GLI ANTICORPI ALLE IMMAGINI – Le forme di resistenza alle immagini che ci impongono

dal sito (chiuso) psicologiadellaudiovisivo.it ripropongo questo articolo del 2004

Un impulso improvviso e il nostro pollice scatta inaspettatamente. Sul televisore appare un altro canale. Zapping inconscio . Oppure ricordate la vostra espressione soddisfatta quando avete cancellato la faccia beota del presentatore con un semplice click. Nessun rimpianto, era legittima difesa. Ma tutto ciò è l’esito finale di un lungo processo. Prendiamola da lontano.

Dei nostri sensi, il primo a funzionare è l’udito che, già mentre siamo nella pancia di nostra madre verso il sesto mese, comincia a farci sentire i suoni e la voce materna in particolare. A partire da allora, il suono della voce sarà il principale riferimento su ciò che accade fuori di noi. Le voci, i dialoghi, i racconti ci permettono di sapere eventi e storie lontane. La tradizione orale ha perpetuato nei secoli questa modalità fino al penultimo artificio tecnologico: la radio.

Ma, con il cinema sonoro prima e la televisione poi, la narrazione è diventata audiovisiva . Questa avuto un successo tale che ha inciso profondamente nelle nostre abitudini, come ben sanno gli studiosi di linguaggio e di società come Omar Calabrese che evidenziava l’influenza della tv nei modi di parlare [Jacomella, 2004]. La diffusione della televisione, e quindi dell’audiovisivo, è stata capillare: da indagini Istat si apprende che solo il 7% degli italiani afferma di non avere un televisore [Nardecchia, 2004]. Questa situazione ha determinato progressivamente una dipendenza del pubblico televisivo dall’informazione proveniente da questa fonte. Senza voler ricorrere ai sintomi indiretti come gli appelli del Papa e del Presidente della Repubblica, basta constatare il rapporto tra spettatori dei tg e lettori di quotidiani che al 2003 era di oltre due volte superiore [Polo, Gambaro, 2003). E se ne sono accorti i pubblicitari che investono sempre più nella comunicazione commerciale in tv. Ma c’è un effetto meno evidente ma sempre più forte, con connotati psicosociologici.

Noi ci orientiamo nella vita attraverso delle personalissime mappe cognitive , ossia un modo di ricordare una pluralità di informazioni dislocate nello spazio [Bonino, 2000]. Progressivamente si è esteso questo concetto a tutte le informazioni, quindi contemplando il tempo, le emozioni, la memoria, i valori e tutto ciò che contribuisce a farci esprimere una valutazione di noi e del mondo. Oltre alle mappe cognitive, usiamo vari artefatti come strumenti di modifica dell’ambiente che ci circonda. E se lo strumento modifica l’ambiente esso trasforma l’uomo [Smorti, 2004] che lo usa: la televisione è uno degli strumenti che usiamo in modo esponenziale. Ciò è vero a tal punto che l’estremizzazione di questo fenomeno si riassume nella famigerata frase di Marshall McLuhan: il medium è il messaggio [McLuhan, 1990].

E questa televisione contemporanea ci sta bombardando con programmi di informazione . Basti solo alla proliferazioni di edizioni dei vari telegiornali: solo nei network nazionali vie etere se ne trasmettono 49 al giorno. Senza contare tutte le altre rubriche, dal gossip all’inchiesta. I telegiornali sono istituzionalmente la realtà che entra in casa per cui la nostra idea di ciò che accade ci viene innanzitutto da lì, anche se sono innumerevoli gli studi e le opinioni che dubitano della capacità di un telegiornale di rappresentare la realtà, soprattutto in Italia. Ma esistono dei territori più confusi, ovvero quelli dell’ infotainment che uniscono informazione e intrattenimento e si riducono ad una spettacolarizzazione dell’informazione [Grasso, 2002]. Ma non basta. Fare spettacolo con la realtà è diventato un tale imperativo che è esplosa l’offerta di reality show in cui si finge di fare vedere (e riprendere) delle persone “normali”, infatti “ il reality show è una macchina narrativa implacabile, organizzata fin nei minimi particolari ” [Grasso, 2002].

La realtà viene spinta a viva forza nel teleschermo anche da altri tipi di programmi: i real TV . In questi programmi vengono proposte immagini amatoriali, girate dal pubblico stesso, che mostrano feste di compleanno, matrimoni, vacanze, cerimonie, saggi di varie forme, animali, e tutto ciò che ci è più prossimo che, a sua volte, passa attraverso la patente di veridicità e notorietà della televisione. Il passaggio in tv toglie dall’anonimato le nostre attività quotidiane. Ma, al tempo stesso, la struttura del programma tende a sottolineare “ la natura di filtro asettico della televisione, protesa sul mondo, per restituirlo in maniera affidabile, veritiero ” [Grasso, 2002].

Tutti questi programmi, informazione, infotainment, reality show, real tv, si fondano sul presupposto che la TV ti fa vedere la realtà e, noi professionisti della televisione, ci limitiamo solo a renderlo più gradevole nella forma .

Ma ci sono effetti collaterali. Tutta questa offerta di confezioni di realtà ci induce subdolamente a pensare che, se è tanto facile che la realtà entri nel televisore, allora anch’io posso finire in TV in qualsiasi momento . Ciò è tanto più possibile perché negli ultimi quindici anni c’è stata una diffusione esponenziale delle telecamere, tanto amatoriali quanto professionali [Scarta, 2004] LINK. Cominciamo a sentirci inseguiti dalle telecamere e dalle immagini audiovisive . Ma, mentre se andiamo al cinema o guardiamo un film in vhs o dvd possiamo decidere come e quando vedere le immagini, con l’immagini televisiva è diverso. Inoltre, i punti in cui ci imbattiamo in televisori accesi si stanno moltiplicando: addirittura stanno nascendo le TV per i supermarket [Angì, 2004].

La possibilità di essere carpiti e sbattuti in TV e visti dalle altre persone è suffragata da una miriade di episodi quotidiani: i passanti che vengono intervistati su qualsiasi argomento; immagini frutto di telecamere a circuito chiuso; pubblico ospite dei vari programmi; per arrivare al caso di una prostituta in Germania che ha vinto ad un quiz show e che è stata riconosciuta dai suoi clienti che, a loro volta, hanno svelato la sua vera attività [Venerdì de La Repubblica, 2004].

Non a tutti piace questa situazione. E, chi più e chi meno, mettiamo in moto dei meccanismi per difenderci da questa invasione . Le razioni più elementari sono quelle della fuga, della difesa passiva e della difesa attiva. La fuga la compiamo quando evitiamo l’aggressione senza neanche provare a gestire l’evento. Se la pubblicità irrompe in un film o in una partita ecco che il pollice sul telecomando scatta stizzito e usiamo lo zapping come uscita di sicurezza. Ma questo meccanismo è soprattutto per le persone che vivono con ansia e fastidio queste situazioni. Chi è più tranquillo riesce a “staccare” l’attenzione e si rifugia in pensieri propri. Possiamo avere, però, delle reazioni di difesa passiva in cui si usano delle opportunità esistenti per modificare la situazione: un esempio è spegnere, rinunciando a guardare il programma e andando a fare qualcos’altro. Oppure aggirare la fragorosa proposta televisiva noleggiando o acquistando film, componendosi autonomamente il proprio palinsesto (ormai il libreria e in edicola è buona l’offerta di programmi oltre che di film). Infine, quando siamo saturi, stufi e incazzati, possiamo decidere di “fare qualcosa” per inficiare questo andazzo. Una difesa attiva ci può spingere a fondare una telestreet, la tv di quartiere che aggiunge le immagini a quello che erano le radio libere degli anno ‘70. Ci può spingere a fondare addirittura una televisione di informazione underground [La Repubblica, 2004] o un canale satellitare ad azionariato popolare [Scalise, 2004].
Ma le forme più forti emotivamente sono quelle che vediamo nella foto scattata a Milano e che testimonia in modo forte il timore sull’invadenza delle telecamere. Oppure dai corsi di regìa organizzati a Lodi per i bambini, perché questi non siano più vittime della TV e nella speranza che, pur non avendo una generazione di registi, almeno di averli spettatori consapevoli [Il Messaggero, 2004].
Per arrivare, addirittura, alle forme goliardiche e artistiche di resistenza come le visite guidate alle telecamere di sorveglianza sparse per la città e relativi sberleffi davanti all’obiettivo [Reboli. 2003].

E’ cominciata la Resistenza, dunque. L’eterno conflitto tra chi ti vuole convincere e chi vuole rimanere autonomo . Si è stanchi di avere nelle nostre mappe cognitive questo monolite che invade tutto con le sue interferenze e pretende di imporre il suo modo di interpretare la realtà. E la partita potrebbe cominciare a diventare interessante, perché le risorse in campo si stanno riequilibrando leggermente proprio grazie alla tecnologia. Su internet cominciano a trovare spazio quei filmati che si vogliono occultare nelle grandi aziende di audiovisivi. Oppure, similmente a quanto è già accaduto all’informatica, con la virulenta attività degli hacker che con la loro etica slegata sono fonte di smarrimento in tanti, anche nelle immagini audiovisive potrebbero arrivare i “guastatori di immagini”: esistono già, si chiamano Adbusters e interferiscono con i messaggi pubblicitari sui manifesti stradali [Lipperini, 2004] e potrebbero arrivare tra un po’ anche agli audiovisivi.

Un bel problema, dunque, se questi telespettatori cominciano anche a fare della resistenza. Ci aspetta una guerra a colpi di dissolvenze e pianisequenza? Forse no, l’audiovisivo, e la tv in particolare, non sono ancora così importanti. Però non sarebbe male che qualcuno, in quelle stanze in cui si pensano industrialmente usi per telecamere e televisori, prendano in considerazione un altro scomodo concetto: lo sviluppo sostenibile .

Fonti e bibliografia

• Angì N.: “La TV su misura per negozi è oggi tutta made in Italy”; Affari e Finanza de La Repubblica del 19-1-04
• Bonino S. (a cura di): “Dizionario di psicologia dello sviluppo”; Torino, 2000; Einaudi
• Grasso A. (a cura di): “Enciclopedia della televisione”; Milano, 2002; Garzanti
• Jacomella, G: “Da Friends all’Isola dei Famosi”; Corriere della Sera 3-2-2004
• Lipperini L.: “I guastatori di immagini”; La Repubblica del 31-1-2004
• McLuhan M.: “Gli strumenti del comunicare”; Milano, 1990; Mondadori
• Nardecchia L.: “Chi c’è davanti al televisore”; Immaginazioneweb.it 15-4-2004
• Polo M., Gambero M.: “Informazione e pluralismo nel sistema televisivo”; la voce.info 25-11-2003
• Reboli F.: “In visita guidata contro le telecamere”; L’Espresso on line il 8-12-2003
• redazionale: “Bella di giorno, brava in tv”; Venerdì de La Repubblica 10-12-2003
• redazionale (firma F.Fer.): “Lodi: i bambini registi, non più vittime della tv”; Il Messaggero 19-1-2004
• redazionale (firma A.P.): “Quel guerrigliero dei media che promuove lo stile underground”; La Repubblica del 10-2-2004
• Scalise I.M.: “Nasce la televisione ad azionariato diffuso”; Affari e Finanza de La Repubblica del 15-3-2004
• Scarta G.: “Il destino compiuto delle telecamere”; Immaginazioneweb.it 1-15-2004
• Smorti A.; “Applausi al professore”; in Psicologia Contemporanea mag/giu-2004; Giunti

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...