UNA TESI MAFIOSA

E’ inutile. Non ci riusciamo proprio. Noi italiani facciamo molta fatica – mediamente – ad essere onesti e sinceri. Ma, soprattutto, è difficilissimo rinunciare ad approfittare di una posizione di potere quando ci viene data o quando la conquistiamo. I concetti appena espressi potranno essere anche uno stereotipo, un’estrema semplificazione, ma vengono sistematicamente confermati dai media. Leggiamo che l’Italia è prima in Europa per quanto riguarda la corruzione. Leggiamo di falsi invalidi che, grazie ad un certificato medico, beneficiano per anni di una pensione a cui non hanno diritto. Leggiamo anche di concorsi pubblici che vengono messi in piedi perché un “figlio o nipote di” possa arrivare ad un incarico. L’elenco potrebbe continuare.
La scuola è immune da tutto ciò. Naturalmente no e potremmo citare una miriade di casi in cui viene insegnato ai ragazzi come essere degli italiani perfettamente integrati col trend nazionale. Quando, per esempio, non si spiega loro con quali criteri verranno valutati. Oppure quando non si permette il dissenso nelle dovute forme o non si ammette davanti a loro di aver fatto un errore. Ma anche quando il dirigente (una volta lo chiamavamo preside) diventa un’entità irraggiungibile: per gli studenti, per i genitori e, purtroppo, per i docenti stessi. L’esempio – si sa – è la più efficace forma di insegnamento per i giovani.
Questa “formae mentis” di chi ha un minimo potere diventa l’humus culturale del pensiero mafioso. Non quello, però, che viene esercitato con la violenza (un comportamento stigmatizzato, condannato e pubblicamente ripudiato), bensì quello socialmente accettato, come può esserlo quello di un insegnante. Dalle elementari all’università.
Già fino all’università. Basta parlare con gli studenti e scoprire che un docente che sottopone al ricatto implicito “non ti farò da relatore se non fai una tesi su un tema che interessa a me”, magari traducendo decine di articoli o portando pacchi di dati sperimentali. La tesi dovrebbe essere l’atto finale di un percorso di apprendimento e di formazione: l’atto con cui lo studente mostra quanto ha imparato. Dovrebbe essere un atto creativo autonomo formato dal sapere acquisito: diventa, invece, una forma subdola di “pizzo intellettuale”. La connotazione culturalmente mafiosa è che intorno a questa pratica c’è l’omertà di tutta l’istituzione universitaria e la rassegnazione al sopruso tipica delle popolazioni non tutelate da nessuno. Si subisce e basta, perché – tanto – protestare ti peggiora solo le cose.
Quando, poi, a fare tutto ciò è un docente che insegna psicologia, allora è probabile che quella cultura mafiosa sia diventata il nostro modo di essere.

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