10428619_10153794324607985_1101981348133892158_n

matteo-renzi-aylan

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...