L’UTENSILE FACEBOOK

Sono milioni gli adulti che vivono e sperimentano attraverso Facebook. Nascono nuove amicizie o nuove relazioni, come anche muoiono matrimoni e si appassiscono conoscenze. Tutto avviene con scioltezza: anzi, con entusiasmo. Poi si accorgono che lo stesso mondo “free” lo stanno vivendo i propri figli e allora cominciano le preoccupazioni. Alcuni cercano una sponda con i media che, nella loro ricerca delle corde emotive della paura, soffiano sul fuoco. Casi di cronaca vengono sbattuti su articoli e servizi in tv raccontando di prostituzione, bullismo, cyberbullismo, omologazione e cose simili. Ma, in realtà, cosa accade quando i ragazzi – soprattutto adolescenti – cominciano ad interagire attraverso Facebook?

Serge Tisseron, psichiatra e psicoanalista all’Università Paris VII Denis Diderot, prova a fare un’analisi del fenomeno [Psicologia Contemporanea n. 242]. Tisseron analizza alcuni luoghi comuni rispetto a Facebook. Il primo è che “per i giovani Facebook sostituisce il mondo reale“: in realtà è più una specie di ricreazione in cui essi prolungano il cazzeggio che già fanno quando stanno assieme. Il secondo è che “espongono la propria intimità senza riflettere” che, dice Tisseron, talvolta è vero ma che i social network sono fatti apposta per mettersi in evidenza (ed i genitori lo sanno bene). Naturalmente, i più tentati ad esibire la propria intimità sono i ragazzi deboli, con una scarsa autostima. Altro luogo comune è che “chi usa i social network ha meno rapporti col mondo reale“, in una sorta di ritiro dalla realtà. Pare che sia vero il contrario: le reti virtuali non solo non isolano gli utenti dal loro ambiente immediato ma, semmai, rinforzano i contatti esistenti nel mondo fisico e permettono di stabilirne di nuovi. Ancora, “i rapporti in rete sono meno autentici che nella vita reale” ma sembra che neanche questo sia verificabile perché, pur ribadendo la maggiore ricchezza della comunicazione faccia-a-faccia, la perdita di certe inibizioni, tipiche della vita sociale, favorisce la sincerità in rete, insieme al fatto di incontrare interlocutori che condividono interessi importanti, ai quali ci si può sentire particolarmente vicini.

In conclusione, lo studioso francese nota che se è vero che i genitori devono badare che i loro ragazzi non trascorrano troppo tempo su Facebook, avrebbero torto a drammatizzare la situazione. Sbaglierebbero anche a volerli sorvegliare (…) Niente può sostituire la fiducia e una comunicazione franca.

Come sempre, di fronte a ciò che ci incute dubbi e timori, le posizioni tendono a irrigidirsi tra apocalittici e integrati. Ma, alla fine, Facebook, come Youtube o WhatsApp, sono sono degli strumenti, degli utensili: è la mente di chi li usa che ne determina la pericolosità. Quindi, più che partire con controlli serrati ed asfissianti che generano le fughe dei propri figli, bisognerebbe puntare ad un rapporto di fiducia sincera con i ragazzi. L’autorevolezza richiede tempo ed onestà e i ragazzi lo sanno.

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