IMMAGINI, TELEGIORNALI E INFORMAZIONI

dal sito (chiuso) psicologiadellaudiovisivo.it ripropongo questo articolo del 2004

Qualche giorno fa il critico televisivo de La Repubblica , Sebastiano Messina, si rallegrava del ritorno in tv di Milena Gabanelli, giornalista d’assalto e pluripremiata che incarna l’inchiesta televisiva a basso costo. Nello specifico, Messina apprezzava il lungo reportage sulle derive dell’ONU e soprattutto del fatto che i giornalisti che lo avevano realizzato ci facevano vedere ciò di cui parlavano, grazie alle loro piccole telecamere, le stesse con cui noi ci giriamo i filmini delle vacanze. Riflettiamo un attimo. Un giornalista si compiace del ritorno eccezionale di un altro giornalista che riesce a fare informazione. L’ordinario diventa straordinario a detta proprio di chi lo fa. Notevole!

Se, dunque, ad un giornalista fa impressione che una collega riesca a fare dell’Informazione in tv, allora è ipotizzabile che riuscire a dare “informazioni utili” non sia così scontato. Nel senso elementare del termine, ovvero nel semplice passaggio di informazioni, tutto nella nostra vita può essere informazione. Valanghe di studi sociologici, semiologici e linguistici ci hanno mostrato il complesso universo della comunicazione. Ma il senso dell’informazione a cui si rifaceva il critico del La Repubblica evocava un mondo di informazioni utili alla comprensione del mondo: si può immaginare che le informazioni utili siano quelle che ci arrivano già organizzate. Il mondo della comunicazione globale e ridondante che stiamo vivendo ci suggerisce che una marea di informazioni ci obbliga ad un pesante lavoro di selezione che diventa, alla lunga, fine a se stesso. Ai professionisti dell’informazione (che non sono solo i giornalisti) si chiede di filtrare e organizzare per noi queste informazioni. Quindi, alla Gabanelli di turno, si chiede di dare delle informazioni che completino quelle di cui posso venire in possesso per i normali canali. La particolarità del caso citato riflette una condizione propria della televisione del nostro tempo. Il rapporto tra immagini proposte e notizie contenute è bassissimo. In una ricerca fatta dall’Associazione Italiana Telecineoperatori si prendeva in esame un telegiornale (Studio Aperto, Italia 1). Nella semplice analisi si notava come le immagini pertinenti alla notizia che si stava dando erano pochissime. E se in alcuni casi era difficile proporre delle immagini specifiche per una notizia come il rincaro del petrolio, diverso era il caso dell’incidente sul lavoro in cui le telecamere arrivano sempre molto dopo l’evento, per cui il massimo che possono farci vedere è il luogo dell’evento. Ricordo una volta che venne data una notizia di un regolamento di conti con relativo ritrovamento di conti del cadavere in una campagna. Le immagini facevano vedere degli alberi ed un campo appena arato: immagini buone per un servizio di agricoltura, ma non per un fatto di cronaca nera.

Il problema è nel fatto che per poter riprendere un evento è necessario esserci per caso o saperlo prima e appostarsi. In tutti i casi è molto difficile. Ecco perché il telegiornale è generalmente povero di immagini contenenti informazioni; come pure si comprende il fenomeno dei programmi di real-tv in cui si propongono i filmati amatoriali fatti da persone che si sono trovate al momento nel posto giusto. E’ il caso, emblematico di questa trasformazione dell’informazione televisiva, della morte di Carlo Giuliani, nel 2001 a Genova, durante il G8: c’erano tante di quelle telecamere che era fatale che qualcuna riprendesse qualcosa di significativo.

Per concludere possiamo pensare che l’unica possibilità di aumentare le informazioni contenute nelle immagini è di generare strutture on-demand in cui andare a vedere direttamente i filmati significativi, quelli che contengono veramente informazioni. I normali telegiornali si ridurrebbero in strumenti obsoleti, zeppi di notizie ridondanti (pensiamo ai testi letti prima delle notizie che ripetono pari pari le parole contenute nel servizio), condannati ad una cadenza eccessiva e quindi ripetitivi (un servizio di cronaca può essere ripresentato nella stessa forma dall’edizione del mattino a quella della notte): insomma, buoni per quelli che vogliono rimanere con la testa nella sabbia.

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